di Alessia de Antoniis
È sul set di una nuova serie Rai Annabella Abbondante diretta da Pappi Corsicato, girata in Abruzzo. Racconta una giudice che tende ad andare oltre i confini del proprio lavoro e a seguire i casi anche fuori dal tribunale; Michele Rosiello (Love Bugs su Sky, La voce di Cupido su Rai 1, Ancora più sexy su Prime Video) è il vicequestore.
In Minerva è Pietro, maresciallo insegnante di scherma, che insegna disciplina ai ragazzi; ma proprio la disciplina è ciò che gli è mancato quando era giovane.
Dopo la magistrale ha rifiutato un contratto da ingegnere per un anno sabbatico nel cinema: non ne è mai più uscito. Su Netflix è uno degli adulti di Minerva – la scuola.
Con quale autorità insegni a qualcuno ciò che tu per primo non sei riuscito a fare? Il fallimento può rendere un educatore più autorevole di chi è sempre riuscito?
Pietro avrebbe potuto avere una carriera sportiva più importante e non l’ha avuta: forse non aveva abbastanza talento, forse non è stato fortunato. Ha trovato però un suo equilibrio in una vita abbastanza normale.
Può apparire come uno che si è accontentato. È interessante proprio l’ambiguità tra aver trovato il proprio posto e essersi accontentato. Credo che Pietro, fino a quando non si verifica l’episodio con Rachele, non se lo sia neppure chiesto. Lei rimette in discussione anche questo equilibrio: forse aveva bisogno di un brivido dentro una vita che scorreva tranquilla.
È la seconda volta che interpreti un maestro di scherma, dopo Nudes…
Sì, e la scherma mi ha fatto capire una cosa: che la parte importante non è colpire l’avversario; quello è il dettaglio finale. Tutto sta nel controllo, nella misura, nella distanza: ciò che Pietro dovrebbe insegnare. Ma nella relazione con Rachele (Nicole Malaj) perde il controllo, la misura e la distanza. Questo è ciò che mi ha interessato. E, da interprete, ho sentito che qualcosa in Pietro si è rotto. Se ci fosse una seconda stagione sarei molto curioso di capire come quella frattura cambierebbe il suo modo di stare nel proprio ruolo.
Pietro è un istruttore e un militare. Che differenza c’è tra educare ed esercitare potere?
È una domanda che la serie pone in diversi modi. Pietro, fra gli adulti della scuola, è quello più morbido. Resta un militare, con una disciplina, ma i ragazzi sanno di potersi fidare di lui. Quando concede loro una libertà, sa che poi, quando devono stare sull’attenti, ci stanno.
Con Rachele, però, la questione si complica: Pietro era molto amico di suo padre, morto in missione in Iraq, e per lei è quasi una figura familiare. Tra loro accade qualcosa che rompe quell’equilibrio e, quando Rachele usa ciò che è successo contro di lui, il rapporto di potere si rovescia.
Raccontare oggi una relazione tra un istruttore e un’allieva, nel mondo militare: siete stati coraggiosi, vista l’autocensura dilagante.
Sapevamo che era un territorio difficile. Per come ho interpretato Pietro, lui non usa il proprio ruolo per sedurre Rachele: è la figlia di un suo amico fraterno e, per me, non era nemmeno consapevole di esserne attratto.
Ma questo non lo assolve: è l’adulto, l’insegnante, quello che dovrebbe fermarsi e invece si lascia andare.
La cosa interessante era proprio evitare entrambi gli estremi: né l’insegnante viscido che approfitta della ragazza fragile, né la grande storia romantica tra professore e allieva. Doveva restare in quella zona ambigua.
Oggi basta pochissimo perché una storia così venga ridotta a tifoseria da social…
È proprio questo il rischio: da una parte “lui se ne approfitta perché ha il potere”, dall’altra “lei è un’approfittatrice”. Noi abbiamo cercato di stare fuori da entrambe le semplificazioni e di raccontare una dinamica più ambigua, senza cancellare le responsabilità.
Anche il finale resta sospeso: dopo quello che è successo, Rachele gli propone semplicemente di andare al mare e Pietro accetta. Non sappiamo se tra loro nascerà una relazione o se torneranno al rapporto precedente. Mi piace proprio questo: dovremmo smetterla di voler chiudere tutto per forza e lasciare qualche domanda al pubblico».
