di Rock Reynolds
In un paese come l’Italia in cui la Sinistra sta attraversando una fortissima crisi di identità e la Destra cerca ancor più a destra i suoi punti di riferimento, il superamento dell’esperienza fascista dovrebbe essere un ineludibile punto di partenza per il nostro sistema democratico. Eppure, con l’ascesa nell’arena politica di una figura come quella del generale Vannacci, il tentativo di riabilitare Mussolini e, con lui, il ventennio fascista viene sdoganato sfacciatamente, spacciandolo come unica via verso quell’unità nazionale che non si è mai realmente compiuta.
La fase del terrorismo, nero tanto quanto rosso, è fortunatamente e, si spera, definitivamente alle spalle. Entrambe le fazioni hanno seminato violenze e sofferenze indicibili. Con un distinguo importante che, però, fa tutta la differenza del mondo: in Italia il terrorismo di destra, a differenza di quello di sinistra, ha prevalentemente sparato nel mucchio. La stagione delle bombe lo testimonia. Le Brigate Rosse e altre sigle più o meno rilevanti nella galassia della lotta armata di sinistra se la sono sempre presa con funzionari dello stato di grado talvolta elevato (leggasi caso Moro) o più spesso di basso rango (semplici agenti di polizia o altri dipendenti statali), ritenuti conniventi con il sistema.
E poi ci sono state fasi di in cui il terrore è stato volutamente seminato tra le frange fragili della popolazione, con omicidi efferati, politicamente, socialmente ed economicamente settari. Il caso “Ludwig”, sotto questo aspetto, è emblematico. E, anche in questo, la violenza afferente alla Destra ha avuto il sopravvento, seppur in un contesto di grande caos politico e di delirio ideologico. Se, infatti, in Italia una vera guerra civile non c’è mai stata e, forse, non la si è neppure mai sfiorata, resta pur vero che i tentativi golpisti soffocati all’ultimo istante o abortiti sempre sul filo di lana sono la peggiore macchia sulla coscienza di una Destra nazionale che, se non è stata connivente, ancor oggi fatica a fare i conti con quella pesante responsabilità.
Ludwig – Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi (Mimesis, pagg 560, euro 25) di Roberto Taddeo (con la prefazione di Stefano Nazzi e una splendida analisi culturale finale di Andrea Basti), può certamente aiutare a ricomporre le tessere di un rompicapo ancor oggi nebuloso. Il libro, grazie anche al suo numero di pagine, come lettura non è una passeggiata, ma non lasciatevi sviare dall’imponenza del tomo: il tono non è mai accademico e la materia è avvincente.
La vicenda che si cela dietro l’oscura sigla “Ludwig” è nota: una serie di delitti raccapriccianti consumati tra il 1977 (con la morte di un senzatetto a Verona, bruciato vivo da quattro molotov all’interno della sua auto) e i 1984 (con la morte di una cameriera di origine italiana in una discoteca di Monaco di Baviera a cui era stato appiccato il fuoco). Nel frattempo, il rogo del cinema Eros di Milano, un gesto ancor più folle e improbabile rispetto alle altre imprese targate “Ludwig”. Alla fine della carriera criminosa di “Ludwig”, si conterà una quindicina di vittime in totale, tutte attribuite a due amici provenienti da ambienti della Verona bene e in larga parte uccise nel Triveneto: Wolfgang Abel e Marco Furlan, giovani studenti universitari accomunati da simili personalità deviate, un background di agio, una sessualità ambigua e una depressione strisciante, all’ombra del mito del superuomo, arrestati nel 1984.
Nelle indagini non mancano sottovalutazioni plateali, sciatterie, minimizzazioni campanilistiche, In fondo, nella società tranquillizzante – si fa per dire – di un Nordest in costante crescita economica e dagli apparentemente saldi valori cristiani, sarebbe stato sconveniente puntare il dito contro certi rampolli di buona famiglia, pur se vicini ad ambienti della destra extraparlamentare.
Ludwig – Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi si articola in due parti fondamentali: la prima è la cronistoria degli eventi, raccontati in scrupoloso dettaglio. La seconda tenta di fare ipotesi che la verità processuale non ha potuto esperire fino in fondo. Il dibattito si sposta dai fatti delittuosi e dai crimini orrendi a chi se n’è reso colpevole, due giovani provenienti da un ambiente bene, quello veronese, e, dunque, scandalosamente protagonisti di misfatti che in genere sono i poveri, non i ricchi, a commettere. E che spesso vedono soggetti emarginati e deboli nei panni delle vittime.
Lascia un po’ più perplessa l’ostinazione – pur se in larga parte fondata – dell’autore nel perseguire la pista del terzo uomo. Anzi, quella di una “pluralità” di figure in qualche modo gravitanti intorno ad Abel e Furlan. A tratti, si insinua addirittura che gli unici due soggetti mai condannati per i delitti di Ludwig siano stati in qualche modo cooptati e pilotati da altri elementi di spicco della galassia ordinovista veronese, un buco nero molto affascinante per giovani di buona famiglia, animati da idee figlie del pensiero nazifascista. Resta, comunque, interessante la seconda parte del libro in cui l’autore ricostruisce il clima mefitico della Verona di quegli anni e delinea i profili di una serie di personaggi balzati agli onori delle cronache del tempo, tra cui l’esoterista orgiastica Rita Stimamiglio e il picchiatore buddista e neonazista Marco Toffaloni, condannato nel 2025 come uno degli esecutori della strage di Piazza della Loggia, a Brescia, del 1974 e mai estradato in Italia dalla Svizzera, di cui nel frattempo è diventato cittadino. Anche in questo si coglie la vicinanza dei due “folli” di Ludwig al mondo ben più lucido e pilotato del terrorismo nero stragista.
L’idea stessa del vendicatore solitario (perché non è possibile disgiungere Abel e Furlan) all’inizio degli anni Settanta aveva fatto notevole presa sull’immaginario collettivo anche attraverso modelli “culturali” globalizzanti. Pellicole come Il giustiziere della notte e come i film dell’Ispettore Callaghan e fumetti come Diabolik e Kriminal riunirono sotto il medesimo ombrello giustizialista molte persone (non solo schierate a destra) insoddisfatte della lassitudine dei costumi e della percezione di insicurezza che l’avanzata delle droghe pesanti e l’impunibilità di una certa criminalità instillavano nel sentire comune. Unito alla crescita di movimenti esoterici di ispirazione indiana (che farebbero probabilmente orrore ai loro iniziatori asiatici) e ai nuovi rigurgiti di superiorità ariana e della razza bianca di origine nazista, è un terreno ubertoso per certe derive individuali e collettive.
Per una serie di ragioni per le quali rimando il lettore soprattutto alla seconda parte del libro, non ha mai preso del tutto corpo l’idea che Ludwig fosse ben più di una semplice coppia di studenti di buona famiglia, annoiati e infervorati di balzane teorie suprematiste concepite nell’ambiente ovattato del benestante Nordest, velato nei salottini universitari alto-borghesi di spifferi omosessuali tanto detestati in pubblico dagli eredi del pensiero nazifascista e praticati in privata sede più di quanto piaccia ammettere.
Per finire, mi preme spendere due parole per la collana “Le Notti della Repubblica”, (diretta proprio da Roberto Taddeo) di cui Ludwig – Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi è il sesto capitolo. Attraverso vicende che hanno insanguinato la vita sociale del nostro paese – come l’omicidio di Pasolini, i delitti del Mostro di Firenze e l’uccisione del giudice Occorsio – è più semplice fare ordine nel caos talvolta organizzato della nostra storia recente, per non incappare nuovamente nelle medesime storture.
