Cuba sospesa tra crisi e futuro: nel romanzo di Jorge Enrique Lage un’isola che rischia di sparire

Nel romanzo L’autostrada: the movie, Jorge Enrique Lage racconta una Cuba distopica, tra crisi reale, influenza americana e resistenza culturale degli scrittori contemporanei.

Cuba sospesa tra crisi e futuro: nel romanzo di Jorge Enrique Lage un’isola che rischia di sparire
Jorge Eneique Lage
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18 Marzo 2026 - 23.38


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di Rock Reynolds

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Qualcuno dice che, da quando Donald Trump si è nuovamente insediato alla Casa Bianca, il mondo non sa più cos’è la noia. Sarà, ma ho la sensazione che in tanti oggi baratterebbero la tragica instabilità da lui promossa in cambio di una solenne calma piatta.

Come spesso accade, sono gli artisti, non gli statisti (in realtà sempre meno) e non certo i politicanti, a cogliere lo spirito del tempo. E quale luogo meglio di Cuba, da sempre spina nel fianco di qualsiasi amministrazione statunitense, potrebbe regalarci forme d’arte che rappresentino perfettamente il momento? Donald Trump a più riprese ha detto che l’isola tornerà presto nella sfera di influenza di Washington. Non ci stupirebbe che voglia farne il polo alternativo alla Gaza del futuro per lo svago dorato degli americani danarosi. Insomma, che intenda riportare la lancetta del tempo ai giorno gloriosi in cui la Cuba di Fulgencio Batista era l’abbeveratoio, la casa da gioco e quella di tolleranza dei gozzoviglianti abbienti a stelle e strisce.

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L’autostrada: the movie (Ventanas, traduzione di Laura Putti, pagg 199, euro 16), di Jorge Eneique Lage, è un romanzo che di certo non ha nel mirino le intemerate di Trump, essendo stato pubblicato nel 2014, ma che preconizza le storture che, dopo un breve periodo di “pax obamiama”, si sarebbero ripresentate. Attraverso pensieri scritti quasi come aforismi e spezzoni allitterati di dialogo, l’autore colloca due personaggi stralunati – il narratore e l’Autistico – sul percorso su cui verrà costruito il collegamento stradale tra la Florida e Cuba, un’autostrada che più che un’arteria di trasferimento rappresenterà il ripristino di un cordone ombelicale mai del tutto troncato. È un racconto solo in apparenza strampalato, tra macerie fisiche e simboliche di popoli e culture cancellati dalla mappa del tempo.

Abbiamo chiesto a Davide Barilli di parlarci di questo romanzo e dello stato della cultura cubana in questo momento difficile in cui l’isola è più che mai strangolata dalle sanzione imposte dagli USA. Barilli è un profondo conoscitore e studioso della letteratura cubana ed è a sua volta, uno scrittore di vaglia. Segnalo in particolare il romanzo Le cere di Baracoa (Mursia) e Cuba. Altravana (Giulio Perrone Editore) e Bestiario Habanero (Oligo Editore), due guide per muoversi tra i luoghi, le tradizioni, la storia e la cultura dell’isola.

Da attento conoscitore della cultura e della letteratura di Cuba, cosa l’ha colpita del romanzo L’autostrada: the movie?

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«Lage fa parte della cosiddetta Generacion 0, ovvero di quel gruppo di narratori che hanno iniziato a pubblicare all’inizio del nuovo millennio. Si tratta di scrittori che per età non hanno vissuto la rivoluzione e che anzi se ne sono staccati, allontanandosi dai rischi dell’apologia e della propaganda per dedicarsi a un approccio prevalentemente letterario, molto legato alla cultura del postmoderno americano, in grado di comunicare messaggi anche molto forti attraverso la metafora. L’Autostrada: the movie è un romanzo che racconta una grande trasformazione, un mondo che boccheggia in bilico tra un paesaggio post apocalittico, che immagina – con grande anticipo –  quello che potrebbe accadere fra non molto a Cuba, un grande caos tra il mondo che ci siamo lasciati alle spalle e quello che sarà. Un luogo di macerie e citazioni che diventa un non luogo, laddove la metafora della gigantesca autostrada che tutto spiana e invade fa pensare alle ideologie totalitarie. Il tutto sempre nel segno della contaminazione, tra alto e basso, mistificazione e incubo, tragedia e risata grottesca. La scrittura di Lage è come un gioco, un video game, che interagisce con icone pop, un caravanserraglio in versione cyberpunk, frenetica, pynchoniana che fa pensare al racconto di Cortázar La autopista del sud, una satira del capitalismo traboccante in cui sfila una truppa carnevalesca di personaggi stravaganti che non smettono di camminare su un’autostrada interminabile. Il mondo di Lage è un mondo frammentato, delirante, in cui non resta altra opzione se non quella della fuga spaventata e grottesca al tempo stesso dal senso e delle logiche tradizionali.»

