Irlanda, tra le ferite dei Troubles e il ritorno degli orangisti: un romanzo racconta un Paese oltre la guerra civile

Sono giorni difficili per l’Irlanda del Nord, quel fazzoletto di terra nella parte settentrionale dell’isola che, dal giorno della “partizione”, il 3 maggio 1921, è rimasto confinato nel limbo di un territorio conteso

Irlanda, tra le ferite dei Troubles e il ritorno degli orangisti: un romanzo racconta un Paese oltre la guerra civile
Marcia Orange nell'Irlanda del Nord
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28 Settembre 2026 - 22.24


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di Rock Reynolds

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Sono giorni difficili per l’Irlanda del Nord, quel fazzoletto di terra nella parte settentrionale dell’isola che, dal giorno della “partizione”, il 3 maggio 1921, è rimasto confinato nel limbo di un territorio conteso, pericolosamente sospeso tra il naturale anelito di ricongiungimento con la madrepatria e l’ottusa opposizione messa in campo da chi ha voluto e tuttora vuole restare abbarbicato alla sottana della Corona britannica e, soprattutto, ai privilegi che ne discendono.

Sono giorni molto difficili perché, a quasi trent’anni dagli storici “Accordi del Venerdì Santo” che posero fine a un trentennio di sanguinosa guerra civile, la base stessa di tale concordato e dell’almeno apparente pacificazione susseguente sembra scricchiolare. Gli orangisti che per anni, fino al 1996, hanno sfilato sulla Garvaghy Road di Portadown, enclave lealista nel sud dell’Ulster, attraverso un quartiere cattolico, sfoggiando sciarpe, vessilli e canti inneggianti a Guglielmo d’Orange, il principe olandese che trionfò nella battaglia della Boyne, nel 1690, sancendo la prevalenza protestante che tuttora regna nel paese, paiono aver ripreso vigore.

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La loro pervicacia rischia di produrre danni enormi. Agli occhi di chi non è esperto di questioni nordirlandesi sembrerebbe una cosa da ridere e, in effetti, vedere un manipolo di maschi procedere a passo cadenzato con la bombetta in testa e una fascia arancione sul petto ha tutta l’aria di una pagliacciata. Peccato che, dietro l’aspetto farsesco della rievocazione storica, si nasconda una voglia sfacciata di ribadire privilegi e supremazia con sfottò che di divertente non hanno nulla, considerato che per anni a tali marce si sono inevitabilmente associati pesanti disordini e violenze sulle strade.

L’agognata pacificazione giunta con gli Accordi del Venerdì Santo aveva dato la sensazione che tali manifestazioni di dominio sociopolitico e religioso, oltreché economico, appartenessero a un passato lontano. Una decisione discutibilissima di un magistrato ha ribaltato il tavolo, riportando indietro di un trentennio le lancette dell’orologio della storia.

Ecco che un bel romanzo che, tanto per cambiare, si stacca dalle fosche atmosfere della guerra civile può essere un toccasana. L’Irlanda, si sa, è tradizionalmente una terra di scrittori e musicisti e ha partorito, anche grazie al tributo di sangue versato per la propria seppur incompleta indipendenza dal colonizzatore britannico, opere di grande spessore artistico e umano. Il peso della lotta per sottrarsi al giogo dell’invasore, dopo secoli di spietato dominio e vergognosa spoliazione, hanno spinto il lettore internazionale a dare quasi per scontata la presenza dei “Troubles” – i guai, come hanno finito per chiamare la violenta contrapposizione cattolici-protestanti gli stessi isolani, non certo privi di senso dell’umorismo – in qualsiasi romanzo irlandese. E, in effetti, è raro che un autore eluda quel tema, che finisce per essere un protagonista aggiunto di qualsiasi storia oppure una sorta di spirito che aleggia, in modo più o meno sottile, sulla narrazione.

