A che punto è il sessismo nell'informazione?

Da Giulia andata e ritorno. Gabriella Musetti intervista Antonella Barina:"A che punto è il sessismo nell'informazione?

Foto di Simonetta Borelli
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31 Maggio 2015 - 08.20


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Pubblichiamo l’intervista che Gabriella Musetti ha fatto ad Antonella Barina in occasione di un seminario di formazione per giornalisti. Il testo integrale è stato pubblicato sul sito della [url”Società delle letterate”]http://www.societadelleletterate.it/2015/05/a-che-punto-e-oggi-il-sessismo-nellinformazione-pubblica-italiana/[/url]:

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A Venezia il 15 maggio scorso si è tenuto il Seminario deontologico “Che genere di notizia” promosso dall’Ordine dei Giornalisti del Veneto, dalla scuola di giornalismo “Dino Buzzati” in collaborazione con l’Associazione GI.U.LI.A (Giornaliste Unite Libere Autonome). Nell’ambito dell’incontro è stato presentato il manuale di uso giornalistico “Donne, Media e Grammatica”, già tenuto a battesimo a Roma dalla presidente della Camera Laura Boldrini.

Chiediamo qualche informazione ad Antonella Barina, per trent’anni giornalista all’Ansa, e nel 1991 promotrice a Venezia del Patto per un uso non sessista della lingua italiana, che ha svolto l’introduzione al seminario.

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Come mai è stato organizzato l’incontro del 15 maggio a Venezia, da quali esigenze professionali nasce?

L’incontro “Che genere di notizia” è uno dei seminari che GIULIA, l’associazione nazionale di giornaliste nata quattro anni fa, al cui manifesto ha aderito oltre un migliaio di colleghe, sta svolgendo come formazione giornalistica presso le sedi degli Ordini dei Giornalisti e il Sindacato dei Giornalisti, oltre che in molte altre sedi, delle diverse regioni. È importantissimo che oggi questa materia rientri nell’aggiornamento professionale obbligatorio della categoria, cominciando a far parte del bagaglio culturale di chi lavora nei media, donne e uomini. La dimensione mediatica moltiplica in modo esponenziale gli effetti del linguaggio come elemento che “forma la realtà”, come scriveva Alma Sabatini. Di più: questo seminario vale anche come aggiornamento deontologico, il che è un valore aggiunto fondamentale. Maria Teresa Manuelli, segretaria dell’associazione, ha trattato la materia linguistica, mentre la vicepresidente Silvia Garambois ha spiegato la nascita e la valenza delle Carte deontologiche, dove già si sancisce il dovere di attenersi alla giusta e non offensiva rappresentazione dei soggetti trattati. Questa abbinata ha suscitato molto interesse, a Venezia il seminario è stato seguito da circa 250 colleghi e colleghe.

Il seminario è frutto di un lavoro continuo tra i soggetti che lo hanno proposto? Deriva da contingenze estemporanee?

Quando è uscito “Donne, Media e Grammatica”, il manuale di rapida consultazione redazionale, ho chiesto a Silvia, che nel 1995 a Roma ha promosso ‘Linguaggio e linguacce”, di presentarlo a Venezia e l’OdG veneto ha inserito il seminario tra le attività formative. Era logico presentarlo a Venezia, dove dal 1991 – anno del Patto per un uso non sessista della lingua che avevo promosso e che, con il concorso delle colleghe che hanno aderito, ha cambiato i vocabolari – ad oggi si sono promosse diverse iniziative, ultima in ordine di tempo il convegno ‘La lingua che (non) c’è” del 2011. Con il seminario di GIULIA a livello nazionale, non solo veneto, si chiude un cerchio e si apre un nuovo capitolo del giornalismo: non sono più poche giornaliste con “il pallino delle donne”, ma sono ora gli Ordini professionali a indicare la giustezza di un uso corretto del linguaggio, dell’equa rappresentazione del genere femminile. Il rispetto del femminile traina il rispetto per molti altri soggetti erroneamente ritenuti ‘minori’, sposta il fulcro antropocentrico della narrazione universalizzante maschile, consente tra l’altro di produrre un’informazione intelligente anche dal punto di vista editoriale: più di metà del pubblico potenziale è femminile. Questo è un punto su cui battevo nei primi anni novanta scrivevo sul giornale della Fieg, gli editori di giornali. Si sono limitati a confezionare alcuni inserti sulla “Donna”. Sul versante sindacale invece l’attenzione andava posta a mio avviso sulla libertà di espressione: mutilare un articolo che contiene una scelta linguistica che dà una corretta rappresentazione del femminile equivale ad una censura non più giustificabile con l’ignoranza.

Come è affrontato il tema del linguaggio nell’ambito giornalistico a tuo avviso? C’è maggiore attenzione a non usare stereotipi di genere rispetto al passato, c’è più disponibilità verso questo argomento oppure niente muta?