So che ha contribuito a far conoscerne l’autore Jorge Enrique Lage. Com’è successo?

«Sono amico di Ahmel Echevarria, uno dei protagonisti del gruppo letterario Generacion 0. È stato lui a parlarmi per primo, parecchi anni fa, del romanzo di Lage: mi raccontò che si trattava di un libro che segnava una spaccatura radicale nella narrativa cubana odierna. Leggerlo e percepirne la portata deflagrante è stato un tutt’uno. Era uscito nella Colección G, una collana di nicchia, nata attraverso le iniziative del Centro de Formación Literaria Onelio Jorge Cardoso in collaborazione con Ediciones Cajachina. Il romanzo, mi hanno raccontato amici scrittori cubani, ha avuto un iter molto frequente a Cuba. Letto dai letterati, mitizzato ma quasi introvabile, destino di molte proposte fatte uscire quasi clandestinamente da case editrici indipendenti, che pubblicano autori scomodi: i loro libri non si vedono e vivono attraverso il passaparola. Anche i libri di autori molto famosi a livello internazionale a Cuba hanno tirature basse, a causa della carenza di carta, con rare possibilità di ottenere una ristampa. Non ho mai incontrato Lage a Cuba perché prima di andarsene in Spagna viveva sotto traccia nel proprio Paese, preda della depressione e dell’isolamento, ma avevo continuamente notizie di lui dai suoi amici. Si era creata intorno al suo nome una sorta di aurea misteriosa, segreta. A mia volta ne ho parlato a Laura Putti che, per la sua casa editrice Ventanas, stava cercando voci inedite in Italia. Putti è una grande cultrice di letteratura sudamericana e cubana in particolare. Ha iniziato traducendo un libro introvabile come L’angelo di Sodoma di Alfonso Hernández Catá poi, una volta dato vita a Ventanas, ha pubblicato L’Avana mi parla di un classico come Anton Arrufat e Morte all’Avana di Ruben Gallo. E ora presenta Lage, in un momento giusto in cui l’interesse per la narrativa cubana sembra crescere a seguito della terribile situazione che sta vivendo il Paese.»

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Gli USA sono ossessionati dal modello alternativo che Cuba rappresenta e cercano di avversarne l’influenza culturale. Quanto il governo cubano osteggia la cultura a stelle e strisce (sempre che la osteggi) e quanto i cubani riescono comunque ad abbeverarsene?

«Attraverso la letteratura, grazie alla metafora, puoi raccontare ciò che non avrebbe normalmente accesso. È una delle prime cose che mi confidò uno degli amici scrittori cubani che conobbi a fine anni Novanta nel giardino tropicale della Uneac, chiamato l’huron azul, durante uno dei miei primi viaggi nell’Isla. Venuto meno il discrimine fra realismo hemingwayano per un verso e barocco – o real maravilloso – per l’altro, lasciati alle spalle gli anni dell’epica rivoluzionaria e quelli del ripiegamento di chi dentro al sistema è cresciuto, superata l’epoca del realismo sucio e dei novissimi, i protagonisti della Generacion 0, da Orlando Luis Pardo Lazo a Enrique George Lage, da Ahmel Echevarria a Osdany Morales, anche grazie alle aperture conseguenti a una comunicazione più agevole, tra blog e accesso a internet, hanno dato vita a un periodo di trasformazione e di fluidità caratterizzato dal tentativo di internazionalizzare la narrativa isolana. Oggi, a Cuba, l’intellettuale e l’artista sono più liberi rispetto al passato, esiste uno spazio in cui raccontare: musica, teatro e letteratura riflettono di più la realtà del Paese e non sono condizionati dall’esigenza di idealizzarla. Tornando agli scrittori, alcuni di loro, grazie all’uso dei social sulla rete che oggi è meno proibitiva di un tempo dal momento che tramite whatsapp si sono creati gruppi, stanno facendosi conoscere all’estero e riescono a strappare contratti per la traduzione dei loro libri. Oggi, a maggior ragione, ci sono scrittori giovani che per far sentire la propria voce pubblicano sul web. Altri raccontano Cuba parlandone da fuori. Altri ancora ambientano le loro storie a New York o in Russia. Altri indagano la realtà metaforicamente, attraverso la science fiction.»

