di Rock Reynolds
È una specie di ossessione nazionale, il prima e il dopo degli Stati Uniti moderni, lo spartiacque della loro storia contemporanea: la Seconda guerra mondiale che vide l’intervento militare massiccio del paese oltremare, sulle sponde opposte dei due oceani che lo lambiscono. Ma sono soprattutto il trionfo sul suolo europeo e l’annientamento della Germania nazista ad aver plasmato la nuova coscienza collettiva di una nazione che di slanci egemonici ne aveva sempre avuti e che, dal 1945 in poi, avrebbe aspirato a essere la potenza imperiale per eccellenza. Proprio quella guerra fu la prova generale della partecipazione praticamente a tutti i conflitti che da allora si sarebbero riproposti, spesso voluti e scatenati dagli USA stessi.
Molti, peraltro, sottostimano la portata epocale di quella guerra nel plasmare una coscienza collettiva paradossalmente più pacifista, una coscienza che avrebbe trovato la sua prima vera realizzazione rivoluzionaria con le proteste contro la guerra del Vietnam. Un doppio paradosso, dunque: una guerra mondiale in cui morirono decine di migliaia di militari di leva americani e una guerra locale nel Sudest Asiatico che creò enorme insoddisfazione in patria e portò alla cancellazione della coscrizione e alla creazione del più potente e ricco esercito professionista del mondo, con la conseguente cessazione di ogni reale protesta popolare.
Ma restano i ricordi indelebili di quei semplici cittadini che l’Europa contribuirono a liberarla e che lasciarono amici e compagni d’armi nei numerosi cimiteri militari americani di cui il nostro continente è costellato. Croci bianche identiche in una sorta di socialismo egalitario della morte.
Non sorprende, dunque, che ancor oggi qualche autore statunitense scriva un romanzo ambientato in quella guerra, magari in uno degli scenari in cui i soldati americani si trovarono alle prese con la più feroce opposizione dei tedeschi in rotta: la penisola italiana.
Non tutti sanno che quei militari di leva – reclutati nelle forze armate americane in vista di un loro impiego in Europa per liberare il continente dal giogo nazifascista – che ebbero la fortuna di fare ritorno a casa, riportarono in America oltre alla vita anche la nostalgia delle terre in cui avevano combattuto. Chi tra loro se lo poté permettere – una risicata minoranza – in Europa e, segnatamente, in Italia sarebbe tornato da turista, magari portandosi appresso la famiglia. Ecco come nacque il mito della Dolce Vita, un costrutto in larga parte romanzesco, concepito a uso e consumo del soldato americano e delle sue memorie di guerra.
Considerato che molti tra i più grandi narratori statunitensi transitarono sui nostri lidi al seguito delle loro forze armate in qualità di cronisti per le grandi testate del paese oppure di semplici militari con slanci narrativi insopprimibili, è più facile spiegare come il romanzo sulla Seconda guerra sia un classicissimo della narrativa a stelle e strisce. Chi non ricorda Dos Passos, John Steinbeck (La luna è tramontata), J.D. Salinger, Kurt Vonnegut (Mattatoio N. 5), Norman Mailer, Ernest Hemingway, Dashiel Hammett, Joseph Heller (Comma 22), solo per citarne alcuni?
Miracolo a Sant’Anna (Fazi Editore, traduzione di Adria Tissoni, pagg 271, euro 18) di James McBride è un romanzo di rara bellezza, una storia che si racconta con la chiarezza di un film e che un film è diventato, nella bella trasposizione fatta da Spike Lee, anche se il libro gli è due spanne superiore, come spesso succede.
Come scrive McBride, a testimonianza di quanto appena detto, «Gli splendidi monti toscani, che anni dopo avrebbero ispirato decine di entusiastici libri di viaggio, frutto dell’ammirazione di scrittori americani, non furono amichevoli con i soldati neri, ma brutali e scortesi, pericolosi e letali».