Pietro è un militare insolitamente gentile. La gentilezza, in un uomo che occupa una posizione di autorità, viene ancora scambiata per debolezza?
Non ho mai percepito Pietro come debole. Anzi, all’inizio quasi speravo nel cliché opposto: faccio spesso personaggi positivi e mi sarebbe piaciuto interpretare un militare duro, incazzato con tutti.
Poi ho letto la sua traiettoria e mi ha interessato di più raccontare un uomo normale, senza grandi ambizioni, che ha trovato un equilibrio. Rachele è ciò che lo rimette in discussione: forse si era accontentato, forse vuole ancora qualcosa di diverso.
La sfera positiva è quella che probabilmente mi aderisce di più per caratteristiche ed energia, e in Italia quando cominci a essere associato a un certo tipo di ruolo è difficile andare nella direzione opposta. Sono stato fortunato perché, dentro quella sfera, ho fatto personaggi molto diversi, ma da attore naturalmente desideri anche altro. Mi piacerebbe interpretare un cattivo, purché scritto bene.
Una delle poche volte in cui sono andato decisamente altrove è stato Adorazione, con un personaggio molto più viscido, dentro una dinamica tra un adulto e un’adolescente.
Minerva nelle top ten Netflix anche in Germania e Francia, proprio mentre in quei Paesi molti giovani contestano il ritorno della leva o l’aumento delle spese militari. È curioso che nello stesso momento funzioni una serie ambientata in una scuola militare. Come lo leggi?
Avevo visto però che la serie cresceva nelle classifiche e mi ha colpito.
Minerva non prende una posizione politica: è un teen drama ambientato in un contesto militare. C’era persino il rischio che venisse giudicata senza essere vista proprio per questo.
Forse interessa vedere ragazzi del 2026 messi in un luogo che chiede loro di conformarsi, con orari, disciplina, regole, esattamente nell’età in cui cercano di capire chi sono. Per alcuni quella scuola è appartenenza, per altri fuga o ambizione. E li costringe comunque a fare gruppo.
Sento anche nei giovani una voglia forte di dire “io non ci sto”, di unirsi e portare avanti le proprie idee.
Alla loro età ti dividevi tra università e recitazione alla Volonté…
Vengo da una famiglia semplice, senza laureati, e Ingegneria mi sembrava una strada sicura: non avevo un paracadute. Intanto però era nata la passione per la recitazione.
Sono entrato alla Volonté e ho portato avanti le due cose insieme, preparando gli ultimi esami della magistrale sul treno Napoli-Roma perché non potevo permettermi di vivere a Roma.
Ho finito contemporaneamente la Volonté e Ingegneria gestionale, fatto l’esame di Stato e superato i colloqui per lavorare in Accenture a Milano. A quel punto ho rifiutato: mi sono dato un anno per vedere cosa sarebbe successo con la recitazione.
Sono stato fortunato: ho iniziato a lavorare quasi subito e, dopo Gomorra, è arrivato L’isola di Pietro con Gianni Morandi.
Recitare è uno dei pochi mestieri in cui puoi fare tutto correttamente e il risultato resta imprevedibile. Quanto ingegnere è sopravvissuto dentro un lavoro così?
Metà di me è ingegnere. Sono preciso, ordinato, puntuale, organizzato. Quando mi arriva un copione lo analizzo, mi faccio una scaletta del personaggio: quella parte di me esiste completamente.
Poi ce n’è un’altra, quella che da ragazzo prendeva la videocamera di mio padre, inventava storie con gli amici e faceva tutto: costumi, scenografie, riprese.
Forse proprio questo equilibrio mi ha aiutato in un mestiere assurdo: oggi lavori e domani puoi restare fermo un anno. Aspetti che squilli il telefono, non puoi programmare quasi niente. È un lavoro in cui ti senti in vacanza quando lavori e sei stressato quando sei a casa senza fare nulla.
Come mantieni una disciplina dentro questa imprevedibilità? Dopo diversi ruoli importanti non diventa almeno più stabile?
Mi costruisco una routine anche quando non lavoro. Mi alzo presto, scrivo, trovo cose da fare. Un musicista può prendere la chitarra, un pittore mettersi davanti a una tela; l’attore può scrivere un monologo, ma poi ha bisogno di costruire un mondo intorno per portarlo davanti a qualcuno. È un mestiere un po’ bastardo e devi riuscire a reggere l’altalena.
