La propaganda non è una malattia della politica. È diventata essa stessa politica. Il problema nasce quando il racconto smette di accompagnare la realtà e pretende di sostituirla. È qui che sembra essersi attestata una parte consistente della destra italiana che non vuole governare il dibattito, ma costruirlo giorno dopo giorno, scegliendo il caso del momento, il nemico della settimana, l’indignazione da mettere in vetrina.
La tecnica è semplice. Si lancia il sasso, si aspetta il rumore e, quando arrivano le polemiche, poco importa se il sasso era destinato a rimbalzare contro la Costituzione, contro una sentenza definitiva o contro le prerogative del Presidente della Repubblica. Il risultato è già ottenuto: tutti parlano di quello che hai deciso tu.
Il caso Roggero è un piccolo manuale di comunicazione politica. Carlo Nordio conosce perfettamente le regole della grazia presidenziale. Sa che non spetta al governo decidere. Eppure la evocazione basta a trasmettere un messaggio preciso: chi spara per difendere il proprio patrimonio è comunque un eroe. Il diritto può aspettare mentre l’immaginario, invece, va alimentato quotidianamente.
Lo stesso schema ritorna con il tentativo di reintegrare nel Servizio sanitario nazionale i professionisti sospesi durante la pandemia per non aver rispettato gli obblighi vaccinali. Non è tanto il provvedimento a contare, quanto il simbolo. Lo Stato avrebbe perseguitato chi “osava dissentire”. Peccato che appena due mesi fa Sergio Mattarella ricordasse il sacrificio eroico di medici e infermieri e mettesse in guardia contro chi oggi vorrebbe archiviare il Covid come una semplice influenza stagionale. Anche qui il Quirinale viene strattonato per la giacca. Non perché ci si aspetti davvero una firma incondizionata, ma perché il gesto produce consenso prima ancora dell’esito.
Poi arriva Bologna. Un uomo muore durante un intervento di polizia e il riflesso condizionato scatta immediatamente. Da una parte gli agenti vengono assolti prima delle indagini, dall’altra condannati prima dell’autopsia. Il garantismo, che dovrebbe essere un principio e non un optional, diventa un accessorio da indossare solo quando conviene. La destra cavalca la sicurezza. Una parte della sinistra, puntualmente, abbocca all’amo e gioca la partita sul terreno scelto dall’avversario.
Così, mentre ci dividiamo sull’ultima provocazione, l’Italia continua a essere l’unico grande Paese europeo in cui i salari reali sono diminuiti negli ultimi trent’anni (-1,6% rispetto al 1990). La produttività è ferma, i giovani se ne vanno, la sanità pubblica arranca, la scuola perde pezzi. Ma queste notizie hanno un difetto imperdonabile perché richiedono competenza, investimenti e tempo. Molto più faticose di uno slogan o di un post confezionato per incendiare i social.
Anche il centrosinistra, però, dovrebbe smettere di inseguire ogni pallina lanciata dalla destra. Chi rincorre sempre il gioco dell’avversario finisce inevitabilmente per legittimarne il campo. La propaganda moderna non vince perché convince tutti. Vince quando costringe tutti a discutere soltanto di ciò che decide lei. E quando questo accade, la battaglia culturale è già persa. Le elezioni arrivano soltanto dopo.
