Sanremo, Area Sanremo e major

Il potere è nella filiera. Dopo due giorni di Festival, ne parliamo con il produttore discografico Gianni Testa

Gianni Testa è produttore discografico, fondatore di Joseba Publishing e già membro della commissione di Area Sanremo - intervista di Alessia de Antoniis
Gianni Testa è produttore discografico, fondatore di Joseba Publishing e già membro della commissione di Area Sanremo
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

26 Febbraio 2026 - 19.00


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di Alessia de Antoniis

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Una volta Sanremo era Sanremo. Il Festival della canzone italiana. Da alcuni anni sembra più il festival degli outfit, ascolti, share, streaming record. Soprattutto, sembra essere il festival delle major.

Gianni Testa è produttore discografico, fondatore di Joseba Publishing e già membro della commissione di Area Sanremo. Osserva il Festival da una posizione particolare: non dalla platea né dal backstage glamour, ma dal punto esatto in cui talento, mercato e regolamento si incontrano. O si scontrano. E mentre Sanremo è in pieno svolgimento, mette in discussione proprio l’assetto attuale di Area Sanremo, il ruolo delle major, l’impatto dello streaming e la trasformazione della discografia da produzione artistica a macchina di marketing.

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Ne emerge una riflessione netta: se il potere è ormai nella filiera, cosa resta alla musica?

Uno dei nodi è che Area Sanremo ha oggi le stesse regole di Sanremo Giovani. Cosa cambia rispetto a prima e cosa si perde?

Area Sanremo nasce come l’Accademia di Sanremo, tanti anni fa, come avamposto per gli artisti indipendenti che volevano iscriversi al Festival senza avere alle spalle un’etichetta, un produttore o un manager. Il sogno americano: chiunque poteva provarci, a patto di essere libero da contratto.

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Da quando Amadeus prende in mano anche Area Sanremo, la commissione che seleziona per Sanremo Giovani diventa la stessa che seleziona per Area Sanremo, e i candidati possono provenire anche dalle major. Risultato: le major suddividono i loro artisti tra i due canali e alla fine, inevitabilmente, hanno la meglio su chi arriva dall’indipendenza più assoluta.

Il potere non è più nella musica: è nella filiera?

È nella filiera, e lo è già da tempo. Le major oggi non lanciano talenti, certificano percorsi già fatti altrove. Prima ancora di ascoltarti, ti chiedono i numeri su Spotify. Se non li hai, non esisti.

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Cosa si perde quando due canali – Area Sanremo e Sanremo Giovani – diventano di fatto un percorso unico?

La verità della musica. Nell’indipendenza c’è sempre stata la ricerca, c’era chi prendeva un artista dal nulla e lo coltivava per anni. Oggi non c’è più questo. E si vede: c’è una grande confusione, artisti che fanno numeri incredibili ma che, tolto l’autotune, a malapena reggono due note di fila.

Chi viene penalizzato in questo sistema?

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Il diverso. Quello più originale. I ragazzi sono abituati ad ascoltare un certo tipo di musica, quindi viene premiato chi ha il muscoletto giusto e la faccia da gangster, non chi è un Lucio Corsi. Che non a caso ci ha messo 35 anni per arrivare al Festival, e solo perché Caterina Caselli se n’è accorta. Il problema di oggi è questo: Brunori non è arrivato giovanissimo al primo Festival di Sanremo. E magari molti tra quelli che ci sono quest’anno hanno fatto un brano di successo e sono riusciti ad arrivare a Sanremo da Big: mi sembra un po’ eccessiva come cosa, no?

L’artista vero, in questo sistema, è strutturalmente svantaggiato?

L’artista vero passa la giornata sul pianoforte a scrivere, a lavorare in studio, a fare concerti. Non ha il tempo di stare su Instagram, TikTok, a costruire l’hype. Beethoven studiava 8-10 ore al giorno. Oggi il sistema premia chi non salta un post su TikTok.

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Cosa servirebbe per trasformare una visibilità improvvisa in carriera?

Lavorarci per tempo. La carriera si costruisce, si progetta: è come una casa, prima fai le fondamenta, poi i pilastri, poi i mattoni. Se ti ritrovi un grattacielo costruito dalla sera alla mattina, senza basi solide, al primo vento crolla. Il problema di molti artisti che esplodono a Sanremo è che non hanno un secondo brano pronto, non hanno un disco pronto. Quel successo non è costruito, non è sudato, e finisce il giorno dopo.

