Rosso come la lava e il sangue, nero come l’oceano e il male: il noir islandese

Arnaldur Indriđason è ormai a pieno titolo uno dei noiristi di maggior successo al mondo, invitato regolarmente ai più noti festival internazionali e spesso insignito dei principali premi riservati agli autori di genere.

Rosso come la lava  e il sangue, nero come l’oceano e il male: il noir islandese
Arnaldur Indriđason
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6 Luglio 2022 - 22.25


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di Rock Reynolds

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Per qualcuno l’Islanda, patria di saghe antiche, è poco più che uno scoglio inospitale. Terra di mare, terra di ghiacci. Iceland si pronuncia allo stesso modo di “island” in inglese, ovvero quell’isola che è. Eppure, se i ghiacci restano un presidio ancora saldo del grande Nord mentre sul continente i ghiacciai tristemente si sfaldano a ritmi vertiginosi, il territorio di questo stato scarsamente popolato è ricco di contrasti stridenti: neve, freddo e ghiaccio, certo, ma pure vulcani, fuoco e gas.

Poco meno di trecentomila islandesi si contendono un territorio in larga parte inabitabile e inabitato, dunque con la limitazione di doversi stabilire sul litorale, dove i flebili influssi della Corrente del Golfo fanno da baluardo al gelo del vicino Circolo polare artico. La vita non si può certo dire che si svolga nella stessa prossimità tra le persone a cui siamo abituati nell’Europa continentale, anche se gran parte della popolazione risiede nell’area urbana di Reykjavík, la capitale. Ed è quasi sempre lì che la cronaca nera, invero non particolarmente ricca di episodi clamorosi, pesca nel torbido. Un paese come l’Islanda – dove il livello di scolarità è tra i più alti del globo e dove non solo abbondano musei, sale da concerto, librerie, biblioteche e lettori ma pure scrittori – da qualche parte deve pur trovare materiale per le numerose storie che partorisce. Dicevamo delle saghe nordiche, vero e proprio punto fermo della cultura scandinava, ma oggi la narrativa islandese si fa particolarmente apprezzare per il livello internazionale dei suoi autori noir.

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Arnaldur Indriđason è ormai a pieno titolo uno dei noiristi di maggior successo al mondo, invitato regolarmente ai più noti festival internazionali e spesso insignito dei principali premi riservati agli autori di genere. Con In silenzio si uccide (Guanda, traduzione di Alessandro Storti, pagg 269, euro 18) fa nuovamente centro. Protagonista di questa sua nuova fatica è come sempre l’ispettore Erlendur, un poliziotto che scava sotto la crosta gelata del tran tran isolano per farne affiorare le storture di un’umanità che in ogni angolo del pianeta, anche in quelli più remoti e improbabili, evidenzia crepe insanabili. Erlendur Sveinsson, diventato negli anni una vera icona del genere, ha non pochi scheletri nell’armadio. Marito fallito e padre assente, ha cercato nel tempo di recuperare un rapporto mai sbocciato con la figlia Eva Lind – tossicomane impenitente nel cui ravvedimento ormai non crede più nemmeno lui che quotidianamente cerca di strappare i giovani alle lusinghe della droga – e con il secondogenito, Sindri Snaer, alcolista più per posa e per ripicca che per autentico bisogno chimico. Erlendur non ha armi: a più riprese, Eva Lind gli rinfaccia di non esserci mai stato per lei e il fratello quando il divorzio dei genitori aveva aperto nel cuore dei giovani figli uno squarcio incolmabile.

Stavolta, Erlendur e il suo fidato collega Sigurður Óli, la sua esatta antitesi, sono alle prese con un caso che, a tutta prima, potrebbe sembrare bizzarro più che raccapricciante. Il cadavere nudo di una ragazza viene rinvenuto sulla tomba del padre della patria da una donna che non ha saputo fare meglio che sopire i suoi bollenti spiriti con una notte di sesso al cimitero. Erlendur è convinto che la scelta di far trovare il cadavere della donna in quel luogo iconico sia voluta e che, dietro quella simbologia macabra, ci sia un messaggio forte. Quale sia tale messaggio toccherà a Erlendur capirlo e al lettore scoprirlo pagina dopo pagina. La dura verità affiorerà dal riconoscimento della ragazza morta, una tossicodipendente incline alla prostituzione, proveniente dai Fiordi dell’Ovest, vittima di una solitudine inguaribile che nemmeno l’amicizia innocente di un coetaneo bullizzato dai compagni è riuscita a strappare all’autoannientamento.

Indriđason non lascia grande spazio alle descrizioni di ambienti mozzafiato, preferendo lasciar parlare i sentimenti, con una predisposizione forte alle tonalità in bianco e nero, alle sfumature di grigio, nel migliore dei casi.

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Fin dalla sua comparsa nel primo romanzo della serie, Figli della polvere, Erlendur ha evidenziato tratti che lo distinguono da qualsiasi altro investigatore dell’universo noir. D’accordo, come spesso succede in un romanzo noir che si rispetti, la vita sentimentale di Erlendur è travagliata. Eppure, la grande bravura del suo creatore, Arnaldur Indriđason, sta proprio nel non rendere mai pietosamente scontati i suoi atteggiamenti. I continui rimandi a una quotidianità fatta di ripetute delusioni familiari si intrecciano anche in questo caso con una vicenda che mette al centro la crescente tossicodipendenza dei giovani islandesi e le ambizioni sfrenate di ricchezza di pochi imprenditori privi di scrupoli, disposti a sfregiare irrimediabilmente il meraviglioso territorio dell’isola pur di soddisfare la propria inesauribile sete di denaro e potere. Se l’investigatore uscito dalla penna di Indriđason fa della lotta al crimine su quest’isola dell’Atlantico l’unica missione in grado di controbilanciare i vuoti dei suoi fallimenti familiari, nel rapporto con i figli manifesta tutta la sua impotenza e un crescente fatalismo, persino di fronte alla consapevolezza che Eva Lind di quando in quando venda il proprio corpo pur di pagarsi la prossima dose. Spesso glielo legge negli occhi. A un padre poliziotto certe cose non sfuggono, anche se “irradiava sicurezza e aveva quell’euforia particolare, palesemente artificiale, chimica, intossicata”.

In silenzio si uccide, dunque, e il silenzio e una certa depressione da isolamento sono due facce di un’Islanda che certo non appaiono nei patinati annunci delle agenzie turistiche. Eppure “in Islanda gli omicidi premeditati sono rari, per fortuna”, dice Sigurður Óli. Ma in Islanda è facile smarrirsi. Lo è per il turista incauto, vittima delle forze soverchianti della natura. Lo è pure per chi sull’isola è nato e rischia di essere emotivamente stroncato dall’ambiente duro e dalla povertà dei rapporti umani. È una sorta di metafora della vita sull’isola. “Tanta gente si smarrisce durante un temporale o una bufera, e dopo cent’anni vengono ritrovate le ossa sbiancate dalle intemperie, e la vicenda diventa l’ennesima storia dell’orrore con cui allietare una serata.”

Non sono sicuro che In silenzio si uccide possa regalare ai lettori “una serata lieta”, ma so che chiunque decida di affrontare le pagine di questo romanzo prima o poi tornerà a sfogliarne un altro dello stesso autore. Perché Arnaldur Indriđason è un maestro che, con poco, sa tessere storie appassionanti e credibili, mai sopra le righe e sempre in grado di andare dritte al cuore.

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