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Megavideo è morto, lo streaming no

Da VideoZer a VideoWeed tutti in fuga. Scaricare online è ora più difficile. Parla l'esperto Luca Neri: "Quando chiusero Napster sembrava la fine del download, invece".

Desk
martedì 14 febbraio 2012 09:05

Luca Neri
Luca Neri

di Michela Rossetti


Addio a VideoZer, tanti cari saluti a NovaMov, un minuto di silenzio per VideoWeed.
 Dopo i sigilli a Megaupload/Megavideo la rete non sembra più la stessa. 
Il download, ma soprattutto lo streaming di film e telefilm è diventato sempre più difficile, una caccia al tesoro tra "The video file was removed", e "Video is not available".
 La rete è in allarme e la domanda che ora si fanno gli utenti è sempre la stessa, declinata in termini diversi: "E' davvero finita"? "Dobbiamo tornare ad affittare Dvd"?
 Abbiamo girato la domanda a Luca Neri, giornalista e consulente informatico autore del libro inchiesta La baia dei pirati (Cooper editore).

Nel tuo libro hai spiegato le ragioni dei "pirati" e analizzato i problemi del copyright in rete. Con la chiusura di Megaupload sembra che oggi siamo arrivati a una svolta. 
Uno dopo l'altro, forse per paura di finire in manette come Kim Dotcom, i diversi siti di file hosting che prima ospitavano materiale illegale stanno eliminando i contenuti più "scottanti". E' la fine di un'epoca?
 Assolutamente no. E' solo una fase, forse traumatica, di una guerra in corso da tempo tra la grande industria audio-video da una parte e quella tecnologica dall'altro. Uno scontro con al centro gli utenti-consumatori che si fanno sempre più soggetto attivo.


Chi gestisce i siti oggi ha paura, ma passerà. Vivremmo forse un periodo in cui lo streaming e il download sarà più difficile, magari torneremo a chiamare il vecchio amico "smanettone" per trovare i contenuti che ci interessano. Ma la pirateria, a meno che la grande industria non cambi strategia, non finirà mai.

Una sicurezza granitica.


Ce lo insegna la storia. Ricordiamoci di Napster, uno dei siti più frequentati per scaricare musica. Quando lo chiusero, nel 2001, sembrava la fine del download. E invece poi che successe? Ecco che arrivarono eMule, LimeWire. Con la chiusura di Megavideo è finito lo streaming? Sono sicuro di no. Ne arriveranno altri, è solo questione di tempo.

Per ora le alternative sono rimaste poche.


Lo "scossone" c'è stato, inutile negarlo. L'operazione contro Megaupload è stata di una forza senza precedenti. L'Fbi ha usato tecniche investigative pari a quelle delle operazioni anti-terrorismo. E i reati di cui è stato accusato Kim Dotcom - come riciclaggio e associazione a delinquere - non sono così diversi da quelli imputati ai grandi capi mafiosi. Non voglio certo difendere il personaggio, tra l'altro abbastanza equivoco, ma semplicemente sottolineare che si è ricorso a strumenti estremi e che la guerra al copyright sta raggiungendo livelli sempre più aspri.

Ci si domanda da tempo quale possa essere la soluzione. Le grandi major cinematografiche potrebbero iniziare vendere i propri contenuti on line, magari a prezzi accessibili. Oppure è impossibile che gli utenti tornino a pagare per quei film che per anni hanno visto gratis?


Far pagare i contenuti on line è possibile, come ha capito iTunes. Ma la grande industria deve sapersi reinventare e capire che ormai non è più in condizioni di monopolio. 
Prima poteva decidere cosa vendere, come, quando, e a che prezzo. Ora non è più così: la tecnologia digitale ha spostato il loro potere nelle mani dei consumatori. E bisogna saper trattare offrendo un'alternativa credibile. 
Download e streaming on line hanno i loro limiti: la cattiva qualità, il rischio di non trovare quello che si cerca, la possibilità di virus. Se si sarà in grado di offrire un'ampia scelta di contenuti di alta qualità con prezzi accessibili, gli utenti lo accetteranno. Ma bisogna saper rinunciare agli stratosferici margini di guadagno di un tempo.

Le alternative legali sono dunque possibili.


Certo. L'industria culturale non è a rischio. Lo sono solo i vecchi monopoli che non sanno rinnovarsi. Guardiamo YouTube, iTunes. Sono intermediari, targati Google e Apple, che hanno capito le nuove possibilità di mercato.
 Negli Usa Netflix è diventato un caso da scuola. Ha fatto fallire Blockbuster offrendo Dvd in abbonamento a prezzi stracciati via posta; poi ha aggiunto lo streaming. Ha raggiunto il successo vendendo legalmente, grazie a un catalogo praticamente illimitato e conquistato con accordi stretti con i canali televisivi. Le grandi major, anche in questo caso, sono state bypassate. Ma il tutto sempre legalmente.

Gli utenti, dopo la dipartita di Megavideo e a seguire dopo le forti limitazioni auto-imposte dagli altri siti, minacciano la "rivoluzione". Nei forum e nei social network è una delle parole più ricorrenti.


Ecco, questo è un aspetto interessante. Che dimostra come il conflitto stia subendo un'evoluzione politica. Lo scontro pro e contro copyright non coinvolge più solo interessi economici, ma una sempre più consapevole fetta di persone che sta capendo che insieme può cambiare le cose. Prendiamo la rivolta negli Usa contro il Sopa, la proposta di legge contro la pirateria che minacciava la libertà della rete. In questo caso la cosiddetta "rivoluzione" c'è stata davvero. Una vera e propria insurrezione popolare. 
Centinaia di siti hanno oscurato le proprie pagine, inclusa Wikipedia, che si è resa inaccessibile invitando a contattare i politici per manifestare il proprio dissenso. 
Così è stato: si è calcolato che sono arrivate fino a 2.000 telefonate al secondo, e sono state inviate oltre 350.000 mail di protesta ai deputati e ai senatori. 
Una legge praticamente già approvata, con un consenso bipartisan tra democratici e senatori, è stata ritirata.
 Il senatore repubblicano Marco Rubio, considerato l'astro nascente della politica statunitense e tra i "papà" della legge, ha annunciato pubblicamente di non voler più sostenere il Sopa.
 Quanti utenti aveva Megaupload? 50 milioni al giorno. Ecco, sono 50 milioni elettori.