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Dove finisce il mondo (SUR, traduzione di Lorenzo Medici pagg 220, euro 18) di Sheila Armstrong, si sottrae a tale cliché, ammesso che di stereotipo e non di esigenza interiore si tratti. Romanzo di esordio per questa giovane autrice di Sligo – insieme a Donegal e Leitrim, una delle contee occidentali affacciate sull’Atlantico più a stretto contatto con le sei contee dell’Ulster rimaste fedeli alla Corona britannica – non presenta il minimo riferimento alla fragilità di una pace conquistata a prezzo di indicibili sofferenze e alla guerra civile che, fino a qualche decennio fa, era notizia quotidiana in ogni notiziario dell’Occidente.

Sofferenze? Un dominio ferreo esercitato dalla Gran Bretagna attraverso l’imposizione all’inizio del XVII secolo di signorotti presbiteriani scozzesi a cui venivano intestate le terre migliori e culminato intorno alla metà dell’Ottocento in una carestia “pilotata” che portò a una delle ondate migratorie più massicce nella storia dell’umanità e, per finire, ribadito con il rifiuto cieco di consentire ai prigionieri politici di considerarsi tali, con il celebre Sciopero della Fame capitanato in carcere da Bobby Sands, il primo dei dieci “sanguinari delinquenti comuni” (come li definì Margaret Thatcher”) trasformati in eroi nazionali da una autoinflitta morte per inedia.

In Dove finisce il mondo non troverete bombe molotov e blindati, fucili Armalite e passamontagna, omicidi settari di stampo religioso e raid notturni della polizia in assetto antisommossa. Quello che avrete per le mani sarà un bel romanzo dalla scrittura elegante e personale in cui si intrecciano, senza mai realmente incontrarsi, le storie di una serie di personaggi che, in qualche modo, hanno a che fare con l’evento portante della storia: il ritrovamento del corpo senza vita di un uomo, in un mattino d’estate, tra gli scogli e le dune di una baia sulla costa nordoccidentale della Repubblica d’Irlanda. Che storia ha quell’uomo privo di documenti, sul cui corpo non paiono esserci evidenti segni di violenza?

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Ogni capitolo racconta il punto di vista di un personaggio diverso: lo spazzino, il cuoco, il marinaio, il vagabondo, il barista, il poliziotto, il prete e via discorrendo. Il prete e il barista, più di chiunque altro, non potrebbero certo mancare in un romanzo irlandese che si rispetti. Ciascun personaggio, però, aggiunge un tassello a una chimera, una sfumatura di luce in più per quello che non nasce come un autentico mistero, ma che assume i tratti del classico arcano di provincia con il passare dei giorni e poi degli anni.

La costa atlantica dell’Irlanda è da sempre teatro di burrasche e naufragi. Chi non ricorda la rotta dell’Invincibile Armata nel 1588, di cui una parte cospicua si spiaggiò sul litorale di Galway?

Sheila Armstrong, però, non pare interessata a raccontare in che modo il corpo senza vita di quell’uomo sia finito sulla battigia, quanto piuttosto a indagare sulla percezione individuale di ogni evento che diviene pubblico e sul senso che ciascuno dà a ciò che vede e sente man mano che attraversa la vita con le proprie ansie e le proprie soddisfazioni. La grazia della narrazione è una delle qualità primarie di questa autrice. Il non sempre placido trantran della vita ne accompagna l’esposizione. Il resto lo fa il variegato cast dei protagonisti, ciascuno con una propria storia da presentare a chi abbia voglia di prestargli ascolto. È quasi un flusso di coscienza, un’autoanalisi di fronte allo specchio del cuore o, in qualche maniera, al teatro della vita.

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E, se in questi giorni, oltre alla polemica infuocata per l’assurda decisione di consentire nuovamente agli orangisti di esprimere la propria voglia di supremazia con una marcia quasi carnevalesca, vi fosse capitato di sentire parlare della nazionale di calcio della Repubblica d’Irlanda e della furiosa discussione sul fatto che dovesse o meno presentarsi sul terreno di gioco per la partita della Nations League contro Israele e della susseguente protesta plateale, non preoccupatevi: è lo stesso paese sulle cui coste atlantiche i marosi hanno abbandonato un cadavere. È lo stesso paese che affoga le proprie frustrazioni in una pinta di birra nera al pub, magari cantando un inno irredentista.

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