di Antonio Salvati
Per l’uccisione del maliano di trentacinque anni Sako Bakari, avvenuta il 9 maggio scorso a Taranto, sono indagati dalla Procura per i minorenni quattro ragazzi assieme ad un maggiorenne. Questa vicenda rovescia lo stereotipo diffusosi in questi anni e alimentato dal nuovo linguaggio sui “maranza e le baby gang”: questa volta la vittima è un cittadino straniero – se questo serve: regolarmente presente sul territorio nazionale – un lavoratore bracciante, che ha vissuto per anni da solo in questo Paese perché in conseguenza dell’emigrazione è rimasto separato dai suoi affetti familiari. Una vicenda tragica che non può non ripropone interrogativi non nuovi che in questi ultimi anni si sono acutizzati e sui quali occorre approfondire la riflessione.
Soprattutto su quel pianeta, quello dei minori detenuti, che spesso crediamo non abbia niente a che fare con il nostro: un dentro – ha detto Matteo Zuppi – che è estraneo al fuori, mentre, in realtà, capendo il dentro capiamo quello che c’è fuori. Non è un altro mondo: è il nostro. Le mura più difficili – ricorda Zuppi – «sono proprio le storie dei ragazzi, che spesso diventano mura per difendersi, per paura, per rabbia, per delusione, perché non intravedono altro». Cosa c’è dentro il carcere e cosa c’è dentro il cuore dei ragazzi che “stanno dentro”. Tale comprensione è fondamentale per capire come preparare al “fuori”, «altrimenti si cade nell’inganno dei “cattivisti” che rivendicano interventi forti, usano la paura e la richiesta di giustizia, per altro dovuta alle vittime, ma facendo credere che tutto ciò si ottiene con quelle che si rivelano false soluzioni». La chiave da usare è garantire l’esecuzione della pena attraverso percorsi che permettano di redimere, di comprendere il senso della condanna e della detenzione per preparare il futuro. La questione centrale è legata alla possibilità di conoscere, essere sapienti, capire i problemi con onestà, non in maniera ideologica, ignorante, spacciando soluzioni che non sono tali e che ingannano la legittima richiesta di sicurezza.
Mentre le inchieste e i processi fanno il loro corso nell’accertare le responsabilità, è chiaro, a chiunque lavori in quei contesti, che manca un autentico pensiero legislativo, oltre che pedagogico, sulla giustizia minorile. Un’assenza che va – ha osservato Giovanni Ribuoli – ben oltre il decreto-legge del 2023, cosiddetto “Caivano”. Sicuramente danno una sintesi chiara le cifre: gli ingressi negli Istituti Penale per i Minorenni (noti anche come carcere minorili) sono passati dagli 813 del 2021 ai 1.197 del 2025. Un aumento che ha portato alla riapertura di un carcere minorile a L’Aquila, e poi all’apertura di nuovi IPM a Lecce e Santa Maria Capua Vetere, e al trasferimento-ampliamento a Rovigo di quello di Treviso. Sul sito del ministero della Giustizia, però, se ne contano ancora solo 17. La detenzione dei minori autori di reato – sostiene Ribuoli – «non è più percepita come “caso-limite” dalla società italiana: anzi, il dibattito pubblico ha inasprito sempre più i toni nei confronti di chi compie reati prima dei 18 anni».
Un comunicato del 15 maggio 2026 Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia a firma del suo Presidente Claudio Cottatellucci ha cercato di fare chiarezza sottolineando, innanzitutto, «la necessità di diffondere e rafforzare le azioni di prevenzione a sostegno dei minorenni, soprattutto dove i contesti familiari e sociali segnalano carenze gravi e inadeguatezza».
