Nostalgia di Walter

La parabola di un eterno ragazzo che ha vissuto la vita sempre di corsa e all'arrembaggio, finita in solitudine, dimenticato da quel mondo che aveva dominato.

Walter Chiari
Walter Chiari
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Francesco Troncarelli Modifica articolo

21 Dicembre 2011 - 10.20


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La televisione accesa e lui lì davanti, seduto in poltrona, la testa reclinata, gli occhiali sul naso, vestito ancora di tutto punto. Lo trovarono così, Walter Chiari, passato dal sonno alla morte quasi senza accorgersene per un infarto, esattamente venti anni fa. E se non fosse stato per la sveglia che quotidianamente gli davano dalla portineria, forse sarebbero passati giorni prima che qualcuno fosse andato alla stanza 508 a vedere perchè non rispondeva al telefono di quel miniappartamento di quaranta metri quadri coi mobili in serie e le tende alle finestre, dove risiedeva quando era a Milano.

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Solo davanti al televisore che sparava a tutto volume suoni e diffondeva immagini in libertà. Come un anziano insonne. Una fine incredibile per uno come lui che la vita l’aveva vissuta intensamente e sempre di corsa nei posti più belli e con le compagnie più affascinanti e da copertina. Una fine da pensionato che vive in triste solitudine, fotografia drammatica di una parabola umana amara e senza l’happy end consolatorio e che forse neanche avrebbe gradito.

Perchè lui era uno che dava la carica e non si piangeva addosso, ma si rimboccava le maniche e ripartiva anche contro vento, solare come era di natura.

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Generoso con tutti, comico per vocazione ma anche attore importante con Visconti e Dino Risi, primo divo tricolore esportato all’estero in qualità di gettonato rubacuori (due nomi su tutti: Lucia Bosè e Ava Gardner), il simpatico Walter che teneva incollati milioni di spettatori davanti al piccolo schermo con i monologhi, le scenette e le barzellette interminabili a “Studio Uno” e “Canzonissima” della tv elegante e in bianco e nero fatta da grandi professionisti, in fondo era rimasto quello di sempre. Il Peter Pan spavaldo della beata incoscienza giovanile e delle scelte sbagliate ma in buonafede.

Il ragazzone che faceva ridere gli amici e che tra una seduta in palestra a tirar di boxe e una partita a biliardo in un fumoso bar sui Navigli, studiava il variegato mondo che lo circondava come ogni attore che si rispetti.

La sua arte era nello sguardo, la sua bravura era nel sorriso. Un dono di natura che lo fece debuttare nel varietà con la esuberante Marisa Maresca e che poi lo proiettò alla ribalta nazionale in coppia con Carlo Campanini per riproporre i fratelli De Rege col tormentone “vieni avanti cretino” e per proporre scenette entrate nella leggenda come quella del Sarchiapone.

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Irresistibile Walter, indimenticabile Walter, intramontabile Walter, grande anche quando finito nel vortice di uno scandalo ingigantito dai media e dalla stampa dell’epoca, per la “neve” che cosumava, seppe dignitosamente rimanere ai margini di un mondo, quello dello spettacolo, che aveva dominato a lungo con una mano sola e non disperarsi più di tanto se il telefono non squillava più o squillava molto meno di prima.

Fiero di ruggire ancora (“Romance” di Massimo Mazzucco e “Finale di partita” di Samuel Beckett) come un vecchio leone ferito ma non domo, nel momento che qualcuno si ricordava di lui.

Venti anni fa poi il sipario, in un “teatrino” di periferia privo del suo amato pubblico. E da allora siamo orfani di un talento puro che non ha uguali e che rimpiangiamo con tanta nostalgia.

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