Vorrei dimenticare le difficoltà incontrate passando dalle testate delle donne (Effe, Quotidiano Donna, ecc.) dove avevamo tutta la libertà di dirci a quelle molto più ingabbiate, ingessate, dell’informazione ufficiale. Durante una riunione ad Effe negli anni settanta una giurista annunciò che sospendeva la sua collaborazione, per quanto la amasse: “Non voglio più – disse – essere una femminista giurista, ma una giurista femminista, voglio entrare per cambiare”. A me, di lì a qualche anno, riuscì di entrare in quella che era la principale agenzia italiana, la quarta nel mondo. Anche se Sergio Lepri, direttore dell’Ansa, firma l’introduzione della prima edizione de “Il sessismo nella lingua italiana” di Alma Sabatini (1987), il suo occhio, per quanto attento, non arrivava ai confini dell’impero, dove era facile dover restare in piedi a vedersi correggere riga per riga i pezzi dai desk, secondo la formula di “quello che si usa” e non della grammatica. A volte ci vogliono decenni perché la verità passi: è successo con il Vajont come con il Mose, ad esempio, temi che mi stavano a cuore quanto il linguaggio di genere. Sì, oggi c’è maggiore attenzione, ciò non toglie che sia amara la constatazione che esce dall’ultima assemblea di GIULIA: “Una rappresentazione obsoleta della donna, nell’immagine e nel linguaggio, perpetua le discriminazioni che le donne subiscono nel Paese e non aiuta a contrastare la violenza contro le donne. Impedisce lo sviluppo, ostacola persino la parità: la differenza di paga e di reddito è una vergogna. La donna, in Italia, è una cittadina che guadagna meno e lavora di più. Senza aiuti. E nell’informazione questa realtà è invisibile. Le donne reali continuano a essere invisibili, di loro si rappresenta l’immagine. Ma un’immagine distorta, plasmata su stereotipi e immaginario maschile”.

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Quali sono i rapporti tra colleghi e colleghe di lavoro? Lo spazio delle donne è sempre difficile o è cambiato qualcosa in questo ambito?

Nel 1995, come referente del Coordinamento giornaliste del Veneto, ho realizzato l’indagine sulla condizione delle giornaliste del Veneto coinvolgendo il Dipartimento di statistica dell’Università di Padova e fondendo al questionario classico i passaggi fondamentali di quelli messi a punto in seno alla Cpo Fnsi, il sindacato nazionale della stampa, quando ne facevo parte, e altri questionari nati spontaneamente nelle redazioni. Emerse che le molestie riguardavano il 40% delle colleghe, la ricerca uscì a più firme con il titolo tristo ‘Attese e disattese delle giornaliste venete” (Cleup). Ho sottomano i risultati della Cpo sindacale veneta: il 55,7% delle colleghe dichiarava di aver svolto lavoro nero, il 21,3% di aver vissuto episodi di molestia sessuale nel corso dell’attivita’ professionale, il 63,9% dichiarava di non essere soddisfatto della propria posizione. Mi ha stupito comunque che nessuna solidarietà sia mai venuta da altre categorie di donne in seguito all’esposizione di questi dati, prevale l’immagine cinematografica della giornalista agguerrita e vincente. Balle. È solo incredibilmente tenace e resistente. Oggi c’è più capacità di reagire e trovare solidarietà, ma per contro è aumentato il precariato, che rende più ricattabili: per rispondere bisognerebbe rifare l’indagine, ma per difendersi bisogna far rete. Come fa GIULIA.


Quali interventi specifici propone GIULIA? Che fine ha questa associazione di giornaliste? Ha un seguito diffuso, incide sull’esistente?

Cito qualche passaggio dal Manifesto: “GIULIA è contro i bavagli. Per questo è in prima fila nella battaglia per la libertà dell’informazione e del web. GIULIA dice basta all’uso della donna come corpo, oggetto, merce e tangente; abuso cui corrisponde una speculare sottovalutazione delle sue capacità e competenze. Serve una svolta culturale. Una rigenerazione della politica. La discriminazione delle donne nel mondo del lavoro, l’emarginazione dalla vita pubblica, sono ostruzioni che vanno rimosse: uno spreco enorme di intelligenze che indebolisce il Paese e lo spinge al declino. GIULIA vuole riportare al centro dell’informazione la vita reale; il sapere, la fatica, il coraggio, le competenze, i talenti e la creatività delle donne italiane e di tutta quella gran parte di società che oggi non ha rappresentanza sui media”. Se incide? Un solo esempio: femminicidio (assassinio di donne) e femicidio (assassinio di donna motivato da odio verso la donna) sono rimasti invisibili finchè non sono stati battezzati e nominati. Il termine si è imposto dopo un battage corale e vincente di GIULIA. Ma i femicidi continuano. Consiglio di non lasciar sole le giornaliste.

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