di Alessia de Antoniis
«Non possiamo voltarci dall’altra parte». Pedro Arrojo-Agudo parla alla Nuvola di Roma, nell’ultima giornata dell’Euro-Mediterranean Water Forum, durante il panel dedicato all’idrodiplomazia e al diritto all’acqua come strumento di pace e stabilità. È il Relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari, alla fine di un mandato durato sei anni.
In questi sei anni, racconta, ha lavorato su una «duplice sfida»: «fare pace con la natura e fare pace tra di noi nella governance dell’acqua». Per affrontarla indica due principi, «sostenibilità ed equità», e due approcci, quello ecosistemico e quello fondato sui diritti umani. E mette subito al centro il rapporto di potere: l’acqua deve essere considerata «un bene comune e non una commodity», con una distribuzione capace di evitare «l’accumulazione di diritti e tariffe preferenziali per i più potenti».
Arrojo parla anche di «un terzo problema che cresce di giorno in giorno»: «l’enorme problema dell’uso dell’acqua come arma contro le persone».
«Siamo in un Forum mediterraneo nel quale discutiamo di acqua e pace. Non posso non ricordare come l’acqua venga usata come arma di guerra», dice. Poi indica direttamente la Palestina occupata e Gaza, parlando dell’acqua come «arma di pulizia etnica» e come «arma chiave» di quella che definisce una strategia genocidaria. «Non possiamo voltarci dall’altra parte, amici miei». Nel suo ruolo di Relatore speciale, aggiunge, ha monitorato «il modo brutale e disumano in cui l’esercito israeliano sta usando l’acqua contro la popolazione civile».
Arrojo richiama direttamente la Commissione indipendente delle Nazioni Unite: «Ha stabilito chiaramente che il crimine di genocidio è in corso», dice, aggiungendo che la Commissione ha individuato quattro dei cinque atti previsti dallo Statuto di Roma, ciascuno dei quali, preso singolarmente, configura il crimine.
Arrojo chiude richiamando lo Statuto di Roma, che classifica come crimine di sterminio la privazione di medicine e cibo imposta a una popolazione. E ricorda che l’acqua è il sostentamento essenziale di cui abbiamo bisogno ogni giorno.
È proprio la distanza tra l’acqua raccontata come terreno di cooperazione e l’acqua trasformata in strumento di pressione e di guerra ad aprire la conversazione con Globalist.
Al Forum si parla molto di blue diplomacy. Quanto è realistica quando l’accesso all’acqua è condizionato da un rapporto di forza così diseguale? Può davvero aprire un dialogo politico o rischia di rimanere poco più di uno slogan da forum?
La diplomazia è la risposta più realistica al conflitto. Ma molto spesso non è praticabile, proprio a causa di asimmetrie di potere così estreme: quando una parte pensa di poter ottenere tutto con la violenza, non funziona. È un disastro. Alla fine dobbiamo tornare al dialogo. Questa è una lezione della storia.
Ma oggi non sono ottimista, perché viviamo in un tempo in cui la legge del più forte cresce nel mondo, anche democraticamente, attraverso le elezioni. Da questo punto di vista le prospettive sono oscure. Ma dobbiamo insistere. La via più realistica non è un’utopia: il modo più realistico per risolvere i problemi e andare avanti, quando parliamo di acqua, è la blue diplomacy, è il dialogo.
Che cosa succede, però, quando è lo stesso Consiglio di Sicurezza a essere bloccato? Chi può agire allora?
Che cosa succede? Il genocidio a Gaza. Che cosa succede? La pulizia etnica nella Palestina occupata. Che cosa succede? Il rischio di una guerra nucleare tra India e Pakistan. Un futuro oscuro.
Ma siamo ancora in tempo: siamo continuamente davanti a situazioni in cui possiamo evitare il peggio. Dobbiamo insistere. Ho lavorato alle Nazioni Unite negli ultimi sei anni e dico spesso che i momenti di crisi sono anche momenti in cui si apre la possibilità del cambiamento. Sono una finestra di opportunità.
Quando tutto va bene non prestiamo attenzione ai problemi. Quando invece l’oscurità si avvicina, quello è il momento di riflettere e reagire, di usare la crisi per cambiare ciò che dobbiamo cambiare nel mondo.
Quando possiamo dire, in termini giuridici, che l’acqua viene usata come arma e non è semplicemente una vittima della guerra? E questa definizione è davvero condivisa a livello internazionale, oppure Stati e istituzioni usano le stesse parole per intendere cose diverse?
Penso che dobbiamo migliorare il quadro giuridico internazionale in vigore. Naturalmente dobbiamo migliorarlo anche a livello nazionale, ovunque. Ma credo che oggi, a livello internazionale, sia un punto sufficientemente chiaro. Per esempio, sto proponendo e sostenendo una revisione e un miglioramento dello Statuto di Roma.
Dobbiamo certamente migliorarlo. Ma se lo si legge, è molto chiaro, rispetto al disastro più estremo che vediamo in televisione ogni giorno. Oggi dobbiamo innanzitutto rendere reale ciò che già abbiamo, applicare le regole e le leggi in vigore. E dobbiamo rafforzare le corti internazionali costruite dopo la Seconda guerra mondiale.
Dobbiamo rafforzare queste corti e le loro decisioni, perché oggi sono sotto attacco da parte di forze molto potenti. Su questi temi la situazione è molto chiara: le leggi sono chiare, le corti sono legittime. Quello che serve è rafforzare ciò che abbiamo. Poi potremo migliorarlo.
