Orfini è radicale dopo la sconfitta: "Il Pd va sciolto e rifondato, è finito l'entusiasmo"

Matteo Orfini ha parlato con Fanpage della situazione del Pd, alla vigilia della Direzione che delineerà le strategie future. Per Orfini "Il Pd va sciolto e rifondato":

Orfini è radicale dopo la sconfitta: "Il Pd va sciolto e rifondato, è finito l'entusiasmo"
Matteo Orfini
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6 Ottobre 2022 - 09.48


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Matteo Orfini è stato rieletto alla Camera nelle file del Pd, una lunga militanza caratterizzata anche dalle pesanti polemiche che hanno coinvolto la corrente romana del Partito Democratico. La Direzione di quest’oggi chiarirà il futuro del partito, frammentato in tante differenti idee. Intanto Orfini, in un’intervista a Fanpage, ha detto la sua sulla delicata situazione dei Democratici.

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Noi non dobbiamo minimizzare le dimensioni della sconfitta, che vanno al di là dei numeri, perché parliamo di una sconfitta politica drammatica che viene dopo un’altra sconfitta drammatica, quella di cinque anni fa. Pur avendo cambiato gruppo dirigente e linea ci ritroviamo al punto di partenza. Penso che questo ci debba portare a capire cosa vogliamo fare davvero del Pd, se crediamo che il Pd possa svolgere ancora la funzione per la quale lo abbiamo pensato.

Noi abbiamo superato i Ds e la Margherita, immaginando che il Pd potesse diventare il partito della sinistra riformista e che avesse l’ambizione di rappresentare una larga parte del Paese per poterlo cambiare, in modo radicale. Abbiamo immaginato che il Pd fosse lo strumento per produrre questo cambiamento. Invece nel tempo questa funzione si è un po’ persa, siamo apparsi piuttosto come il partito dello status quo, dell’establishment, della tutela degli equilibri. Invece l’ambizione era esattamente l’opposto.

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Lei già tre anni fa chiedeva di sciogliere il Pd.

Chiedevo di scioglierlo per rifondarlo, lo dico anche adesso. Ho visto che altri chiedono di scioglierlo perché ritengono superata quella funzione originaria. Io no, continuo a pensare che il Pd serva al Paese, e possa essere lo strumento per il cambiamento. Certo non così. Purtroppo temo di aver avuto ragione tre anni fa, a me pareva tutto abbastanza chiaro già allora.

Perché non l’hanno ascoltata?

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In quella fase c’era un congresso da fare, si è pensato che bastasse cambiare linea rispetto agli anni precedenti per risolvere i problemi. Invece il problema era un po’ più profondo e si è aggravato perché noi abbiamo rinunciato alla politica. Se oggi tutti si chiedono ‘ma cosa vuole il Pd?’ non è colpa di una campagna elettorale non particolarmente brillante, ma è colpa del fatto che in questi anni noi non abbiamo avuto una proposta politica per il Paese. La nostra unica proposta era allearci. Ma le alleanze sono strumento per fare qualcosa, non possono essere il fine. Noi invece abbiamo parlato solo di quello. Abbiamo passato gli ultimi anni inseguendo l’idea che il rapporto con il M5s potesse essere la soluzione a tutti i problemi, mentre era un pezzo del problema. Invece di lavorare sul nostro profilo, sul nostro progetto di Paese, abbiamo pensato che si potesse trovare nelle alleanze la risposta alle nostre debolezze.

Come se per definirsi il Pd avesse bisogno di costruirsi un’identità a partire dall’alleanza con altri.

Sì, ma questa è subalternità. Prima a Conte, poi a Draghi e a Calenda. È vero che in questo momento il M5s ha saputo più di noi rappresentare i ceti popolari. Ma questo dovrebbe portarci a chiederci come migliorare e recuperare quei voti, non a dire che abbiamo bisogno di allearci con loro. Poi le alleanze, a seconda delle leggi elettorali, si possono fare, ma partendo sempre da cosa vogliamo fare noi.

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Sbaglia quindi ora chi chiede di ripartire dal campo largo?

L’aver avuto come unica linea politica il campo largo è la ragione della nostra sconfitta. Aver rinunciato alla politica per concentrarci esclusivamente sulle alleanze è la ragione per cui nessuno sa cosa vogliamo.

Lei ha detto che non ha trovato una sola persona felice di votare Pd. Un sondaggio Swg le dà ragione, dice che la maggior parte degli elettori vi ha votato per paura che vincesse la destra. Nessuno vi ha votato per le vostre proposte insomma.

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Esatto, conferma la sensazione che avevo raccontato. L’entusiasmo per il Pd non l’aveva neanche il più fedele dei nostri elettori. Non è che se avessimo fatto questa o quella alleanza l’entusiasmo gli sarebbe tornato.

