di Rock Reynolds
Di gialli, mystery, thriller, noir, polar – o come preferite chiamarli – ne ho letti tantissimi. Nella prima adolescenza, da quando scoprii il piacere vagamente proibito della letteratura per adulti, per svariati anni feci un’immersione completa nel genere, concedendo spazio solo a qualche biografia di questa o quella rock band e divorando classici internazionali, in larga parte britannici: Agatha Christie, Dorothy L. Sayers, Arthur Conan Doyle, George Simeon, Edgar Wallace, John Dickson Carr e via di seguito. Poi, venne un periodo di riflessione, sotto i colpi di quei cliché di cui il successo e la sovrabbondanza dei romanzi polizieschi aveva saturato la categoria. Ma, nel tempo, ci sarebbero state altre incursioni in quella forma di letteratura – a lungo e, spesso, erroneamente, tacciata di superficialità – e, di quando in quando, mi sarebbe capitato di imbattermi in una perla. Succede tuttora, fortunatamente.
Abbandonate le amate ma pure abusate atmosfere gotiche – perfette come fondale per storie fosche – il giallo internazionale ha iniziato a proporre avventure delittuose in scenari talvolta antitetici rispetto alle vicende che si volevano raccontare, come se la bellezza e la serenità di un luogo e la normalità apparente di certe relazioni potessero far ancor più lievitare, nel contrasto stridente, la tensione e il senso di tragedia incombente.
Stavolta, l’’improbabile ambientazione è Three Pines, una frazioncina del Quebec, Canada, come ce ne sono tante, a prima vista sonnolenta e distante anni luce dalle brutture del mondo moderno, incastonata com’è tra colline verdeggianti di conifere, un quadretto di estasi bucolica.
Il romanzo in questione è Rivelazione (Einaudi, traduzione di Alessandra Montrucchio e Carla Palmieri, pagg 587, euro 17) di Louise Penny, una scrittrice dell’Ontario che ha colto nel segno con la creazione dell’ispettore capo Armand Gamache, una sorta di filosofo che, più che fare domande, preferisce osservare e ascoltare. E di suoni – oltre che di parole – i boschi rigogliosi del Quebec ne trasmettono tanti, insieme alle immancabili attrazioni e vibrazioni delle natura selvaggia, che pare in serena simbiosi con la piccola, vivace comunità umana del luogo. È, naturalmente, una serenità di facciata: la scoperta del cadavere di uno sconosciuto, ucciso brutalmente con un corpo contundente, dopo lo shock iniziale, scalfisce soltanto la patina di rispettabilità e beatitudine regnante a Three Pines. Che il cadavere venga rinvenuto all’interno dell’ospitale bistrot di Three Pines, gestito da una coppia amatissima di uomini – soci in affari ma pure partner nella vita – enfatizza fin dall’inizio il senso drammatico della storia. Il bistrot è il cuore pulsante del paesino, una sorta di casa aperta a tutti, con gli aromi invitanti e accoglienti della sua cucina e gli arredi semplici ma di gran gusto. Lo frequentano grandi e piccini, professionisti e artisti, viandanti e persone del luogo. E, naturalmente, c’è una folta foresta che avvolge ogni cosa in un abbraccio che, giorno dopo giorno, si fa più soffocante, celando con la sua ombra spettri di un passato lontano che, lentamente, tornerà a galla. Perché, è noto, in un giallo che si rispetti segreti e peccati non possono che affiorare.
Louise Penny è maestra nell’arte della costruzione dei dialoghi e della creazione di personaggi a tutto tondo. Malgrado abbia dato alle stampe una ventina di romanzi della serie dell’ispettore capo Armand Gamache, confesso che non mi era ancora capitato di leggerne uno. E dire che ne è stata già tradotta una dozzina in italiano. I debiti di riconoscenza letteraria sono abbastanza evidenti, ma mai al punto da far pensare al lettore di essere in presenza di un tributo aperto. Anche questa è una virtù non da poco. All’autrice sta decisamente più a cuore perché sia stato commesso un efferato delitto rispetto a chi se ne sia macchiato. E il garbo regna sovrano, persino nelle pagine in cui la suspense e la tensione narrativa sono allo zenit.
