Riot: essere adolescenti tra molotov e barricate

"Riot. Amore e Lotta" di Edith Joyce narra le vite di quattro amici cresciuti durante i "Troubles" in Irlanda del Nord.

Riot: essere adolescenti tra molotov e barricate
Scontri nell'Irlanda del nord
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2 Ottobre 2023 - 21.50


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di Rock Reynolds

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Saoirse, Orla, Aidan, Cillian: quattro amici che nascono e crescono nel Bogside, un anonimo quartiere operaio di Derry, seconda città dell’Irlanda del Nord, che sarebbe rimasta un puntino oscuro sulla carta geografica se la sua popolazione sul finire degli anni Sessanta non avesse deciso di rompere con un passato di soprusi settari. È stato proprio in quel quartiere, infatti, che la cittadinanza cattolica ha iniziato a opporsi a uno stato di cose fino a quel momento dato per scontato: il privilegio di nascere protestanti e l’onta di nascere cattolici in quella che, a tutti gli effetti, era una società in cui la segregazione settaria era spudorata, sancita da leggi inique e rinvigorita da abitudini secolari.

La “battaglia del Bogside”, una sommossa violenta di quartiere contro forze di polizia apertamente schierate dalla parte dei protestanti, ha di fatto dato il via ai “Troubles”, la guerra civile a cui nessuno in Ulster ha mai dato quel nome, nell’agosto del 1969, un paio di giorni prima che analoghi disordini infuriassero anche a Belfast. E proprio quell’episodio di guerriglia urbana ha portato al dispiegamento dell’esercito britannico sulle strade di Derry e di Belfast. Il resto è storia, compresa la tristemente nota “Bloody Sunday”, la domenica di sangue del 30 gennaio del 1972, quando un reparto di élite dei paracadutisti britannici sparò ad alzo zero su una folla in marcia per le vie di Derry per protestare contro le nuove leggi speciali antiterrorismo: il triste conto finale fu di 14 morti e numerosissimi feriti. Gli inglesi non avrebbero certo immaginato di scavare un solco mai più colmabile quel giorno, con centinaia di giovani cattolici che chiesero di arruolarsi nelle file dell’IRA per dare un futuro di giustizia al proprio paese.

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Riot. Amore e Lotta (Magazzini Salani, pagg 314, euro 16,90), l’ha scritto un’italiana, Edith Joyce, non un’irlandese, ma, potete stare tranquilli: non si nota. La precisione dei dettagli storici e la passione che solo una conoscenza profonda della cultura irlandese e del clima politico infuocato dell’Ulster tra gli anni Sessanta e Ottanta può consentire sono una garanzia assoluta. La capacità narrativa dell’autrice, il suo amore per quella terra e la profonda empatia per i quattro protagonisti fanno il resto.

Saoirse, Orla, Aidan e Cillian sono quattro bambini alle soglie dell’adolescenza quando i primi disastri della guerra civili si fanno sentire. È un risveglio brusco, tragico, che gli fa fare un salto repentino nei classici turbamenti di quell’età più matura che tutti gli adolescenti devono affrontare. Non tutti, però, sono costretti a farlo in un ambiente in cui persino uscire di casa può essere un’operazione rischiosa. E non tutti dispongono della forza per superare le difficoltà della vita in un luogo in cui ogni cosa dipende da quale confessione cristiana ti sia stata data in dote.

Riot è un bel romanzo di formazione, un bel romanzo d’amore, un bel romanzo di guerra. Un bel romanzo. Per tutti. Edith Joyce è una voce entusiasta anche quando deve parlare del suo libro e di ciò che l’ha spinta a scriverlo.

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La scelta di dare ad Aidan il cognome McGuinness e di mettergli accanto un fratello che si chiama Martin è casuale o no, considerato il Martin McGuinness ministro e militante?

No, non è assolutamente un caso, anche se poi di Martin McGuinness non parlo perché è una figura molto complessa e molto dibattuta. Sarebbe servito un libro solamente per parlare di quello. Così come non sono un caso Damien Harkin che ha fatto proprio quella fine lì, ed è stata la vittima più giovane dei “Troubles”, ed Eileen, a cui ho cambiato il nome, ma che è ispirata ad Annette McGavigan, uccisa mentre mangiava un gelato. A Derry c’è un murales bellissimo che la raffigura.

Da dove nasce la passione per l’Irlanda e la sua storia travagliata?

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La passione per l’Irlanda ce l’ho da sempre, ma quando ero piccola amavo tantissimo l’Irlanda del Sud. Mi ha sempre attirato l’intreccio tra la cultura fortemente cattolica – con tutte le sue problematiche, spesso anche di un bigottismo fortissimo – l’attaccamento alle radici magiche del folklore e la lotta politica. Insomma, se vai negli shop militanti indipendentisti trovi fucili e rosari insieme e nessuno ci vede una contraddizione.

Cosa la attira di Derry, città che lei visita spesso?