Come si recupera l’entusiamo?

Magari provando a essere un po’ più netti sulle battaglie, andando fino in fondo. Concentrarci unicamente sulle alleanze ha portato anche ad annacquare i nostri punti di vista. Pur di mantenere gli alleati non avevamo più un punto identitario. Quanto abbiamo sacrificato nel tentativo di allearci con il M5s in questi anni? A quante battaglie abbiamo rinunciato?

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La sensazione era che il Pd non volesse essere netto nelle battaglie anche per non spaventare l’elettorato moderato.

Sicuramente, ma questo è figlio di una lettura sbagliata della società. Mi chiedo se esistano ancora i moderati. In una fase in cui una larga parte dei cittadini italiani soffre la crisi ed è in una condizione di difficoltà, forse nessun elettore cerca soluzioni moderate, cerca un cambiamento radicale. In teoria sarebbe proprio il nostro momento, se ritrovassimo un po’ di ambizione e di coraggio, invece di pensare solo a come stare al governo.

Luciana Castellina ha detto che il “Pd non è di sinistra”, e che “non è riformabile come partito di sinistra. Non ne ha più la cultura né le persone”. È d’accordo?

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È la nobile posizione di Luciana Castellina da quando la conosco, cioè che i soggetti politici della sinistra riformista non sono di sinistra e non sono riformabili. Non penso sia così, penso però che ci sia il rischio di finire così. Se questo è il tema cambiamo il Pd, miglioriamolo. Dopodiché faccio fatica a considerare di sinistra il M5s. Forse dovremmo iniziare a chiederci cosa sia la sinistra, spero possa essere una delle discussioni del nostro congresso.

Quando si svolgerà?

Spero presto, il prima possibile. Non possiamo stare fermi sette mesi. Anche perché un processo politico di rigenerazione del Pd lo può solo lanciare un gruppo dirigente legittimato, lo potrà fare chi vincerà il congresso. Adesso Letta può solo accompagnare questa discussione e l’avvio della legislatura, poi serve un congresso che apra una nuova fase.

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Cosa dobbiamo aspettarci da questa direzione del Pd?

Credo che ci sarà l’avvio di una discussione che non si chiuderà ovviamente con la direzione di oggi. Una rifondazione e una fase costituente come dicevo la deve avviare un gruppo dirigente nuovo.

Che ne pensa dei nomi che girano per la segreteria?

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Io ho trovato surreali quelli che si sono candidati 24 ore dopo le elezioni, mentre la nostra gente era tramortita dal risultato elettorale, e con grande sprezzo del ridicolo si sono raccontati come la soluzione a tutti i problemi. Apprezzo la loro autostima. Intanto c’è un dato di fatto, tutti quelli di cui si parla sono stati protagonisti di questa campagna elettorale che non è finita benissimo, vale per Elly (Schlein ndr) come per tutti gli altri. Il punto non sono i nomi, ma cosa propongono.

Un ticket Bonaccini-Schlein?

Non credo sia un’ipotesi, credo sia un suggerimento di Angelo De Maria, da bolognese. Si è candidata anche Paola De Micheli, tutti nomi degnissimi, ma direi che c’è vita anche oltre l’Emilia-Romagna.

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Secondo D’Alema il Pd ha perso perché è stato troppo ‘draghiano’, hanno vinto i due leader che più hanno contrastato Draghi. Che ne pensa?

Ho imparato da D’Alema che l’esito di una campagna elettorale non si definisce negli ultimi sei mesi. Non penso che questa sconfitta si sia determinata nell’ultimo anno, ma è stata causata dal fatto che il Pd ha rinunciato a darsi un’identità. Il resto sono effetti collaterali.

Conte chiede di scendere in piazza, anche senza bandiere, per invocare una svolta negoziale che ponga fine alla guerra. Pensa che una mobilitazione per la pace possa indebolire la posizione dell’Italia a livello internazionale?

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Ho fatto nella mia vita tantissime manifestazioni per la pace, penso che sia sempre una cosa bella quando i popoli scendono in piazza per questo motivo. Probabilmente abbiamo idee molto diverse su cosa si debba fare per raggiungere la pace. Fino ad ora ci sono state posizioni diverse sulle ragioni e le responsabilità di questa guerra e sulle soluzioni che si possono trovare per farla finire, l’importante è che ci sia chiarezza su questo. Non penso che una piazza per la pace debba essere strumentalizzata per fare una battaglia all’interno del centrosinistra. La pace, in termini assoluti, dovrebbe essere un sentimento che unisce tutti. Se ci mettiamo a discutere sui modi per raggiungerla è difficile che ci possa essere una piazza unitaria.

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