Dopo qualche ruolo importante diventa più facile essere conosciuto da casting director e registi, arrivano più provini, ma quasi ogni volta riparti da zero. Questo è il primo lavoro che giro nel 2026 dopo parecchi mesi fermo: c’erano pochissimi provini.
Il cinema destinato alla sala è un ambiente chiuso: spesso non è neanche questione di non essere scelto, semplicemente non arrivi al provino perché molti ruoli sono già assegnati. Metterei la firma per riuscire a fare un film per il cinema all’anno.
Ma ho imparato a non vivere pensando che dovrei essere altrove. Se sto girando una serie e penso “dovrei essere a Cannes”, non mi godo quello che sto facendo. Bisogna avere l’ambizione di aggiungere un tassello, ma anche essere riconoscenti e godersi il presente.
Sei partito con Scola e il cinema resta, nell’immaginario collettivo, il luogo della consacrazione. Ma oggi anche famosi attori di cinema lavorano nelle serie. Esiste ancora davvero una gerarchia?
Per chi fa questo mestiere il sogno della sala e dei grandi festival resta: andare lì con un tuo film continua a essere un traguardo concreto, quasi certificato.
Le piattaforme hanno creato molte più occasioni di lavoro, ma è anche più difficile che un singolo successo cambi una carriera: una serie può andare benissimo e un mese dopo ne sono già uscite altre dieci. Non esiste più il meccanismo prevedibile per cui fai una cosa, funziona e automaticamente sali un gradino.
E attori che fino a dieci anni fa facevano soltanto cinema oggi vengono a fare le serie e hanno la precedenza rispetto a chi lavorava in televisione.
Sono saltate le regole?
Sì, non ci sono più regole. E purtroppo siamo anche un settore in cui manca unione: è impensabile che domani tutti, dall’attore più noto a quello meno noto, decidano di fermarsi, perché c’è sempre la paura che il proprio posto venga preso da qualcun altro.
UNITA c’è, io ne faccio parte anche se non attivamente, e permette di porre dei problemi. Ma siamo lontani da quello che è successo negli Stati Uniti, quando gli sceneggiatori si sono fermati tutti. Sarebbe importante riuscire a dire insieme: così non si va avanti, servono delle regole.
Hai iniziato a scrivere. Non trovavi le storie che volevi raccontare o hai sentito il bisogno di passare dall’altra parte?
Non nasce dalla mancanza di un certo tipo di storie. Ho appena finito una sceneggiatura, un film drammatico, e cerco una mia poetica, una genuinità: vorrei tornare un po’ alle origini nei sentimenti, nel modo di raccontarli.
Adesso sto cercando di capire come produrlo. Potrei esserne il protagonista e affidare la regia a qualcun altro. Non sento di dover diventare regista perché oggi va di moda che gli attori lo facciano. È una possibilità che non escludo, ma non voglio forzare i tempi: fare l’attore mi piace ancora moltissimo.
Hai scritto il film ma non dai per scontato di doverlo dirigere? Da noi sembra quasi che chi scrive debba anche dirigere e recitare, mentre a Hollywood esistono grandi sceneggiatori che non hanno mai avuto bisogno di diventare registi…
Sono d’accordo. Da noi allo sceneggiatore viene dato spesso un peso basso, quasi fosse un lavoro tecnico. È un problema culturale e non è qualcosa che cambia dall’oggi al domani.
E poi… non ho mai diretto un film: mettermi alla prima regia in un film in cui sono quasi sempre in scena sarebbe presuntuoso. Se un giorno dirigerò sarà perché sentirò davvero il desiderio di stare dietro la macchina da presa, non per poter dire che Michele Rosiello ha fatto il regista. A quel punto non reciterei: al massimo un cameo alla Hitchcock.
Mi piace che ci sia rispetto dei ruoli. Poi bisogna valutare caso per caso: magari qualcuno comincia dal montaggio o dal suono ma aveva fin dall’inizio il desiderio di dirigere. Bisogna capire qual è l’esigenza vera: voglio scrivere, voglio dirigere, voglio interpretare? Non semplicemente lasciarsi portare dalle opportunità.
