di Alessia de Antoniis
La guerra di Troia potrebbe essere nata da una nuvola. Non da Elena, non dalla bellezza, ma da un’immagine scambiata per la realtà. Secondo una versione alternativa del mito, Elena non arrivò mai a Troia. Al suo posto giunse un eidolon, un simulacro d’aria creato dagli dèi. Una figura. Un’apparizione. Un errore percettivo abbastanza potente da generare una guerra.
Da questa crepa del mito prende forma nuvolario – Elena, presentato in anteprima a Primavera dei Teatri da Filippo Andreatta e OHT – Office for a Human Theatre. Un lavoro ancora in trasformazione, come dichiarato dallo stesso regista prima dell’inizio, e che sembra restituire una porzione concentrata di una ricerca più ampia dedicata alle nuvole come dispositivi di immaginazione e conoscenza.
In lingua inglese e affidato a Maria Isidora Vincentelli, lo spettacolo abita un dispositivo scenico essenziale: una nube artificiale, un microfono, una superficie blu che è cielo e fondale, un grande rettangolo luminoso sospeso nel buio. Lampada, finestra, schermo, frammento di firmamento, quella presenza luminosa finisce per diventare il vero centro gravitazionale della scena.
Più che raccontare Elena, Andreatta sembra interrogare il gesto stesso della rappresentazione. Il testo di Prathima Muniyappa non è un libretto ma una partitura. Alterna idrologia, farmacologia, mitologia e corpo in una sintassi che accumula per onde anziché per argomenti. Il ritmo è percussivo, a tratti incantatorio: “Cosa sa una linea della sete?” è la domanda che attraversa tutto il lavoro come un’acqua sotterranea. La scelta dell’inglese smette di essere una nota di produzione e diventa coerenza poetica: una lingua che non appartiene a nessun territorio, come la nuvola che non appartiene a nessuna mappa.
La nuvola diventa così il contrario della linea. La mappa il contrario del territorio. Il fiume il contrario della sua rappresentazione.
Uno dei nuclei più interessanti del lavoro emerge proprio da questa tensione. Pensare un fiume come una linea significa trasformare un organismo vivo in una sintassi controllabile. Pensare Elena come causa di una guerra significa ridurre una figura complessa a un racconto ordinato. La violenza evocata dallo spettacolo non coincide soltanto con il dominio, ma con il desiderio di classificare, delimitare, nominare.
In questa prospettiva il patriarcato, evocato più volte dal testo, non appare come tema isolato ma come una delle manifestazioni del pensiero lineare che attraversa l’intero lavoro. Elena, il fiume, la nuvola e il paesaggio appartengono alla stessa famiglia di cose che vengono fissate, interpretate e infine possedute.
Vincentelli attraversa questo paesaggio teorico senza trasformarsi mai in personaggio. Più che incarnare Elena, la lascia affiorare per stati successivi, come una presenza intermittente sospesa tra corpo, voce e materia atmosferica.
Resta la sensazione che la ricchezza concettuale della ricerca sia, almeno in questa fase, più ampia della sua traduzione scenica. Alcune intuizioni affascinano più di quanto riescano ancora a sedimentare teatralmente. Ma è forse una fragilità coerente con la natura stessa del progetto, che rifiuta la forma chiusa e preferisce muoversi in una zona di continua trasformazione.
Nel finale Vincentelli richiude le ali della grande lampada che per tutto il tempo ha dominato la scena. Il cielo artificiale si spegne. L’immagine scompare. Rimane il dubbio che attraversa l’intero spettacolo: quante guerre continuano a nascere quando scambiamo una forma per la realtà?
nuvolario – Elena – Primavera dei Teatri, Teatro Sybaris, Castrovillari – 28 maggio 2026 Durata: 50′ | Lingua: inglese Ideazione, regia, scena e scrittura: Filippo Andreatta Con: Maria Isidora Vincentelli Testo: Prathima Muniyappa Musica e suono: Davide Tomat Scenografo associato: Cosimo Ferrigolo Ricerca drammaturgica: Veronica Franchi Produzione: OHT – Office for a Human Theatre, La Contrada Teatro Stabile di Trieste e partner di progetto Foto: Angelo Maggio
