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Era la stampa bellezza, direbbe Bogart all'Espresso

Il Gruppo Espresso paga poco a pezzo e dopo sei-sette mesi. E' l'asso pigliatutto dei contributi indiretti ma chiede di tagliare i fondi ai giornali di partito.[Checchino Antonini]

giovedì 16 febbraio 2012 16:06

di Checchino Antonini

Lectio magistralis palermitana per Carlo De Benedetti che chiede cortesemente al governo techno di tagliare i fondi ai giornali di partito. Non senza eleganza macabra il multimiliardario presidente del gruppo Espresso ha detto: «Per favore, togliamo i finanziamenti all'editoria laddove l'editoria non sta in piedi da sola. Non si tengono in piedi i morti, perché c'è puzza di cadavere». «Guardiamo ai giornali di oggi e agli abusi che vengono fatti, che sono stati fatti e che continuano a essere fatti -prosegue De Benedetti- Bisognerebbe togliere tutti i finanziamenti pubblici che poi finiscono normalmente in violazione delle leggi, in furti e abusi». Per De Benedetti «deve essere lasciato campo libero all'editoria sana» e «quella dei partiti se la paghino i partiti. Se hanno già i rimborsi elettorali non si capisce perché noi contribuenti dobbiamo pagare i giornali di partiti. Se li paghino loro e cerchiamo di essere seri».

Il noto plutocrate, tessera n.ro 1 del Pd finge di non sapere che a restare a secco sarebbero solo i partiti di sinistra, quelli che non possono godere del finanziamento più o meno occulto di gruppi industriali. Come il suo. E, a proposito di editoria «sana» De Benedetti non dice che i profitti del gruppo sono in salvo anche perché i precari che fanno la fila per scrivere sulle sue gazzette vengono pagati pochi spicci, parliamo di una manciata di euro a pezzo elargita con sei sette mesi di ritardo. Esempi: in Sardegna, il "sano" plutocrate paga 10 euro lordi per i pezzi più lunghi di 42 righe, 6,50 euro lordi sotto quella dimensione. Le brevi valgono 2,50 euro lordi. E le tariffe per i nuovi collaboratori sono addirittura più basse. Come a Ferrara dove dall'eurino lordo per le brevi si arriva alla vertiginosa cifra di 4 euro da 1600 battute in su. A Repubblica Roma un cococo prende in media perfino 5mila euro l'anno lordi, tutto il giorno in strada a cercare notizie e in balia dei capricci dei capi.

Il principale settimanale di inchiesta,, naturalmente, è il suo. Di recente ha dedicato un box alle "Sante Gazzette" facendo il conto dei contributi all'editoria destinati ad Avvenire, a Famiglia Cristiana e ai settimanali diocesani, evitando accuratamente di entrare nel merito della legge del 1990 che stabilisce i contributi all'editoria, in linea con l'articolo 21 della Carta. Il pluralismo informativo è solo uno slogan per operazioni di marketing. E Napolitano, osannato dal Gruppo nel discutibile ruolo di regista del governo "techno", viene quasi ignorato quando si preoccupa per il destino dell'informazione e domanda al governo di rivedere i tagli. 
Viene da chiedersi se per le copie spedite via Poste italiane fino al 31 marzo 2010 l'editore di quel settimanale abbia pagato la tariffa riservata ai periodici oppure l'intero importo ordinario.

Nel primo caso è bene ricordare che lo Stato ha integrato per anni, con soldi dei cittadini, la differenza fra le due tariffe, anche per le "travagliate" spedizioni di un quotidiano che si vanta di campare bene senza soldi pubblici. Si chiamano contributi indiretti, ma sempre contributi statali sono. E sono la voce principale di spesa pubblica nelle faccende legate all'editoria. In cima alla lista dei beneficiari nomi eccellenti: Sole24ore, ossia Confindustria, La Stampa della Fiat, Mondadori di Berlusconi, il Corsera di Rcs e, naturalmente, il gruppo Espresso che, con i suoi canali nazionali, ha anche preso parte alla spartizione del digitale terrestre. I contributi indiretti sono di tre tipi. Le agevolazioni postali sono state la prima voce, basti pensare al volume di copie spedite dai colossi del settore. Certo, in questo momento sono state sospese col celebre pesce d'aprile dell'indimenticabile ministro Romano.

Il primo di aprile furono abolite ogni sorta di agevolazione che lo stato avrebbe pagato. A farne le spese però furono le onlus, un vero scandalo, che potevano contare su tariffe molto scontate per il proprio materiale associativo. Resta, per almeno una decina d'anni -secondo gli addetti ai lavori- la coda avvelenata del debito dello stato con le poste ormai privatizzate che premono per rientrare di quei soldi. Sul conto la cifra di 50 milioni l'anno di debito consolidato. Per tutto il 2011 ha funzionato un tavolo tra le poste e il dipartimento per l'editoria finché non sono state trovate tariffe per la platea di soggetti. 
Il secondo tipo di contributo indiretto sono le agevolazioni telefoniche che abbattono del 50% degli editori. Si pensi al traffico telefonico dei colossi del settore. E poi c'è il credito di imposta sull'acquisto della carta, ossia il 10% di sconto su oneri fiscali e previdenziali, per un totale di 30 milioni.

Sui grandi numeri lo sconto è notevole, la perversione, così spiega una consulente a Liberazione è il costo alto della certificazione da pagare alle società di revisione di bilanci che riduce la platea perché alle piccole società non conviene accedere a questo tipo di gara. 
Intanto, mentre i loro giornali minimizzavano la crisi, i grandi editori, dal 2007 in poi, hanno raggiunto col ministero, importanti accordi per il prepensionamento e l'esodo di grandi firme che hanno speso una vita a cantare le lodi del libero mercato. E ora la nuova frontiera dell'assalto alla cassa pubblica si chiama rimborso degli interessi dei mutui agevolati per le ristrutturazioni, il credito di imposta sugli investimenti. Fino alla voce Irap sulla manovra delle lacrime e del sangue: è uno sgravio enorme per le aziende dai grandi numeri, 10mila euro l'anno per ciascun dipendente, più altri 5mila per i lavoratori del Sud. Ai grandi editori piace vincere facile. Anche quando diventano "tecnici".

Promemoria per De Benedetti: i primi a chiedere pulizia nel settore sono proprio i giornali di partito, quelli veri, come Liberazione dove i lavoratori sono tutti contrattualizzati.

Commenti
  • Anonimo 16/02/2012 alle 23:57:17 rispondi
    Il primo numero dell'Espresso della mia vita lo camprai che avevo 15 anni, Da domani, venerdì giorno di uscita, non lo comprerò più.