Franco Battiato: un’altra vita

Al Maxxi, l’arte come attraversamento del tempo e dello spirito

Franco Battiato: un’altra vita
Franco Battiato
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Maria Calabretta Modifica articolo

7 Febbraio 2026 - 23.42


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C’è qualcosa di profondamente attuale nel modo in cui Franco Battiato continua a essere incontrato. Non evocato, non celebrato, ma incontrato. Lo si percepisce già prima di varcare l’ingresso del MAXXI: una lunga attesa composta, attraversata da età diverse, da storie differenti, unite da un’identica familiarità silenziosa. Qualcuno riconosce un verso, qualcun altro accompagna con un lieve movimento del corpo. Nessun entusiasmo rumoroso, piuttosto una forma di intesa spontanea, come accade tra persone che condividono un linguaggio interiore.

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La mostra Franco Battiato. Un’altra vita, ospitata allo Spazio Extra del MAXXI dal 31 gennaio al 26 aprile 2026, nasce a cinque anni dalla scomparsa dell’artista con un intento preciso: restituire un percorso. 

Curata da Giorgio Calcara insieme a Grazia Cristina Battiato, coprodotta dal Ministero della Cultura e dal MAXXI e realizzata da C.O.R. Creare Organizzare Realizzare in collaborazione con la Fondazione Franco Battiato ETS, l’esposizione si propone come un attraversamento consapevole di musica, immagini, oggetti, pensiero e spiritualità. Un’esperienza che rifiuta la retorica celebrativa per restituire la complessità di una ricerca profonda e sempre in movimento.

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Già lungo la rampa di accesso, versi tratti dalle canzoni di Battiato accompagnano il visitatore come una soglia simbolica. Tra questi, una frase emerge con forza silenziosa: “La linea orizzontale ci spinge verso la materia, quella verticale verso lo spirito”. Non un manifesto, ma una chiave di lettura discreta, che orienta l’intero percorso espositivo e invita a una postura diversa dell’ascolto e dello sguardo.

La mostra si articola in sette sezioni tematiche – L’inizio, Sperimentare, Il successo, Mistica, L’uomo, Il Maestro, Dal suono all’immagine — che seguono l’evoluzione artistica e umana di Battiato secondo una logica non rigidamente cronologica, ma stratificata. Ne emerge una mappa fatta di ritorni, deviazioni, approfondimenti, in cui il mutamento non è mai rottura, ma condizione necessaria della ricerca.

I primi ambienti sono dedicati agli anni della formazione e della sperimentazione. Milano, i primi sintetizzatori analogici, gli strumenti, gli abiti di scena, dalla tuta indossata per Fetus al gilet con la bandiera americana, restituiscono l’immagine di un Battiato giovane, radicale, poco addomesticato. Oggetti che sono tracce di un processo creativo fondato sull’esplorazione e sull’urgenza conoscitiva. Per le nuove generazioni, questo “Battiato inedito” si rivela forse il passaggio più sorprendente: un artista capace di anticipare linguaggi e forme che solo più tardi avrebbero trovato una ricezione più ampia.

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Proseguendo nel percorso, locandine storiche dei primi concerti, dischi e materiali d’archivio, molti provenienti da collezioni private, raccontano il rapporto profondo e duraturo con il pubblico. Una relazione costruita nel tempo, fatta di riconoscimento reciproco, mai interrotta. Per chi lo ha seguito dagli anni Ottanta, questi materiali risvegliano una memoria personale e collettiva: le estati in cui dai jukebox risuonava quasi esclusivamente “La voce del padrone”, la sensazione che quella musica stesse già parlando di altrove.

Il cuore pulsante dell’esposizione è il “Centro di gravità permanente”, uno spazio immersivo accessibile a poche persone alla volta. Cinque videoclip iconici vengono proiettati in un ambiente sonoro avvolgente. L’esperienza è inevitabilmente condivisa. Rivedere Franco Battiato accanto a Giusto Pio al violino restituisce la misura di un lavoro musicale fondato su rigore, ascolto e profonda intesa, lontano da ogni compiacimento.

Di forte impatto emotivo è lo spazio dedicato al concerto di Baghdad. Il tappeto con la pedana su cui l’artista sedeva per cantare, pochi oggetti essenziali, spezzoni di interviste: elementi minimi che bastano a restituire la portata simbolica di un gesto artistico e umano privo di enfasi, ma carico di significato. Qui la musica si fa atto, responsabilità, presenza.

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Ampio spazio è riservato anche alla dimensione pittorica e filosofica. I dipinti, i colori utilizzati dall’artista, custoditi in teca, e una selezione di testi provenienti dalla sua libreria personale mostrano come la musica di Battiato è parte di una visione più ampia, nutrita di studio, silenzio e disciplina interiore. Tappeti, libri, oggetti quotidiani raccontano una vita scandita da rigore e concentrazione. Come ha ricordato la nipote Grazia Cristina Battiato, quando componeva Franco si immergeva completamente nel lavoro, seguendo una struttura precisa; ma a un certo punto della giornata tutto si interrompeva, per lasciare spazio alla vita, alla famiglia, agli amici. Una separazione netta, da cui traeva nuova energia creativa.

Uno dei momenti più eloquenti dell’intera esposizione è la grande proiezione sul mare di Milo. Un’immagine panoramica e in movimento, davanti alla quale sono collocate due sedute. Lo sguardo è invitato a fermarsi sull’orizzonte, in un tempo dilatato che suggerisce contemplazione e raccoglimento. È uno spazio che chiede semplicemente di sostare.

Il percorso si chiude con il cinema e le opere colte — “Perduto amor”, “Musikanten”, “Genesi”, “Messa Arcaica”, “Gilgamesh”, “Telesio”, che ricompongono l’unità di una ricerca capace di attraversare linguaggi diversi, mantenendo una coerenza etica e spirituale riconoscibile. Un’arte che non conosce confini disciplinari, perché nasce da una visione integrata del sapere.

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Per Maria Emanuela Bruni, presidente del MAXXI, questa mostra rappresenta il primo passo di un programma più ampio dedicato a Franco Battiato, un’occasione per ripercorrere cinquant’anni di vita e di musica, restituendo le molteplici sfaccettature dell’artista: spirituale, umano, musicale, creativo. Non un’operazione nostalgica, ma un atto culturale che parla al presente.

Come ha ancora sottolineato Cristina Battiato, oggi più che mai i giovani hanno bisogno di ricordare quella “verticalità” evocata nei versi dello zio: la capacità di guardare oltre la materia, di evolvere come persone. 

“Un’altra vita” propone uno spazio di ascolto, di riconoscimento, di interrogazione. Ed è forse questo il segno più evidente della presenza ancora viva di Franco Battiato: la capacità di continuare a parlarci, chiedendoci con gentile fermezza di rallentare, osservare e scegliere consapevolmente la direzione del nostro sguardo.

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