La mia storia con Derry è iniziata tantissimi anni fa. Con una mia amica avevamo deciso di partire per studiare la lingua e lavoricchiare. Le opzioni erano Londra e Derry, che nessuna delle due conosceva. Eravamo con le nostre rispettive famiglie e la madre di questa mia amica disse, “Ma no… Londra è pericolosa. Ci piazzano le bombe”. Mio padre se ne uscì dicendo, “A Londra piazzano le bombe? A Derry c’è la guerra civile”. O una cosa del genere. Alla fine decidemmo di partire per Derry e quella violenza l’abbiamo sentita tutta. Una sera stavamo andando a un pub con dei ragazzi che avevamo conosciuto: voltiamo l’angolo e c’è una rissa. Ci dicono di avviarci e che poi ci avrebbero raggiunto, come se fosse una cosa normale. Non li abbiamo più visti. In ogni caso, ciò che mi attira è la gente. Non siamo mai riuscite a prenderci una birra da sole. Tutti vengono a parlarti, sempre. Al pub si sta tutti insieme e basta. 

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Ha notato cambiamenti vistosi nell’Ulster nel corso degli anni?

Lo frequento da anni, ma troppo pochi per notare cambiamenti significativi. Purtroppo vedo che i bonfire nella notte di ferragosto si fanno sempre più piccoli, ma magari è una questione di organizzazione.

È vero che ai giovani nordirlandesi delle lotte politiche dei genitori e dei nonni non frega quasi più nulla?

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Direi assolutamente il contrario, ma io parto dall’esperienza di Derry che è sicuramente parziale e diversa da altre contee o da una grande città come Belfast. A Derry ognuno ha una sua opinione su quelle lotte. Magari a volte capita che qualcuno ti dica che non ha più senso, ma è un tema avvertito davvero in modo viscerale. Non solo sui “Troubles”. Mi stupì tantissimo quando alcuni ragazzi della mia età mi parlarono delle Rivolte di Pasqua del 1916. Insomma, io che sono una persona che si interessa di politica, non sentirei la necessità di parlare di Garibaldi. Cioè, non ha un effetto sulla mia vita oggi. Per loro sì. Forse al sud è diverso. Molte persone al nord sostengono che quelli del sud li abbiano abbandonati nella loro lotta. È un problema che esiste dai tempi di Michael Collins, non è un problema che si risolverà domani.

Se vogliamo etichettarlo, potremmo dire che il suo sia un romanzo di formazione. Lo ha pensato come tale o è una storia per tutti?

L’ho concepito come un romanzo di formazione per ragazzi e non sa che gioia mi dà quando qualcuno mi dice che farà la tesina di terza media sull’IRA. Forse le maestre non sono d’accordo, ma tant’è. È una storia complicata, ma che va conosciuta, e raccontarla in un modo che potesse essere interessante per i ragazzi era il mio obiettivo, però mi fa sempre molto piacere quando qualcuno più grande mi dice che l’ha apprezzato. Non voglio incensarmi. Penso solo che, a seconda dell’età, venga letto in chiave diversa. Diciamo che è un romanzo che ha vari strati: dalla storia d’amore alla parte più politica. Ognuno prenda quel che vuole. 

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Guerra, droga e depressione, temi al centro del suo libro, non sono agevolissimi per dei ragazzi…

Parto dall’idea che non c’è nulla che non possa essere spiegato ai ragazzi. Il punto è come farlo. Non credo neanche che “l’esposizione” a certi temi sia qualcosa da cui proteggerli. Sono esposti di continuo: e non parlo solo dei media, ma proprio della vita. Se vivi in un quartiere popolare, la droga la vedi sotto casa mentre vai a scuola. La depressione l’hai sperimentata su di te, così come un disturbo alimentare, o li hai visti su tua madre o su un tuo caro. I ragazzi sono esposti alla crudeltà del mondo. Con Riot ho cercato di interpretare questi temi e offrirne diverse chiavi di lettura, sia sociali che psicologiche. D’altra parte, nella vita faccio la psicologa.

La cultura irlandese da molti anni attrae un’importante fascia di pubblico italiano. Cos’ha di tanto irresistibile?

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Io parto dall’idea che non ho mai sentito nessuno dire “l’Irlanda mi ha lasciato indifferente”. Credo che questa terra abbia qualcosa che ti resta dentro, ma ancora oggi non sono riuscita a trovare cosa sia. Secondo me, è davvero quell’aria così intrisa di magia e folklore. Il problema è che attira proprio tutti. Anche i fascisti. Da anni cercano di rivendicare Bobby Sands e le lotte indipendentiste come se fossero cosa loro. Il problema è che non è una questione di nazionalismo. Lo è, in parte, ma non solo. L’IRA aveva forti ispirazioni marxiste-leniniste.

Oggi la situazione in Ulster sembra “normalizzata”, nonostante l’Inghilterra con la scelta della Brexit si sia tirata la zappa sui piedi. Restano sacche di irredentisti. Come vede il futuro?

Vorrei avere una sfera di cristallo per vedere come andrà a finire. Ci sono momenti in cui sembra tutto piatto, ma, come dice lei, sacche di repubblicani, gruppi armati e non, continuano il loro lavoro più o meno a cielo aperto. Si parlava di un referendum, ma chissà? Guardi com’è andata in Scozia. Il problema alla base è quello che tirava fuori James Connolly: si può anche fare un’Irlanda unita, ma se poi le condizioni sociali restano quelle, non è che si sia raggiunto chissà quale traguardo. Quello nazionale sicuramente, ma non la fondazione di uno stato libero ed egualitario che possa davvero essere un esempio brillante in Europa. E io questa prospettiva la vedo molto lontana, al di là delle molotov o della via istituzionale.

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