di Alessia de Antoniis
«Io non mi sento padre di questo film, mi sento figlio di questo film». Lorenzo Cherubini arriva alla 21ª Festa del Cinema di Roma con Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti, il documentario diretto da Dario Zonta e Carlo Zoratti, e racconta un’esperienza insolita per un artista abituato a controllare ogni dettaglio del proprio lavoro: affidare la propria storia allo sguardo di qualcun altro.
Ottantatré minuti costruiti nell’arco di sette anni, tra riprese originali, materiali d’archivio, immagini familiari e momenti della vita dell’artista. Presentato in anteprima mondiale nella sezione Special Screening, il film è prodotto da Soleluna e Hi Production, con produzione esecutiva di Tatiana Forese per Amarcord, e sarà distribuito da Plaion Pictures nelle sale italiane dal 26 novembre al 2 dicembre 2026, come evento speciale di sette giorni.
Una giraffa nella savana, senza diritto di montaggio
Quando il progetto è nato, nel 2019, Cherubini ha posto una sola condizione: non avere alcun controllo sul risultato. «Io sono la giraffa e voi siete David Attenborough che seguono, però la giraffa non sa di partecipare a un film. È il soggetto del film».
Una scelta deliberata, maturata dalla fiducia nei due registi. Zoratti aveva già collaborato con Jovanotti alla direzione creativa dei suoi concerti; Zonta, autore e produttore cinematografico, era una voce che Cherubini conosceva attraverso Hollywood Party di Rai Radio 3.
L’obiettivo era soprattutto evitare il documentario musicale costruito per celebrare il protagonista. «Sono tutti uguali i documentari sui cantanti, sono degli spot alla fine. Alcuni sono molto belli, alcuni sono brutti, però generalmente sono delle celebrazioni. Ho detto cerchiamo di non fare quella roba lì, che quella roba lì è facile, la posso fare anche da solo».
La richiesta ai registi era un’altra: «Cerchiamo di fare una cosa, un’opera d’arte, che ci sia un po’ di cinema dentro».
Sette anni senza fare una domanda
Per Zonta e Zoratti, quei sette anni non sono stati semplicemente il tempo necessario a completare le riprese. Il documentario ha cambiato forma più volte, attraversando gli avvenimenti della vita di Cherubini e l’evoluzione del rapporto tra il protagonista e i suoi osservatori.
«Era molto difficile stare nel non sapere, accettare che il lavoro è un processo che non sai quando finisce», racconta Zoratti. «Ci sono state varie volte in cui abbiamo pensato che questo film forse non sarebbe arrivato alla fine».
La particolarità del metodo emerge da una scelta precisa: non intervistare mai Jovanotti. «In questo film non ci sono interviste. Noi non abbiamo fatto domande a Lorenzo», spiega Zonta. La relazione costruita nel tempo ha permesso all’artista di raccontarsi spontaneamente, attraverso parole, gesti e situazioni.
Un lavoro nel quale il montaggio di Irene Breda e Andrea Bottari è diventato decisivo per trovare una struttura narrativa tra materiali eterogenei, riprese contemporanee e repertori.
«A me non piacciono i punti. E invece lì c’era un punto»
Quando ha visto il primo montaggio, Cherubini non conosceva neppure tutto il materiale recuperato dai registi. Tra le sorprese più forti, i Super 8 girati dal padre, con immagini familiari che ricordava proiettate durante l’infanzia.
«Quando l’ho visto lì è stata veramente una botta, mi è arrivata addosso un’onda potente e inaspettata».
La visione lo ha commosso, divertito, ma anche inquietato. «Mi ha anche disturbato un po’, nel senso migliore del termine, come le opere belle fanno. Perché a un certo punto l’ho guardato e ho sentito che quel film metteva anche un punto».
«A me non piacciono i punti, a me piacciono i due punti, le virgole, i punti di sospensione, gli a capo poetici, quindi senza punteggiatura. E invece lì, boom, c’era un punto». Non la fine della sua attività artistica, ma la percezione di una stagione che si conclude.
