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Intelligence

In Libia al Qaeda controlla uno stato parallelo

Tre gruppi armati preparano la guerra al Cnt e pianificano attentati a Tripoli e in Europa. Legami con Hamas siriana che lotta contro Assad. [Gianni Cipriani]

martedì 7 febbraio 2012 18:10

Abd el-Hakim Belhaj
Abd el-Hakim Belhaj

Che la cosiddetta Libia democratica somigli molto più all'Iraq del dopo Saddam che alla Tunisia del dopo Ben Alì, lo hanno capito in molti. A cominciare dal presidente del Consiglio, Mario Monti, che le cronache dipingono come sconvolto dopo il suo viaggio a Tripoli. Gli avevano descritto una situazione tutto sommato tranquilla e sotto controllo, si è ritrovato in una città in preda all'anarchia, nelle mani di bande armate e di gruppi delinquenziali, con la Cnt sempre più all'angolo. Scampato il pericolo, Monti ha avuto molto da ridire sulla campagna libica. E forse non aveva e non ha tutti i torti.

Non è infatti un mistero da tempo - soprattutto per i lettori di Globalist - che la Libia del dopo Gheddafi stia sprofondando nella guerra civile; che l'unità nazionale sia fortemente a rischio; che le kabile l'un contro l'altra armata gestiscano i loro pezzi di potere e di territorio e che la presenza dei salafiti e della galassia qaedista (o se vogliamo para-qaedista) sia ogni giorno militarmente e organizzativamente più forte.

Le ultime notizie che filtrano dalla Libia, però, sembrano ancora più allarmanti e delineano l'avanzare di un network qaedista che si sta trasformando poco alla volta ma inesorabilmente in uno stato parallelo all'interno della Libia, in grado di condizionarne in negativo una possibile evoluzione democratica (sempre che ce ne sia una in questo quadro) e rappresentare il nuovo polo d'attrazione dello jihadismo internazionale.

In particolare, nell'aera di Tripoli ci sono tre distinti gruppi di ispirazione salafita/qaedista, già noti da tempo, e che si stanno rafforzando.
Il primo, è quello che fa direttamente riferimento a Abd el-Hakim Belhaj, già capo di al-Qaeda libica, arrestato e detenuto a Guantanamo, prima di essere riconsegnato a Gheddafi ed essere scarcerato per volere del figlio Saif al Islam come segno di riappacificazione e dialogo con gli integralisti. Il gruppo di Belahj, secondo stime attendibili, conta più di 7.000 armati, tutti attivi nell'area della capitale. Hanno un vero e proprio arsenale: Pk (che sparano 6 razzi) bazooka, Rpg e ha fucili di precisione. Oltre ad altre armi avute dagli italiani (la famosa spedizione voluta da Frattini/Letta e ordinata ai nostri servizi segreti) e dalla legione straniera francese. Nel caos della prima fase della rivolta, nessuno ha potuto controllare dove finissero le armi generosamente date dai paesi che sostenevano i "bengasiani". Nessuna meraviglia se parte di quei rifornimenti ora sia in mano a chi potrebbe puntarle proprio contro gli antichi benefattori.
Gli uomini di Belhaj hanno una discreta preparazione militare e sono suddivisi in sotto-milizie che hanno dei quartieri da controllare. Sono persone stimate dalla popolazione; godono di consenso popolare. E ultimamente hanno rotto qualsiasi rapporto con la Cnt.
Come si mantengono? Fonti di finanziamento dall'estero non mancano e stanno trattando un nuovo armamento leggero attraverso un rapporto con il gruppo fratello di al Qaeda del Marocco. Nel frattempo stanno cercando di mettere in piedi una sorta di rete di intelligence privata (sul modello Hezbollah, ma ovviamente di matrice qaedista) per individuare, eliminare o arrestare persone compromesse con il regime di Gheddafi.

Il secondo gruppo è quello che fa riferimento allo sceicco Mahadi al Harati, che conta di circa 1500 uomini. Distinti ma ovviamente collegati a Belhaj. Secondo fonti della sicurezza vicina alla Cnt, gli uomini di al Harati controllano i rapporti tra occidentali e la Cnt per capire quando e come si possano colpire obiettivi occidentali in Libia. Un monitoraggio nel caso si dovesse passare all'azione. La milizia di al Harati è composta soprattutto da ragazzi molto giovani e fanatici. Alcuni sono pregiudicati, trafficano in droga e in auto rubate. Nonostante ciò sia contro il loro credo religioso, loro si giustificano dicendo che commettono reati per un fine superiore per finanziare il loro jihad. Il gruppo ha il quartier generale nella casa che fu di Mohammed Gheddafi, il figlio maggiore del rais, scappato in Algeria.
Fedeli alla loro impronta "internazionalista", gli uomini di al Harati hanno preso contatti con il gruppo militare di Hamas siriana. Del resto, stando ad alcune testimonianze, c'è stato recentemente un incontro in Turchia proprio per coordinare azioni comuni con la Hamas siriana, che fa parte del cartello anti-Assad.

La terza milizia è guidata da un libico della ex dissidenza anti-gheddafiana che è stato in esilio in Europa ed è rientrato in patria recentemente. Molti componenti di questo gruppo (si stimano 2.000 armati) hanno combattuto in Afghanistan e sono tornati in Libia circa un anno e mezzo orsono. Ora tra i loro obiettivi c'è quello di pianificare azioni contro città in Francia e Gran Bretagna. Del resto, proprio recentemente su Globalist avevamo parlato di nuovi contatti tra cellule salafite libiche con i loro omologhi in europa.
A questa terza milizia qaedista sono attribuiti assalti alle sedi del Cnt per rubare armi. Ma la polizia locale li teme e resta a distanza, lasciando loro campo libero. Stando a recentissime informazioni della rete senoussiana, questo gruppo si sta addestrando all'uso dell'esplosivo. Attentati in vista? Quali obiettivi? Al momento se ne sa poco, se non che potrebbero colpire in Libia o all'estero. Ma sembra del tutto verosimile, visto il legame che hanno con Belahj, che questi si voglia vendicare con gli americani che lo hanno recluso e torturato a Guantanamo.

Esagerazioni? Visione pessimistica? No. Come nelle migliori (nel senso di peggiori) tradizioni degli ultimi interventi militari, la soluzione di un problema ha determinato la nascita di cento problemi non previsti. Al Qaeda del Maghreb, per ora, ringrazia. L'organizzazione si stava sbriciolando. Ora la nuova base libica sta diventando il punto di riferimento per la regione.

Commenti
  • Anonimo 07/02/2012 alle 16:45:18 rispondi
    Io prenderei Bernard Henry Levi e lo manderei a Tripoli in mutande, un cartello al collo con scritto "io ho voluto tutto questo". Vediamo cosa succede. Eppure qualcuno che diceva che Gheddafi era meglio di tutto quanto sarebbe successo dopo, c'era. Ma veniva definito pazzo, delinquente, assassino di bambini, stupratore di donne... chi più ne ha più ne metta.
    Ma c'è sempre gente (nello stesso "mondo di Annibale") che vuole che queste stesse cose, le più probabili, accadano anche in Siria. Mi chiedo solo quale sia il tornaconto di questi. Quancuno lo sa?