A settecento anni dal “Il Milione” si discute ancora sulla "Via della seta"

L’8 gennaio è stato l’anniversario della morte di Marco Polo, il mercante, viaggiatore, diplomatico e comunicatore ante-litteram che per primo instaurò un ponte con l'estremo Oriente. Le alterne vicende e le dispute dell'attuale classe politica

A settecento anni dal “Il Milione” si discute ancora sulla "Via della seta"
Marco Polo e Il Milione
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Marcello Cecconi Modifica articolo

11 Gennaio 2024 - 18.19 Culture


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Sono settecento anni dalla morte di Messer Marco Polo avvenuta nella sua Venezia all’inizio del 1324. Il mercante, viaggiatore, diplomatico e comunicatore ante-litteram chissà se avrebbe mai immaginato che quella sua “via della seta” si sarebbe trasformata, nel 2019, in un “memorandum” per valorizzare relazioni commerciali e politiche fra la sua frastagliata penisola italica, dopo secoli unita sotto una sola bandiera, e la Cina.

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Figuriamoci, poi, se avrebbe immaginato come il “memorandum”, proprio nell’anno della sua grande ricorrenza, fosse discusso dal governo in sella di destra-centro e che sarebbe diventato pane quotidiano di editoriali e talk show. Per Marco Polo, la “via della seta”, con buona pace del vecchio governo giallo-verde Conte/Salvini, era solo un sistema di percorsi e rotte commerciali costituite da carovane via terra e dalle navi via mare tra l’Asia orientale, in particolare la Cina, e i paesi dell’area mediterranea. Il prodotto pregiato che transitava su queste rotte era proprio la seta che già dal 200 a.C. aveva cominciato a uscire con regolarità dalla Cina.

Tutto ciò, e molto altro, Marco Polo ce l’ha lasciato nel libro delle meraviglie, Il Milione, scritto a due mani e quattro voci (almeno) nella condivisa cella del carcere di San Giorgio a Genova, città marinara avversaria della sua Venezia. Lui, non si sa bene perché e dove, fu catturato dai genovesi nel 1298 e trovò lì un altro “nemico” di Genova marinara fatto prigioniero durante la battaglia della Meloria di più di un decennio prima: Rustichello da Pisa, detto anche Rusticiano e Rustigielo.

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Non fu difficile per Rustichello, che sembra avesse origini dalla famiglia notarile dei Rustichelli, ascoltare e buttar giù i racconti fantastici di Messer Marco Polo. Chissà se mentre vedeva il compagno di cella con penna d’oca in mano, intinta nell’inchiostro ferro-gallico, vergare su una pergamena, lo avrà rimproverato ricordandogli che in Cina, Bi Sheng, scienziato e uomo di Stato durante la dinastia dei Song settentrionali, aveva già inventato i caratteri mobili di argilla a metà dell’XI° secolo, quattrocento anni prima di Gutenberg.

Visto che i notai allora erano spesso colti letterati oltre che impegnati a stipulare contratti giuridici, per Rustichello, che già si dilettava nello scrivere novelle cavalleresche, non fu compito impossibile trascrivere le narrazioni di Marco Polo. Lo fece in lingua italo-francese proprio mentre altri notai letterati di quegli anni, come il Brunetto Latini “ispiratore” di Dante, si impegnavano già a scrivere in volgare fiorentino.

In fondo la vera eredità di Marco Polo non consiste, come per Cristoforo Colombo o altri navigatori, nella scoperta di nuove terre, ma proprio e soltanto in questo manoscritto originale intitolato Divisament dou monde o Livre des merveilles che è andato perduto.

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Le versioni successive, con il titolo Il Milione, riscritte immediatamente dopo sono state moltissime e di grande successo, tanto che le portò, pochi anni dopo l’inizio del Trecento, a circolare già in toscano volgare oltre a una centinaia di atri codici dialettali, con qualche immancabile colpo alla fedeltà. Le versioni nei codici dialettali erano diretti a commercianti e viaggiatori oltre a lettori appassionati all’esotico, mentre le versioni in latino restavano a uso di missionari e scienziati.

Eppure Marco Polo “scopre” la Cina, o meglio ce la fa sentire più vicina perché, a differenza delle inospitali terre amerinde scoperte da Colombo a uso dei colonizzatori, racconta anche del meraviglioso imperatore mongolo, nipote di Gengis Khan, il Gran Khan Kubilai che lo aveva ospitato alla sua corte.

Allora l’impero cinese si estendeva dalla Persia alle coste settentrionali della Cina, e a Kubilai Khan restava solo da conquistare il Giappone per ricompattare il regno in un periodo di crisi interna. Fallì però nell’impresa, poiché il suo popolo era composto di cavalieri delle steppe e dovette affidarsi alle barche dei sudditi cinesi poco adatte a un tragitto in mare aperto di 1400 chilometri.

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Dagli accordi commerciali tra il veneziano Marco Polo e Kubilai Khan nell’ultimo quarto del tredicesimo secolo a quelli, del primo quarto del ventunesimo secolo, fra Di Maio e XI Jinping il passo è lungo. Venezia non è più una Repubblica e di Maio non più ministro degli esteri dell’Italia, mentre la Cina non è più un impero della dinastia Yuan ma un “impero repubblicano” con XI Jinping che applica la via al “comunismo attraverso il capitalismo”. Quando si dice la fantasia degli ossimori!

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