di Alessia de Antoniis
Lungo viaggio verso la notte di Eugene O’Neill (Teatro Argentina, fino al 15 febbraio 2026) è uno dei classici del teatro statunitense del Novecento e resta, prima di tutto, un atto d’accusa. Non soltanto contro una famiglia, la sua, ma contro un’idea di Stati Uniti: il culto del denaro, l’etica proprietaria travestita da prudenza, la violenza silenziosa della ricchezza quando entra nell’amore, nella cura, nella memoria. È una tragedia che affonda le mani nel privato per far emergere una struttura sociale.
Qui il testo è rispettato. E proprio per questo il punto non può essere la fedeltà. La domanda è un’altra: che cosa fa la scena di quella fedeltà? Che tipo di esperienza produce? A che temperatura lavora? Perché una messinscena può essere impeccabile nelle parole e tuttavia non trasformarle in necessità.
La scenografia, bella e imponente, di Alessandro Camera — una casa resa gabbia prospettica, attraversata da sbarre oblique e dominata da una biblioteca-monumento, con tappeti che coprono il palcoscenico senza lasciargli respiro — dichiara fin dall’inizio la prigionia dei personaggi. È un’idea forte, persino naturale per questo testo. Ma quando l’idea diventa dispositivo totalizzante rischia di sostituirsi al lavoro, lasciando alla recitazione il compito di riempire il quadro. Tra quelle sbarre non si consuma il dramma: si assiste a una narrazione ingabbiata, spesso ingabbiata anche nel ritmo.
Il tempo. Non è la durata a essere un problema — O’Neill non è breve — ma l’inerzia che la attraversa. I silenzi non lavorano, non accumulano tensione, non spostano i rapporti di forza. Le pause cadono come punteggiatura, non come decisione. Non trattengono, non minacciano, non rilanciano: segnano il tempo. Il risultato è una lunga strada che non conduce nella notte ma, a tratti, nell’impasse. Non è il testo a mancare: è la sua temperatura. La durata non diventa consumo: diventa, troppo spesso, permanenza.
Anche la recitazione soffre di questa mancanza di pericolo. I dialoghi fra James (Gabriele Lavia) e Mary Tyrone (Federica Di Martino), soprattutto nel secondo atto, e nonostante la bravura di Lavia, rinunciano allo scontro e si adagiano nel lamento. Dove dovrebbe esserci attrito, c’è compianto. Dove dovrebbe esplodere il conflitto, resta una lamentazione circolare. La sofferenza resta più detta che vissuta. Ma quando il dolore non mette in pericolo chi lo pronuncia, rischia di diventare un racconto illustrato.
È proprio Mary il punto più delicato. In O’Neill la morfina non è spettacolo: è nebbia. Non chiede realismo illustrativo, non chiede segni da manuale; chiede progressione: l’anestesia che si fa assenza, lo slittamento percettivo, la distanza che si installa nel corpo e nel tempo della scena. Ma anche qui la dipendenza resta dichiarata più che costruita. La dissociazione non modifica davvero postura, ritmo, densità della presenza; e il dispositivo scenico, schermando i dettagli, appiattisce ulteriormente la metamorfosi fino a ridurla a un registro unico, più melodrammatico che frantumato. Mary dichiara il tormento, ma fatica a incarnarne la trasformazione.
Il dramma familiare, premiato con il Pulitzer, rischia così di ridursi a una sequenza di stati d’animo: molta enunciazione, poca necessità.
Dentro questo impianto, però, i figli reggono la scena. Jacopo Venturiero costruisce un Jamie credibile: nervo, corrosione, quella vitalità storta di chi ha imparato a sabotarsi prima ancora che a vivere. Ian Gualdani è il migliore: il suo Edmund è essenziale e rigoroso, l’unico che attraversa il dolore senza addolcirlo. E Beatrice Ceccherin, Cathleen, introduce un controtempo prezioso: vivace e fresca, è la sola che fa respirare per un attimo l’aria rarefatta della casa-prigione, senza trasformare la leggerezza in macchietta.
Lungo viaggio verso la notte è un testo che non chiede solo rispetto: chiede che la scena si lasci consumare, non scorrere. Non invoca effetti, ma rischio. Metterlo in scena senza attraversarne fino in fondo il conflitto significa tradirlo con educazione. E l’educazione, in teatro, è spesso una forma elegante dell’addomesticamento.
Non basta la grande drammaturgia. Non basta la durata. Non basta il prestigio di un palcoscenico e di un grande nome del teatro italiano. Il teatro comincia quando qualcuno — attore, regista, scena — rischia qualcosa. Qui, purtroppo, io non l’ho visto.
Teatro Argentina (Roma)
4–15 febbraio 2026
Lungo viaggio verso la notte di Eugene O’Neill
Traduzione Bruno Fonzi – Adattamento Chiara De Marchi
Regia Gabriele Lavia
Con Gabriele Lavia (James Tyrone), Federica Di Martino (Mary Tyrone), Jacopo Venturiero (Jamie), Ian Gualdani (Edmund), Beatrice Ceccherin (Cathleen)
Scene Alessandro Camera – Costumi Andrea Viotti – Musiche Andrea Nicolini – Luci Giuseppe Filipponio – Suono Riccardo Benassi
Produzione Effimera / Fondazione Teatro della Toscana