Non so se esista realmente uno stile canadese di scrittura. Non se nemmeno se esista un verso stile di vita canadese. Eppure, i canadesi a loro modo manifestano grande senso di appartenenza alla loro nazione e, ancor più – soprattutto negli ultimi anni – grande orgoglio nel rivendicare una natura nordamericana dai contorni diversissimi rispetto allo spirito degli Stati Uniti.
Se non ci si fosse messo, come talvolta gli capita di fare, Donald Trump, con la sua voglia di stizzire chiunque, a partire dal pacioso vicino di casa, il Canada difficilmente avrebbe investito tanta enfasi nella sottolineatura dell’amor patrio. Non che non ne avesse, ma, semplicemente, il cosiddetto “understatement” è il tratto per eccellenza dell’essere canadesi. Insomma, l’esatta antitesi della boria autocelebrativa statunitense. A tal riguardo, non fosse che non è mai stato tradotto in italiano, consiglierei caldamente la lettura di How to be a Canadian, un godibilissimo pamphlet dei fratelli Will e Ian Ferguson, un’ode autoironica a pregi e difetti del popolo canadese, quasi sempre esaltati nel contrasto con le analoghe caratteristiche del popolo statunitense. Un esempio? La birra, cos’altro? Quella canadese può dirsi tale, quella dei vicini USA, invece, non è altro che piscio.
È risaputo che Donald Trump ha espresso la volontà di annettersi la Groenlandia e, se non ha detto esattamente le stesse cose riguardo al Canada, è solo perché è convinto – quantomeno ha dichiarato di esserlo – che il popolo canadese non veda l’ora di convolare a giuste nozze con gli Stati Uniti, di cui diverrebbe a buon titolo il 51° stato. I canadesi che si mettono la mano destra sul cuore e che cantano lo “Star Spangled Banner” oppure recitano il “Pledge of Allegiance”, cioè il giuramento, di fronte all’Old Glory, la bandiera a stelle e strisce, non ce li vedo proprio. Posto che considerano i vicini statunitensi un popolo di bruti inquinatori, la semplice idea di prendere in esame una fusione del Canada con gli USA è un’assurdità bella e buona. Lo ha detto lo stesso presidente Mark Carney, invitando senza troppi preamboli Trump a pensare ai guai del suo paese e a lasciare che a quelli del paese degli aceri pensino i canadesi.
Non che il Canada non abbia macchie da mondare. Nel 2021, in una remota località della British Columbia, fu scoperta una fossa comune contenenti i resti di oltre 200 bambini nativi, morti di stenti e abusi in uno dei tanti collegi religiosi creati sul finire dell’Ottocento per strapparli alle famiglie e assimilarli agli usi e costumi della “civile” società dei bianchi, in tal modo sottoponendoli a violenze fuori da ogni controllo. Tale scoperta scoperchiò un pentolone di nefandezze inenarrabili, un sistema vero e proprio di illeciti che accosta il Canada ad altri paesi post-coloniali come, per esempio, l’Australia.
Ma torniamo a Donald Trump: è noto che non è propenso a fare passi indietro, nemmeno di fronte all’evidenza. Per questo, all’inizio del suo secondo mandato presidenziale, Trump ha fatto un annuncio volto a stizzire il pacato vicino di casa. La Haskell Free Library and Opera House è un’istituzione costruita appositamente nel 1904 sul confine tra USA e Canada, nella località di Rock Island, e dichiarata patrimonio comune, una sorta di luogo franco di cultura, accessibile liberamente da entrambi i lati del confine. Trump ha vietato nel 2025 ai cittadini canadesi di entrare dall’ingresso principale se non dopo aver superato una dogana statunitense. Il Canada ha reagito creando un ingresso alternativo dal proprio lato e lanciando una sottoscrizione pubblica a cui proprio Louise Penny ha contribuito in modo determinante. Così facendo, deve aver irritato non poco il tycoon, che peraltro non avrà particolarmente gradito il romanzo Stato di Terrore – uno spinoff della serie di Gamache in cui l’ispettore capo svolge un ruolo minore – scritto a quattro mani dalla Penny con l’odiata Hilary Clinton.