L’attenzione mediatica su fatti gravi di cronaca – avverte Cottatellucci – rischia di determinare distorsioni della percezione e dei giudizi nell’opinione pubblica, favorita obiettivamente dal fatto che i dati statistici sono dispersi tra più fonti e validati solo a notevole distanza di tempo. Proprio per questa ragione, pur con le cautele imposte da queste carenze del sistema, «è necessario assumere in prospettiva uno sguardo più lungo e sottrarsi a descrizioni schiacciate sul presente e per questa ragione prive di memoria». Vale la pena allora almeno ricordare due dimensioni essenziali. Il numero di omicidi commessi da minorenni, negli ultimi tredici anni, è diminuito sensibilmente, passando dai dati del periodo 2014 – 2017 che oscillavano tra i 30 e i 35 eventi per ogni anno, a quelli dell’ultimo biennio 2023 – 2024 che sono stati rispettivamente di 25 e 26 eventi. Le diminuzioni più significative, ovviamente escludendo il biennio interessato dalla pandemia, si sono avute tutte prima dell’inasprimento repressivo determinato dal D. L. 15 settembre 2023 n. 123. A conferma, precisa Cottatellucci – «se ce ne fosse bisogno, del fatto che l’accentuazione delle pene detentive e la creazione anche di nuove fattispecie di reato non è in grado di produrre nessun risultato apprezzabile neppure sotto il profilo della sicurezza pubblica».
Pertanto, più che un aumento della delinquenza giovanile bisogna denunciare un aumento della sofferenza giovanile. La diffusione di alcol e droghe – pesanti e leggere – lo testimoniano. Le storie di devianza nascono, inoltre, dall’assenza di figure adulte di riferimento, anche perché così poco ci si assume la responsabilità di qualcuno. Negli ultimi anni gli ingressi negli IPM sono aumentati del 30%, ma questo non è un segnale rassicurante; «se il carcere diventa – denuncia Zuppi – l’unica soluzione per correggere devianze significa che qualcosa si è rotto. C’è una crepa – cantava Leonard Cohen – ed è da lì che passa la luce. Il carnefice è comunque un essere umano e ognuno non è mai una cosa soltanto, una definizione». Cosa accade quando non si ha un futuro? E quanto è vero che ogni persona è meglio della sua colpa. Non possiamo accettare che “dentro le mura” sia senza un fine. Ed è questa la condanna più sbagliata che non deve mai essere comminata. Papa Francesco si interrogava sempre quando andava in carcere: «Mi domando: perché lui e non io? Merito io più di lui che sta là dentro? Perché lui è caduto e io no? È un mistero che mi avvicina a loro». Dobbiamo garantire dignità umana sempre a tutti e camminare insieme ai fratelli carcerati senza paura, con amore perché l’amore vince la paura e ci fa riconoscere nell’altro la persona che è, degna sempre della nostra “compassione” che vuol dire pensarsi insieme, non esercitare qualche buon senti mento utile a sé e non al prossimo.
Il carcere degli adulti, fatti salvi alcuni casi virtuosi, ha mostrato tutta la sua difficoltà a evitare il ciclo delle recidive e tuttora non riesce a spezzare la catena della violenza né le reti criminali. Basta far presente questo, afferma Ribuoli, per aver chiaro che «proteggere l’infanzia e la gioventù», come richiede l’articolo 31 della Costituzione, «anche quando la gioventù è autrice di reati, significa soprattutto portarla al più presto al di fuori da queste logiche criminali: con l’istruzione, con la professionalità e con il lavoro».
Quando la legge lo prevede, anche con l’IPM, con la “quasi terribile” detenzione. Una giustizia minorile efficace, insieme ad un’istruzione qualificante, «può davvero contribuire a invertire la rotta dei comportamenti devianti. La giovane generazione attuale arriva purtroppo in prima pagina solamente come autrice di reati, sempre definita con insulti animaleschi e ritratta come dipendente da telefoni, sostanze e comportamenti devianti». Una giustizia minorile che funziona, infatti, permette a ogni minore autore di reato di ritrovare una propria identità oltre il reato. Significa «ridare la possibilità di scoprire un lavoro, sedersi a scuola, di cominciare un lavoro e di coltivare passioni sportive. Questo non solo per il senso di umanità, ma soprattutto per la pari dignità sociale che spetta a tutti. In questo disegno previsto dalla Costituzione, non c’è posto solo per l’agire criminale e per la tortura».