Ne L’autostrada si parla di un ponte che sta per essere costruito tra la Florida e Cuba, una sorta di cancellazione di Cuba stessa, una sua inglobazione nella sfera culturale americana. Quanto spaventa l’isola che tutto ciò si concretizzi?

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«La cultura, spesso la subcultura, americana è già presente a Cuba da tempo. Cuba, in realtà, è da sempre fortemente intrisa di America. La dice la sua storia. Dopo la rivoluzione il governo ha cercato di arginare questa presenza invadente. Ma senza riuscirci. Basti pensare alle parabole illegali con cui anni fa si captavano i canali televisivi Usa. Nonostante il bloqueo, ancor oggi molti prodotti americani – il pollo, in primis – sono presenti nelle case di chi può permetterseli. Il rapporto con gli States, si sa, è lungo, complesso e molto ambiguo. Di questi tempi gli Usa per molti cubani specie fra le giovani generazioni rappresentano un’opportunità di vita, con aspettative migliori dal punto di vista economico. Una sorta di Eldorado da sognare a poche miglia di distanza dall’isola. Oggi però tutto è deflagrato a causa delle politiche di Trump che potrebbero causare un disastro. Apparentemente a Cuba l’idea di essere nuovamente inglobati nella sfera di influenza statunitense viene vissuta senza sfumature. O di qua o di la. In realtà molti vorrebbero riforme radicali da parte del governo, senza cambiare i valori della rivoluzione. Il cubano vuole essere padrone della propria storia e non tollera chi vuole usurparla. Negli ultimi anni si è però creata una forbice sempre più preoccupante tra chi incassa moneta forte e chi sopravvive con il pesos. Eppure resiste. Resta una vita sotto metafora. L’unica possibile per chi cerca di barcamenarsi. Medici che si trasformano in guide turistiche, scrittori che raccontano storie utilizzando l’immaginazione per narrare il reale. La vera nuova rivoluzione è proprio la metafora, oltre alla forza di resistere con spirito di sopravvivenza e sopportazione alle implicazioni internazionali e a quelle interne. Occorre però superare il relativismo che sta destabilizzando il Paese, una visione miope che sta creando una spaccatura profonda e forti reazioni popolari dal lato opposto. Generando sempre più la perdita di valori condivisi. L’approccio trumpiano, però, ha paradossalmente ricompattato l’orgoglio cubano.»

Lage è uno scrittore “trasversale” e il suo romanzo è poco convenzionale. Ma leggendo la raccolta di racconti cubani da lei curata per Nuova Editrice Berti, ho capito che l’universo culturale cubano è ampio. Che idea se ne è fatto?

«Fernando Ortiz chiama ajaco il minestrone che caratterizza la cubania. Il bianco e il nero, il lutto e la danza, l’orrore e la meraviglia. Questa è Cuba: la mezcla, l’intruglio di opposti che si innervano come vasi comunicanti formando un tutt’uno, ovvero una radice in perenne trasformazione. La letteratura ne è una dimostrazione evidente. In quel libro abbiamo presentato tre autori diversi per appartenenza geografica e culturale, ma della stessa generazione, in grado di raccontare dal di dentro, senza schermature ideologiche, la realtà di un Paese complesso e stratificato come Cuba, da Cienfuegos a Mayari, fino a La Habana, in un periodo particolare come il cosiddetto “periodo especial en tiempo de paz”. Era il 2013, quando mi ero messo in testa il progetto: fare conoscere in Italia narratori di Cuba mai tradotti nel nostro Paese, autori che non rientrassero nell’establishment ma neppure nelle mode, ideologiche o controideologiche: quelli che cercavo erano autori autentici, scrittori di qualità indiscutibile. Un progetto che ho organizzato con l’aiuto di un altro scrittore cubano, Alberto Guerra, il quale ha coinvolto Gala e Emerio Medina. Ne è nata, dopo un lungo lavoro di scelta dei testi che ha coinvolto il sottoscritto e l’editrice Cecilia Mutti che successivamente ha pubblicato un altro libro di Gala, intitolato Verde limone 

