“Il libro delle voci dimenticate”: quando la letteratura incontra la storia e si fa ricerca negli abissi dell’umano

Il romanzo di Riccardo Cenci mette in scena vicende storiche marginalizzate dalla nostra riflessione, dando voce a chi voce non ha

“Il libro delle voci dimenticate”: quando la letteratura incontra la storia e si fa ricerca negli abissi dell’umano
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Giuseppe Costigliola Modifica articolo

9 Agosto 2022 - 21.44


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Un lettore che apra un libro di letteratura italiana contemporanea sa bene cosa aspettarsi: vicende minimaliste ripiegate sull’io, storie di corna e di rapporti sentimentali traballanti o in frantumi, amicizie tradite, famiglie disfunzionali, problemi lavorativi e difficoltà nelle relazioni sociali. Potete scommetterci, otto romanzi su dieci ruotano attorno a questi temi, con scontate variazioni. Riguardo allo stile, poi, è in voga da anni lo scimmiottamento più o meno riuscito di alcuni scrittori americani assurti al rango di culto: Carver, Foster Wallace, Franzen, Ellroy, e alcuni autori di memoir di successo. Sembra insomma che gli italici narratori giovani e meno giovani abbiano abiurato – se pur l’hanno conosciuta – la fecondissima tradizione letteraria nazionale ed europea, e che si siano volontariamente rinchiusi in un claustrofobico recinto tematico ed espressivo, col triste esito di una globalizzazione della scrittura creativa. Immaginate dunque la sorpresa e la gioia di imbattersi in qualcosa di diverso, deliziosamente demodé eppure dolorosamente, lancinantemente attuale. È la sensazione provata davanti al romanzo di Riccardo Cenci, Il libro delle voci dimenticate, pubblicato da dei Merangoli editrice (pp. 243, € 15 a stampa).

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“Romanzo” è termine che non rende giustizia alla composita struttura messa a punto dall’autore, e questo è un primo motivo di distinzione nell’attuale panorama narrativo, insieme a tutti i suoi elementi costituivi: l’ambientazione, gli argomenti affrontati, la forma ed il linguaggio. Il testo è diviso in tre parti, dai nomi dei protagonisti (Zoran il croato, Arsen, Yuri), ed è ambientato in altrettanti territori devastati dalle guerre e dalla distruttiva idiozia degli umani: la Croazia colta all’indomani della dissoluzione della ex Jugoslavia, l’Armenia e l’Ucraina. Dunque, già le “location” sono elemento di novità, poiché Cenci esplora luoghi, storie e culture di rado frequentate dalla nostra narrativa, una rappresentazione che si staglia per profondità di visione rispetto alle trite e superficiali cronache raccontate dai media che affollano la nostra quotidianità, com’è il caso dell’Ucraina, ben conosciuta dall’autore per esperienza diretta e vicende familiari.

La lingua e lo stile impiegati rappresentano un ulteriore fattore di rottura con la letteratura mainstream che colonizza le librerie e la riflessione critica, quella paludata come quella dei numerosi blog e video in cui si inciampa su Internet. L’impressione che si trae da questa lettura è che l’autore abbia in qualche modo recuperato e fatta propria una ben distinta tradizione mitteleuropea, con la sua peculiare capacità di introspezione psicologica e di lucidità delle dinamiche storiche, fondendola proficuamente con un certo canone letterario di lingua inglese, da Conrad ai grandi modernisti del Novecento (Lawrence, Joyce, Virginia Woolf, le coordinate poetiche di Eliot). Il risultato di questa sorta di esperimento – non necessariamente consapevole – è apprezzabile, poiché il testo combina una scorrevolezza ad una profondità di analisi e ad una radicalità di contenuti non semplice da raggiungere.

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V’è poi l’elemento tematico, di stringente attualità: la guerra quale costante storica e dannazione degli uomini, che lega tragici eventi lontani nel tempo come la barbarie nazista e quella dei conflitti odierni, la violenza ad essa connessa, le devastazioni che produce negli individui, nelle culture e nel corpo vivo delle terre. A ciò si unisce l’inesausta riflessione sugli abissi insondabili del cuore umano, la sua micidiale peculiarità di mescolare amore ed odio in una miscela esplosiva, l’anelito ad una dimensione ultraterrena che trascenda gli orrori della storia, la resilienza come suo tratto ineludibile.

Quanto alla forma e allo stile, nei passi più compiutamente letterari si alternano narrazioni in prima e in terza persona, arricchite da prose di andamento giornalistico, notazioni cronachistiche, accenni al saggio storico. Il tentativo di questa congerie stilistica è forse quello di afferrare una realtà doppiamente sfuggente, per la lontananza culturale e geografica dei luoghi e degli individui messi in scena, per l’inattingibilità delle motivazioni umane e la follia degli eventi storici. Un tentativo a nostro avviso riuscito, com’è proprio della grande letteratura, che forse sola – come l’arte tutta – è in grado di parzialmente illuminare gli anfratti più bui e spaventosi della nostra specie.

Altro elemento di distinzione è infine la testimonianza diretta: le parti sono introdotte da foto scattate dall’autore, il quale ha messo al servizio della propria scrittura l’esperienza maturata come giornalista e viaggiatore, visitando i luoghi dove ha ambientato le sue storie, cogliendone le risonanze più criptiche, trasmettendole al lettore con personaggi credibili e a tutto tondo, che si muovono concretamente nei loro spazi emotivi e geografici.Insomma, chi è alla ricerca di una lettura che eviti la solita melassa narrativa, che solletichi la riflessione sui temi eterni dell’umano e sulle concrezioni storiche che ci circondano, che dia voce con l’arte a chi voce non ha, troverà in questo libro più d’un motivo di interesse.

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