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Negli Usa tra i repubblicani è guerra di religione

Il credo è importantissimo nella campagna elettorale. Ma a trionfare è l'analfabetismo morale.

redazione
giovedì 22 dicembre 2011 16:22

di Massimo Faggioli

Il sondaggio più recente del Pew Research Center indica che il margine di vantaggio di Gingrich su Romney è molto più ampio tra i repubblicani delle chiese protestanti storiche ed è quasi il doppio della media tra gli elettori repubblicani bianchi evangelical.

Si ripropone quindi tra i repubblicani la questione religiosa nella corsa alla presidenza degli Stati Uniti - un ufficio che somiglia molto al ruolo di pontefice massimo di quella religione particolare che è l'America. Se è vero che la fede mormone di Romney non giocherebbe un ruolo decisivo nelle elezioni generali contro Obama, la questione è diversa nella corsa alle primarie. All'interno di un elettorato come quello religioso fidelizzato dai repubblicani da ormai un trentennio, la fede mormone è ancora vista da molti cristiani come un cult, ovvero come una setta non cristiana. Le recenti prese di posizione ufficiali della "Church of Jesus Christ of Latter-day Saints" per affermare il proprio carattere cristiano non hanno avuto grande effetto, e finora Romney ha evitato di affrontare la questione direttamente, come fece con poca fortuna già nel 2007-2008.

Un aiuto indiretto potrebbe arrivargli dal suo avversario diretto, Newt Gingrich, la cui volubilità sulla sua affiliazione religiosa è pari soltanto a quella sulle mogli (finora tre mogli e tre chiese: dalla luterana alla battista alla cattolica).

La conversione al cattolicesimo di Gingrich nel 2008 (incoraggiata dalla terza moglie Callista, e suggellata dalla visita negli Stati Uniti di Benedetto XVI nell'aprile 2008) testimonia il crescente appeal del Vaticano verso i politici conservatori, che vedono nella chiesa cattolica l'habitat naturale per coltivare una visione del mondo tradizionalista se non reazionaria.

Tuttavia, il vero ospite a sorpresa al banchetto elettorale dell'America religiosa potrebbe essere Ron Paul, la cui ideologia libertaria estremista (condita, come sempre capita in questi casi, da un'impeccabile affabilità e cortesia personale) è stata ricordata in questi giorni agli elettori americani dalla ripubblicazione di sue antiche prese di posizione dal sapore chiaramente razzista e bigotto (come la proposta di vietare ai sieropositivi di accedere ai locali pubblici).

Due sono le lezioni che le chiese americane, e la chiesa cattolica in particolare, possono trarre da questo passaggio delle primarie americane 2011-2012. La prima lezione è che una volta liberato il genio del cristianesimo evangelical (teologia sentimentale e intimista, inclinazioni apocalittiche, dottrina sociale ridotta allo zero), è molto difficile ricondurre il genio nella lampada. Gingrich è l'emblema del "nuovo politico cattolico": nuovo nel senso di diametralmente opposto al cattolicesimo ereditato dei Kennedy, dei Cuomo o di Biden, e nuovo nel senso di cattolico di scuola evangelical, in cui è l'ideologia politica a suggerire un certo tipo di fede e non viceversa.

Un cattolicesimo ideologico, figlio di Benedetto XVI più che di Giovanni Paolo II (per non parlare di Giovanni XXIII), che si è convinto di servire la fede cristiana abbracciando una fede pubblica e politicante che si esplica sostanzialmente nel dichiarare la culture war contro tutto quanto è venuto dalla cultura progressista dagli anni Sessanta in poi.

Tornare ad un cattolicesimo pubblico non politicante è al momento, per i cattolici americani, una pura ipotesi di scuola. I politici cattolici democratici alla Kennedy, Cuomo e Biden sono una specie di avanzata via di estinzione. La questione dell'aborto è centrale in questo processo di estinzione del cattolicesimo pubblico, anche come alibi utile a consentire alla cultura politica del Partito repubblicano di fare strage della dottrina sociale della chiesa nelle questioni del lavoro, sociali, internazionali.

La seconda lezione è che nel corso dell'ultimo decennio, e specialmente dal 2008 ad oggi, in America le tematiche morali-conservatrici dalle radici religiose sono state fagocitate dalle istanze libertarie di tendenza Tea Party; in questo processo sembra non aver ancora ceduto l'argine storicamente più elevato e istituzionalmente più solido, quello della cultura cattolica americana che nel 1919 gettò le basi per la legislazione del New Deal di Roosevelt. Crescenti sono i segnali di una disconnessione tra il discorso morale e sociale del magistero cattolico e quello del Partito repubblicano.

A differenza dei repubblicani, i cattolici democrat americani hanno recepito il messaggio di Benedetto XVI per la prossima Giornata mondiale della pace, incentrato sull'esigenza di una «ridistribuzione della ricchezza», non potendo fare a meno di collegarlo con l'agenda economica dell'amministrazione Obama. I vescovi americani nelle ultime settimane hanno richiamato i politici alla loro responsabilità nei confronti dei disoccupati e degli immigrati - solo per essere smentiti a stretto giro di posta dal più cattolico dei candidati repubblicani alla presidenza (Rick Santorum) e dal Congresso controllato dal Gop (che il 20 dicembre ha rigettato un'estensione dei benefici fiscali ai redditi bassi e dei sussidi ai disoccupati).

Il nuovo anno elettorale rischia quindi di portare notizie inquietanti alla più grande chiesa d'America, quella cattolica. Chiunque esca vincitore dal caucus dell'Iowa del 3 gennaio - Romney, Gingrich, Paul - la chiesa cattolica americana esce perdente: il traino del Partito repubblicano l'ha condotta su un cammino che fiancheggia pericolosamente l'ideologia libertaria di cui il più potente profeta fu nel 1964 Barry Goldwater.

I tentativi recenti dell'amministrazione Obama di presentarsi come la più equilibrata possibile sui temi della vita e del rispetto dei credenti potrebbe pagare politicamente, di fronte ad un Partito repubblicano che sembra diventato l'emblema dell'analfabetismo morale.