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Il suo interesse per la narrativa cubana si è poi sviluppato con una collana che ha ideato e dirige per l’editore Oligo. Da curatore di diversi libri di autori cubani contemporanei, quali le sembrano particolarmente interessanti e perché?


«A parte i classici, da Carpentier a Lezama Lima, da Cabrera Infante a Gutiérrez, da Arenas a Padura, vanno letti i giovani, come Hamel Echevarria, Osdany Morales, Jorge Enrique Lage. Ci sono tanti scrittori e scrittrici bravissimi, ma in patria fanno fatica a pubblicare. La gran parte oggi pubblica grazie agli eBook perché manca la carta. Anche per questo ho ideato e realizzato per Oligo Editore, grazie all’entusiasmo di Giulio Girondi e Giada Scadola che hanno creduto al progetto, una collana che si occupa esclusivamente di narrativa contemporanea cubana. Un unicum in Italia. Finora abbiamo pubblicato quattro libri. Volumetti graficamente raffinati, da bolsillo (da tasca), non più di 100 pagine, per presentare al lettore italiano una Cuba inedita, al di là di ogni ideologia o controideologia, attraverso le storie di autori per nulla o poco conosciuti nel nostro Paese. Il progetto va a coprire uno spazio attualmente scoperto: in Italia, come dicevo, non esistono collane di narrativa cubana contemporanea. Presentiamo autori viventi, di varie generazioni. In tale ottica, oltre a individuare titoli e autori fra scrittori consolidati, vincitori di importanti premi, effettueremo una sorta di scouting indirizzato a giovani autori esordienti o semi esordienti andando a pescare tra le promesse, alcune delle quali proposte delle edizioni La Luz, legata all’associazione Hermanos Saiz.

I primi titoli sono Fine del cammino di Ariel Fonseca Rivero, giovane scrittore di Sancti Spiritus e Laggiù dove brucia il fuoco dell’habanero Nelson Perez Espinosa. Quella di Fonseca è una Cuba dolente e amara. Il trentottenne scrittore di Sancti Spiritus, nato e cresciuto nella periferia cubana, ambienta nei tristi condomini in stile sovietico o nelle basse case unifamiliari di cemento il microcosmo della sua Cuba quotidiana. Solitudini di donne che lottano, soffrono, si disperano. Coppie logorate dal tempo e dalla povertà, fragili eroi della vita complicata dei cubani. È una letteratura diretta, paratattica, snodata su una corda sgretolata sull’abisso. Quella di Fonseca è una scrittura carveriana debitrice del dialogare hemingwayano, un mantra assolato e assoluto dell’esasperata ripetitività di voci colte in una quotidianità complicata.

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Tra pregiudizi, silenzi pieni di inquietudine e umiliazioni verbali, cresce l’insofferenza indifesa di chi è annichilito dalle battaglie della vita. In una Cuba sempre più con il portafoglio vuoto. Il secondo volume che abbiamo pubblicato è intitolato Laggiù dove brucia il fuoco, scritto da Nelson Pérez Espinosa. Tratti da Allí Donde el Fuego Arde – vincitore del premio David, patrocinato dalla UNEAC e dedicato ai libri inediti – i racconti di Nelson Pérez Espinosa ci immergono nell’atmosfera di un mondo sconosciuto ai lettori italiani. La Cuba in cui ci porta Pérez è quella della sua infanzia, lontana dall’Avana, immersa in un mondo contadino, di carbonai e pescatori della provincia di Camagüey. Storie che raccontano, tra leggenda e cronaca, vicende sorprendenti, in un contesto naturale in cui la violenza dello scenario si interseca a vicende sentimentali piene di dolcezza. Attraverso il suo realismo magico rurale, Nelson Pérez ci fa conoscere, con la sua voce epica, un mondo molto lontano dal realismo urbano.