«È la fine di un mondo, la fine di quel Jovanotti lì. Ma non è la prima volta che mi accade, mi è già accaduto altre volte, quindi è un buon segno, perché ho davanti a me la curiosità di sapere: e ora? E ora che facciamo? E ora che ci inventiamo?».
Pinocchio, i genitori e il bambino che non vuole crescere
Il centro emotivo del documentario, secondo Cherubini, è proprio l’infanzia. I registi hanno inserito immagini del Pinocchio di Luigi Comencini, una scelta che ha colpito profondamente Lorenzo.
«Per me è una specie di testo sacro visivo», racconta. «Andrea Balestri e io siamo coetanei. Io non l’ho mai incontrato, ma in quel film lì era proprio me. E quindi io guardavo quel film come se guardassi me». La presenza di quelle immagini, individuate dai registi senza alcuna indicazione da parte sua, gli ha dato la sensazione che avessero compreso qualcosa di essenziale. «C’è dentro di me molto vivo questo ragazzino qua. Ho iniziato una regressione verso uno stato di totale infanzia con il corpo da adulto. E questa cosa mi incuriosisce. E questo film la racconta».
Il ritorno all’infanzia diventa inevitabilmente anche un confronto con i genitori. «Io non ho mai visto i miei come una coppia, sebbene siano stati insieme tutta la vita: li ho visti come due pianeti distanti».
Il padre era un uomo irruento, fisicamente imponente, abituato a entrare in una stanza imponendo la propria opinione. «Era un uomo di spettacolo, in fondo. Non realizzato nella sua vita, però poi ci ho pensato io a fare quello che lui non era riuscito a fare probabilmente».
La madre rappresentava il polo opposto: «Era più un buco nero, che attraeva intorno a sé la gravità degli altri in maniera silenziosa, in maniera tenera, se ci penso adesso». Due personalità distanti che il documentario lo porta a osservare con occhi diversi, ripensando anche ai silenzi materni.
«Io sono uno che rimuove il passato, non guardo le mie vecchie foto. Stavolta mi hanno costretto a guardarlo e ci devo fare i conti».
«Il rock and roll è pura ingenuità»
«L’ingenuità è un valore che coltivo, perché il rock and roll, inteso come universo, se perde l’ingenuità perde tutto. Non esiste il rock and roll intelligente o maturo o consapevole. Il rock and roll è pura ingenuità».
Il bambino di Comencini, i filmati familiari e l’artista sul palco diventano così manifestazioni di uno stesso sguardo, che Cherubini considera necessario preservare. «Nella nostra infanzia c’è tutto quello che faremo dopo».
Più complicato, nella sua lettura, è il passaggio attraverso l’adolescenza, che definisce «il Vietnam»: un periodo segnato dal confronto con gli altri, dalla paura del giudizio e dalla perdita della spontaneità infantile. Sostiene di averla in qualche modo saltata: «Sono passato direttamente dall’infanzia a diventare Jovanotti».
È anche questa convinzione a spiegare il suo rapporto con il lavoro dei registi. Il rischio, secondo Cherubini, sarebbe stato costruire un ritratto troppo consapevole, troppo intellettuale, incapace di abbandonarsi alle emozioni.
I concerti, per Lorenzo, diventano spazi autonomi, nei quali sperimentare per qualche ora una diversa possibilità di stare insieme. Non una soluzione ai problemi del mondo, ma un’esperienza capace di generare energia e visioni. «Io faccio l’entertainer», precisa, rifiutando di attribuirsi responsabilità o meriti che non riconosce come propri.
Eppure il rapporto con il pubblico, che continua a rinnovarsi attraverso le generazioni, resta una delle esperienze che lo commuovono maggiormente. «Mi emoziona molto vedere anche il mio pubblico che cresce con me. Mi commuove vedere qualcuno che era un ragazzino e stava alla transenna e adesso torna alla transenna con un bimbo sulle spalle».
Quanto al mondo esterno, continua a sorprenderlo e sgomentarlo, ma Cherubini preferisce affrontarlo attraverso gli strumenti che conosce: la musica, i concerti, il proprio lavoro. «Non vivo dentro le mie canzoni. Esco dalle mie canzoni, vado incontro al mondo e il mondo mi viene incontro».
