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Cività cattolica critica il giornalismo italiano

Il periodico propone tre svolte: rigenerare il linguaggio; raccontare quel pezzo di verità di cui è stati testimoni; non pretendere di conoscere tutta la verità. Basterà?

redazione
sabato 17 marzo 2012 17:07

Eh sì, convince padre Francesco Occhetta quando nel suo saggio "Per un giornalismo responsabile", che appare sull'ultimo numero di "La Civiltà Cattolica", cita Indro Montanelli: "in Italia il giornalista non si sente espressione dell'opinione pubblica, ma portavoce della sua fazione. Attacca gli avversari in nome della confraternita di cui fa parte, ma non dirà mai una parola contro la sua confraternita. Il guaio è che un giornalista così conformista non aiuta a formare un'opinione pubblica. E il formarsi di un'opinione pubblica è la condizione fondamentale del funzionamento di una democrazia."

Il peso delle lobbies per l'autore è confermato dall'assenza di testate come l'Economist, dove giornalisti autorevli e indipendenti non firmano i pezzi. Invece in Italia abbiamo "poca indipendenza dalla politica, proprietà invadenti, più versate alla tutela dei propri interessi che alla qualità dell'informazione".

E' in questo contesto che nasce quello che Civiltà Cattolica chiama "il giornalista gladiatore", protagonista nelle arene televisive. Lì il giornalista non è arbitro, ma gladiatore. E la democrazia sfuma in orrida grida. All'altro capo della professione la rivista dei gesuiti colloca i precari, solo a Roma duemila, spesso pagati 30 euro a pezzo. Come stupirsi che l'80% delle informazioni originino da uffici stampa o direzioni delle relazioni esterne? Civiltà Cattolica propone tre svolte: 1) rigenerare il linguaggio, 2) dire la verità, quel pezzo di verità di cui è stati testimoni, ad ogni costo, 3)non pretendere di conoscere tutta la verità.

Venendo alla stampa cattolica l'autore sottolinea che davanti a casi terribili come "i corpi martoriati di Gheddafi e di Marco Simoncelli ... si dovrebbero trovare più facilmente soggetti ecclesiali capaci e solleciti a prendere la parola, proprio in nome della vita". Sempre sul tema della stampa cattolica importante la citazione del capo redattore del Regno: " Per riuscire a comunicare la vita buona bisogna abbandonare moralismi, astratezza, difesa istituzionale, pretesa di avere l'esclusiva della trattazione del tema religioso".(E qui uno potrebbe chiedersi se questo vizio non sia parente di quello per cui in Italia la teologia può essere insegnata solo nelle Università cattoliche).

Infine un'idea anche sulla Rai: meglio tornare al tiggì unico e cercare lì dentro il pluralismo. (Facile a dirsi, ma interessante...) L'articolo è molto interessante e ha il merito di porre questioni di fondo. Ne resta fuori una: c'erano un tempo gli inviati, di cronaca o di esteri. Andavano a seguire i fatti. Ora si segue il computer. Più economico, certo, ma aiuta di meno a diventare testimoni di un pezzo di verità. O no?