Allí donde el fuego arde è una storia che fa appello a molti elementi della memoria affettiva di Nelson Pérez, ma è anche debitore di altri giganti della narrativa sudamericana, da García Márquez a Juan Rulfo, ma anche Faulkner o lo stesso José Martí, apostolo della Revolución cubana, sia per i temi che per le tecniche utilizzate, perché è un libro dove confluiscono tutti gli affluenti che hanno alimentato la sua vita, trascorsa per metà a Santa Cruz del Sur e per metà all’Avana. Lo scorso anno abbiamo pubblicato i libri di due autori molto conosciuti a Cuba, nati negli anni Sessanta. Lincon, la voce, di Alberto Guerra Naranjo, e La lunga notte, di Emerio Medina. Due autori di spessore, dalla vasta bibliografia, ma quasi del tutto sconosciuti in Italia. Il libro di Guerra ci fa immergere nella città delle grandi orchestre da ballo, delle folle oceaniche che affollavano cabaret e teatri. Un rincorrersi di memorie e vendette che da La Habana di oggi ci riporta in quella degli anni Settanta, in un rutilante caleidoscopio di storie vere e ipotetiche.

Un concerto di parole e immagini, tra miserie e ambizioni, sensi di colpa e storie individuali, intrecciate nelle tournée di un’orchestra habanera. Ma il libro che anticipa quasi profeticamente la cosiddetta “apagonlandia” odierna, ovvero la tragica situazione energetica, caratterizzata da interminabili blackout (apagon) causati dalla mancanza di combustibile e dalle centrali obsolete, è La lunga notte: nei suoi due racconti (il volume comprende anche “La partenza”), Emerio Medina ci presenta personaggi e luoghi di un’isola misteriosa di cui non conosciamo il nome, ma che si avvicina molto a Cuba. Metafore di una realtà distopica e oggettiva allo stesso tempo, tra percorsi inquietanti e incerti, in cerca di una salvezza che porta al Nulla, in un “No where” angosciante, questi racconti ci immergono nella natura spettrale di una tenebra labirintica, di una notte eterna, in un viaggio denso di trappole ed enigmi nella sensazione di essere separati dalla realtà convenzionalmente intesa. Due storie esemplari che riguardano la sopravvivenza della specie umana, il suo adattamento a un futuro poco promettente e la sua probabile evoluzione e cambiamento.

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La collana (il cui titolo è Azúcar) è illustrata con immagini di copertina appositamente realizzate sul posto dal fotografo Paolo Simonazzi con il quale, dopo aver collaborato al progetto “Mantua, Cuba”, ho lavorato a un’altra iniziativa fotografico/editoriale, “Habana, eventual” che prestissimo vedrà la luce. I primi libri della collana Azúcar sono approdati in anteprima alla Feria internacional del libro de La Habana del 2025, al Salone del libro di Torino e al Festival Encuentro di Perugia, il più importante appuntamento italiano dedicato alla letteratura ispano-americana. Quest’anno era tutto pronto per portare alla Feria internazionale del libro di Cuba un nuovo libro della collana, Strada desolazione, stavolta di un’autrice, Náthaly Hernández Chávez. Magnetici nel loro realismo malinconico che abbina rimandi surreali a luoghi di memoria, i racconti della giovane scrittrice nata a Matanzas nel 1994 sono tratti da La figura en el puente, Premio Celestino per il racconto 2023. Il libro riunisce, in cinque storie, tematiche che riguardano la difficile situazione dei giovani oggi nell’isola, affrontando temi come la morte, la disgregazione della famiglia, il suicidio, i problemi quotidiani nella Cuba di oggi.