Cosa cambieresti dell’ecosistema di Area Sanremo?

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La rivedrei completamente. Prima di tutto, reintrodurrei le tre categorie di Baudo: nuove proposte, emergenti, big. Oggi c’è una confusione totale. E abbassare il limite d’età a 26 anni, quest’anno l’hanno corretta a 29, è un errore. Gabbani ha fatto Sanremo Giovani (ha vinto Nuove proposte nel 2016 – nda) a 35 anni, come tanti altri. Lucio Dalla ha fatto 8 dischi, non 8 canzoni, prima del primo disco di successo. Alex Britti, Ligabue hanno sfondato tardi. A 25 anni sei ancora nella fase dello studio, della scoperta. A 28-30 sei maturo per arrivare e restare.

Una volta era tutto RCA. È tanto diverso dalle major di oggi?

Assolutamente sì. Nella major di oggi gli artisti firmano tutto loro: guardiamo in quanti firmano i pezzi e chi firma i pezzi. Prima l’artista era il cantante e dietro aveva l’autore, il compositore, il produttore, l’arrangiatore. C’erano vari ruoli: ecco perché arrivavano più schermati e più maturi, perché avevano una squadra alle spalle che li tutelava e li faceva crescere. Guarda la carriera di Mimì, con i brani di Maurizio Fabrizio. Oggi la squadra ce l’hanno, ma è completamente diversa: è gente che li aiuta a spingere la carriera, non a crearla, a consacrarla. Dalla produzione sono passati al marketing.

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E il Comune di Sanremo, che ruolo ha?

Un ruolo che ha abdicato. Prima Area Sanremo era gestita autonomamente tramite la Sinfonica, con una commissione di esperti — Massimo Cotto, Vittorio De Scalzi, Andy dei Bluvertigo, Petra Magoni, il maestro Campagnoli. Musicisti veri. Poi il Comune ha ceduto tutto alla Rai, anche quei due miseri posti di Area Sanremo. E da quando è tutto accorpato, stranamente, nessuno si permette più di dire una parola.

Lo streaming ha cambiato anche la logica delle major?

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Le major si stanno guardando le spalle da quando esiste Spotify. Prima guadagnavano sui dischi, oggi guadagnano dal management. Spotify paga 0,002 centesimi ad ascolto: per arrivare a 10-20mila euro devi avere milioni di stream. E nel frattempo, siccome chiunque può autodistribuirsi tramite DistroKid o TuneCore, ogni settimana escono decine di migliaia di brani. L’accesso aperto ha creato un collo di bottiglia: anche le cose belle, fatte da artisti indipendenti di valore, non trovano più spazio. Prima il disco lo compravi, lo pagavi, te lo tenevi, te lo ascoltavi e riascoltavi. Diventava un pezzo di te. Oggi un brano lo ascolti una volta, due volte e vai avanti: non hai il tempo di innamorarti. La musica è diventata consumo, non più amore per l’arte. È come un post su Instagram.

Le major non l’hanno visto arrivare?

All’inizio hanno ignorato Spotify. Poi ci hanno pubblicato. Poi, quando Spotify è diventato più potente di loro, ne hanno comprato le quote. Oggi le major sono partner di Spotify.

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Qual è la cosa che il pubblico non vede, ma che decide se un artista durerà più della settimana del Festival?

Il pubblico non vede gli artisti bravi che non arrivano a quel palco: quello è il grande problema. Se un artista dura dipende da quanto investimento c’è su quell’artista, se ha un altro brano forte come il primo. Quanti vincitori di X Factor, Amici, ci siamo già dimenticati? Non parlo di finalisti, ma di vincitori. Hanno avuto un successo boom, spente le luci della televisione sono spariti.

Una norma che introdurresti?

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Che si torni a dare la possibilità a tutti di arrivare ai grandi palcoscenici con la propria bravura e il proprio talento, senza dover appartenere a una grande famiglia.

Chi ha un’etichetta discografica dovrebbe evitare Spotify e trovare canali di pubblicazione alternativi: tornare al disco, al vinile, o a piattaforme proprie dove vendere i brani anche a un euro l’uno, come faceva iTunes. Un euro ha senso. 0,002 centesimi no.

Dipende dalla Rai, dalle major e dal Comune di Sanremo?

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Un po’ da tutti e tre.

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