L’Eliseo riapre dopo sei anni: una stagione tra nuova drammaturgia, classici e teatro civile

Il Piccolo Eliseo riparte il 2 ottobre, la sala grande il 28. Da Lucia Calamaro a Dylan Dog, da Quinto Potere alla scena palestinese, Alessandro Longobardi rilancia lo storico teatro romano: «Il Teatro è un luogo di resistenza della presenza umana»

Alessandro Longobardi - teatro Eliseo stagione 2026-2027
Alessandro Longobardi - teatro Eliseo stagione 2026-2027
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

20 Settembre 2026 - 20.34


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Dopo sei anni di chiusura, il Teatro Eliseo torna in attività. Il Piccolo Eliseo riaprirà il 2 ottobre, la sala grande il 28 ottobre, riportando in via Nazionale una programmazione stabile di prosa, nuova drammaturgia, musica e progetti internazionali. Alla guida della nuova fase c’è Alessandro Longobardi – direttore artistico di Viola Produzioni, la società che già gestisce Sala Umberto, Teatro Brancaccio e Spazio Diamante – che lega la riapertura a una funzione precisa del teatro: «Restituire un teatro alla città è una festa. È un ritorno alla vita comunitaria, la ripresa di un dialogo diretto». E aggiunge: «Il Teatro è un luogo di resistenza della presenza umana contro la semplificazione digitale e solitaria davanti a uno schermo». 

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La stagione 2026/2027 riparte quindi da due sale e due identità complementari: i 700 posti dell’Eliseo per la grande prosa, gli allestimenti musicali e i progetti internazionali; i 250 del Piccolo per le scritture contemporanee e le compagnie che lavorano sui linguaggi del presente.

Ed è dal presente, anzi da una delle sue paure più concrete, che il Piccolo ricomincia. Dal 2 al 25 ottobre, in prima nazionale, Lucia Calamaro presenta Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni, scritto e diretto dalla drammaturga e interpretato da Barbara Chichiarelli, Daniele Parisi e Gioia Salvatori. Due quarantenni precari scoprono improvvisamente di avere paura di diventare poveri davanti a un pacchetto di caffè che costa sette euro: il dettaglio domestico diventa la crepa attraverso cui entra un’intera condizione sociale. Il lavoro, il denaro, la precarietà, l’ansia di essere espulsi dalla “grande macchina produttiva” segnano così, significativamente, il primo spettacolo del nuovo Eliseo. 

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Il Piccolo prosegue alternando scritture contemporanee e classici sottoposti allo sguardo dell’oggi. Ci sono Gabriele Pignotta con ToiletDaniele Ronco e Graziano Piazza in Life is a Flower, dove crisi climatica e conflitto generazionale precipitano in un futuro fin troppo vicino, e il Delitto e castigo di Dostoevskij nell’adattamento di Glauco Mauri, affidato alla regia di Andrea Baracco e a una giovane compagnia. A dicembre arrivano Anna Bonaiuto, diretta da Andrea Renzi in La vasca di Franco Marcoaldi, e Meno di due di Francesco Lagi; durante le feste Dracula – A Comedy of Terrorstrasforma il vampiro per eccellenza in una macchina di comicità e travestimenti. 

Il percorso continua con Saverio La Ruina e Masculu e fìamminaLuna di sangue di Nicholas Kazan, Fausto Paravidino in Vita del signor Molière, quindi Marcinelle, dedicato alla tragedia mineraria del 1956. A marzo arriva Asteroide di Marco D’Agostin, Premio Ubu 2025 come miglior spettacolo di danza, mentre Michela Cescon porta in scena Guarda le luci, amore mio da Annie Ernaux, con Valeria Solarino e Silvia GalleranoBandiera di Lucia Franchi e Luca Ricci guarda invece a capitalismo, debito e disuguaglianze attraverso una distopia politica; seguono Ugo Digherocon Lu Santo Jullare Francesco di Dario Fo e Franca Rame, nell’anno del centenario della nascita di Fo, il Danilo Dolcidi Fausto Cabra, Un marziano a Roma di Flaiano e Lezione d’amore di Andrée Ruth Shammah, con Milena Vukotic

La sala grande riapre invece il 28 ottobre scegliendo un ingresso decisamente pop: Dylan Dog Horror Show, opera teatrale scritta da Tiziano Sclavi e Nicola Russo con la regia di Valter Malosti, primo spettacolo dedicato al personaggio che proprio nel 2026 compie quarant’anni. Non soltanto una trasposizione del fumetto: il foyer dell’Eliseo entrerà nel progetto attraverso installazioni, ambientazioni e attività esperienziali, trasformando il teatro nella “Casa di Dylan Dog”. «Ho immaginato uno spettacolo immersivo, un fumetto che prende vita sulle tavole del palcoscenico», spiega Malosti. 

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Da gennaio la sala grande entra nel vivo della prosa. Orlando di Virginia Woolf diventa una commedia diretta da Giuseppe Dipasquale, con Viola Graziosi, Arturo Cirillo e David Coco, attraversando secoli, identità e trasformazioni. Geppi Cucciari torna con Perfetta di Mattia Torre, mentre dal 27 gennaio Elisabetta Pozzi e Graziano Piazza guidano il cast di Quinto Potere, diretto da Daniele Salvo: il testo di Paddy Chayefsky scritto mezzo secolo fa torna a interrogare la spettacolarizzazione dell’informazione, l’ossessione per l’audience e un sistema mediatico nel quale la realtà rischia continuamente di diventare prodotto. 

A febbraio Lella Costa sarà Lisistrata nell’adattamento di Serena Sinigaglia ed Emanuele Aldrovandi, riportando dentro il presente la commedia di Aristofane sulla guerra e sul corpo come possibile forma di opposizione. A marzo la programmazione apre invece una finestra internazionale sulla scena palestinese: dal 9 al 14 marzo ogni serata unirà Step and a Half del Palestinian Circus, tra circo, danza e dabke, e The Bridge scritto e interpretato da Alaa Shehada, premiato all’Edinburgh Fringe. 

Subito dopo, dal 16 al 25 marzo, Andrea Baracco torna con Cuore: il romanzo di Edmondo De Amicis, nella drammaturgia di Letizia Russo, viene spostato dentro lo spazio senza nome di una guerra, con Fortunato Cerlino, Giordano Agrusta, Daniele Paoloni, Daniele Parisi e Michele Sinisi. Ad aprile sarà infine Lina Sastri a portare nella sala grande Storia di un amore, viaggio tra musica e poesia napoletana, sudamericana, brasiliana, portoghese e spagnola. 

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Dentro una stagione molto ampia e volutamente trasversale, l’identità del nuovo Eliseo sembra dunque cercarsi nel punto di incontro tra repertorio e presente, grande pubblico e ricerca, intrattenimento e funzione civile. Longobardi parla di investimenti, nuovo personale, compagnie che tornano a lavorare e di un teatro capace di «accompagnare i giovani nella loro emancipazione culturale». Ma soprattutto chiude la sua dichiarazione con una frase che, dopo sei anni di porte chiuse, acquista un peso preciso: «Tenere vivo un teatro significa ingaggiare una lotta culturale».

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