Quando ho letto che di Rebeca era stato trovato solo un giubbotto bianco ho pensato alla fragile Cabiria di Giulietta Masina. Piccola storia, probabilmente tragica, quella di Rebeca, in fondo, ma proprio laggiù, in fondo allo scenario di un mondo di grandi guerre che si fanno sempre più vicine e che hanno fatto saltare il pallottoliere che contava i morti innocenti.
Che poi, a pensarci, sono tutti innocenti, vuoi che siano appena nati, indifesi, vuoi che indossino una divisa. Rebeca aveva una sua battaglia, solitaria: provare a non farsi macinare dalla povertà e dall’emarginazione. Una battaglia nella guerra infinita che mette l’uno di fronte all’altro, meglio l’uno sotto i tacchi dell’altro, il mondo degli ultimi e quello di chi determina tutto, magari dopo aver cancellato anche l’ultima scomoda regola di civiltà.
Una battaglia che Rebeca combatteva da 21 anni, i suoi 21 anni, potendo contare solo sulle armi della giovinezza e della bellezza. Una bellezza, la sua, resa essenziale dalla povertà. Pulita, sì pulita. Orfana, senza un fratello, non una sorella, stesso passo di un’amica, Rebeca aveva lasciato la Romania per provarci, per sfidare il destino.
La Romania, Europa, ma resta un Paese povero, dove la vita è carissima. Difficile sopravvivere se sei proprio sola, maledettamente sola. E’così che Rebeca parte, destinazione Italia. In Puglia, nel foggiano il destino è avaro come lo è stato per tanti altri qui arrivati dai Sud del mondo: lavoro nero nei campi, curva dal mattino alla sera per farci arrivare le cose in tavola. Lavoro duro, e tutt’attorno un mondo al margine del mondo, pesantissimo da vivere. E tutto per una manciata di euro. In queste condizioni di schiavitù e di costante oltraggio della dignità, il passaggio alla prostituzione è uno schioccare di dita. Basta un consiglio interessato, una spinta vorace alla quale in queste condizioni non si riesce a dire di no.
E’così che Rebeca passa da un inferno all’altro, questo oltre che violento, è laido, popolato da sciacalli. Pericoloso, sempre. Accade così che Rebeca precipita in un buco nero che in queste ore frenetiche sembra averla risucchiata e cancellata. Un paio di sospetti, uomini minacciosi, un telefonino abbandonato, come il giubbotto, ricerche ancora senza soluzione. Mentre il mondo degli ultimi da queste parti si spezza la schiena per gli euro che ci vogliono per un panino, Rebeca non si trova. Non si trova viva, non se ne trova il corpo senza vita. Sulle sue tracce, un cane e tanti volontari che scrutano pure dentro pozzi e anfratti.
Di lei non un ricordo in zona, di ragazze che si prostituiscono ce ne sono tante, bianche e nere, bionde e coi capelli crespi. Stanno lì dove le strade, con la spazzatura ai lati, si incrociano in una tela degli ultimi. Macchine che rallentano le osservano, ripartono. Ragazze che salgono, che tornano. Poi c’è Rebeca, che non è tornata. Che non lascerà un vuoto, che non spezzerà un affetto, che non sarà neanche storia. Al massimo, entrerà in scaletta, in un paio di trasmissioni tv, a fare da contorno al piatto forte di Garlasco.