Molti dei protagonisti dei testi sono giovani che vivono a Matanzas, la città dei ponti che unisce la Capitale a Varadero, l’altra faccia del turismo, simbolo dell’immagine più stereotipata dell’isola caraibica. Implicitamente presente nell’opera, la provincia di Matanzas diventa protagonista di questo libro per la prima volta tradotto in Italia. La decisione di rimandare a tempi migliori la Feria del libro, in un momento in cui a Cuba manca quasi totalmente l’elettricità, ci ha però purtroppo impedito di partecipare all’evento, ma confidiamo di poter tornare quando la situazione lo consentirà.»

Si tende a generalizzare quando si pensa a Cuba: Caraibi, sigari, salsa, rivoluzione e rum. Lei che con Cuba ha rapporti costanti e che a più riprese c’è tornato, che tipo di mondo vede?

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«Cuba è un capro espiatorio, un Paese accerchiato, simbolo di cosa significhi essere protagonisti e poi vittime degli sviluppi della storia, prima della colonizzazione spagnola, poi di quella statunitense, strangolata da uno scandaloso bloqueo imperialista, infine vittima del crollo di un sistema, quello sovietico, che le aveva garantito un’esistenza sovrana ed economicamente dignitosa; da quel momento Cuba ha cominciato un percorso di sofferenza che il turismo ha solo alleviato in alcune fasi. È vero, ci sono state riforme, lente all’inizio, un po’ più convinte negli ultimi anni. Aperture economiche caute, spesso contraddittorie.

Oggi Cuba è un Paese costretto a importare: gran parte dei prodotti alimentari arrivano dall’estero, Cuba produce soltanto debito interno ed esterno. Un naufragio con spettatori, con molte comparse, con molti assenti: parlo dei sempre più numerosi cubani che se ne vanno in cerca di un futuro migliore. Il Paese negli ultimi tempi si sta svuotando, perdendo energie fresche, i giovani, senza possibilità di sostituirli perché Cuba è un Paese privo di immigrazione. Un Paese che sta garantendo sempre più faticosamente ai suoi cittadini quei valori (salute e educazione) che tutto il mondo ha ammirato. Negli ultimi anni si è creata una forbice sempre più preoccupante tra chi incassa moneta forte e chi sopravvive con il pesos. La nuova rivoluzione è stata a lungo rappresentata dalla forza di resistere con spirito di sopravvivenza e sopportazione alle implicazioni internazionali e a quelle interne. Occorre però superare il relativismo che sta destabilizzando il Paese, una visione miope che sta creando una spaccatura profonda e forti reazioni popolari dal lato opposto. Generando sempre più la perdita di valori condivisi. Oggi a Cuba c’è chi si arricchisce sempre di più e chi fatica terribilmente a sopravvivere.»


Gli USA hanno sempre considerato Cuba il giardino di casa. Oggi, mi pare che Trump stia strangolando il Paese. Cosa significa per la cultura cubana? E si notano già opere che risentano di questa nuova realtà, del pericolo di un ritorno dell’isola sotto la sfera del controllo a stelle e strisce?

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«Gli scrittori cubani hanno fatto quadrato intorno alla decisione di rinviare a data da destinarsi la Feria internazionale del libro che doveva svolgersi come ogni anno a febbraio, con la Russia come Paese invitato. “Non è tempo di Festival letterari, non è tempo per la letteratura” aveva scritto in un post su Facebook lo scrittore Rafael de Aguila prima che il governo prendesse la decisione di rinunciare all’atteso appuntamento culturale. Una presa di coscienza che si riflette nella consapevolezza che oggi – in un Paese allo stremo, braccato, assediato come in una guerra medioevale, praticamente al buio – le urgenze sono altre. Cuba non può più permettersi di resistere alle condizioni attuali. Non è vero, come è stato scritto, che le rivoluzioni devono morire giovani. Ma è vero che le rivoluzioni devono evolversi. A costo di mettere in standby valori troppo immobilizzati dalla rigida pratica di un’ideologia. Quale che essa sia. Credo che, se ci sarà un cambio effettivo, esso produrrà una risposta importante nel mondo letterario, anche se le voci del dissenso già da tempo esistono e arrivano a Cuba. Voci a cui si aggiungeranno quelle di chi considererà una sconfitta un eventuale ritorno alla sottomissione yankee. La presenza dell’impero, incombente e a poche miglia, è sempre stata il termometro migliore per capire il destino di Cuba.»

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