Siamo nel 1944, nei foschi giorni della ritirata delle truppe tedesche lungo lo Stivale, all’indomani della strage nazifascista di Sant’Anna di Stazzema, che fa da contorno sfumato alla vicenda, come se una tragedia di tale portata sia troppo agghiacciante per raccontarla in un romanzo. E ancora più inquietante è l’atmosfera che avvolge la vicenda narrata da James McBride perché tale eccidio vive solo nei ricordi sfumati di un bambino che vi ha suo malgrado assistito: un trauma indelebile.
Sam Train è un gigante di un reparto di soldati di colore che la bellezza dell’Italia e della sua arte e storia non avrebbe mai potuto conoscerla se non fosse stato spedito tra le Alpi Apuane a combattere un nemico spietato ma di cui, con i suoi scarsi strumenti conoscitivi, non sa granché. Sam, cresciuto nel retrogrado e segregato Sud degli Stati Uniti in una famiglia poverissima, è convinto di avere il potere di essere invisibile grazie alla testa di una statua di marmo trovata accanto a un ponte bombardato a Firenze, testa che si porta appresso come cimelio e come oggetto magico. Sam è talmente semplice da essere oggetto delle battute persino dei suoi compagni di reparto, di spessore intellettuale non certo elevatissimo. Quando decide di averne avuto abbastanza della guerra e di voler disertare, si imbatte in Angelo, un bambino gravemente ferito che ha perso i genitori e che è convinto di avere un amico che solo lui è in grado di vedere. La testardaggine di Sam e la parvenza di affetto che il bambino inizia a dimostrare a lui, che quel sentimento non lo ha mai conosciuto, cementeranno una relazione complicata, resa ancor più difficile da uno scenario bellico in rapida evoluzione. In fondo, «Nessun bianco gli aveva mai toccato il viso prima, né si era mai proteso per accarezzarlo con amore». Ma gli «italiani erano come i neri».
Miracolo a Sant’Anna evidenzia una capacità di analisi rara. Le sfaccettature delle relazioni interpersonali sono affrontate con una spietatezza disarmante. Ci sono soldati di colore che battibeccano tra loro, a testimonianza del fatto che gli uomini sono uomini a dispetto del colore della pelle: alcuni sono più istruiti di altri che, proprio per questo, guardano con una certa aria di superiorità. Ma poi sono compagni in uno scenario di guerra in cui non v’è peggior cosa che non fidarsi dei propri commilitoni. Ci sono pure superiori bianchi, animati da un razzismo ostentato senza veli. E che dire della popolazione locale, stanca della guerra ma arroccata su quella dicotomia tra fascisti e antifascisti che l’Italia si porta appresso tuttora? Che a metterla in luce sia un autore americanissimo rende questo romanzo ancor più straordinario. Anche perché gli stessi soldati tedeschi sono visti, a tratti, come i “neri” del regime, costretti a loro volta a rischiare la vita per una causa a cui ormai – siamo nel 1944, in fondo – non credono più neppure loro.
Sappiamo tutti che a Sant’Anna di Stazzema le nefandezze non furono compiute solo dai soldati tedeschi, ma che ad agevolarne la realizzazione furono spesso repubblichini aggregati alle forze tedesche se non, addirittura, spietati collaborazionisti locali che, dopo la guerra, spesso riuscirono a sottrarsi alle maglie della giustizia. Nel bellissimo romanzo di McBride non mancano personaggi di dubbia moralità, persino tra la popolazione locale.
I soldati neri che combattono sulle Alpi Apuane non si illudono e McBride non cerca scorciatoie di comodo: alla fine della guerra, «quando fosse cessato ogni combattimento e tutti fossero tornati amici, un tedesco sarebbe potuto andare in America e vivere bene… mentre Stamps [N.d.A. Uno dei soldati di colore protagonisti del romanzo di McBride] sarebbe sempre stato… un negro».
