Qatargate, vademecum per gli “indignati” a scoppio ritardato

C'è il Qatargate e c'è quella luna che gli stolti non vogliono guardare: ossia la potenza economica delle 'non democrazie' che cresce

Qatargate, vademecum per gli “indignati” a scoppio ritardato
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

16 Dicembre 2022 - 17.52


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Scandalo devastante. Il Qatargate. Articolesse trasudanti d’indignazione. Processi mediatici condotti da improbabili “giudici” e pubblici ministeri che hanno già emesso sentenze definitive. Condanne senza appello. Un europarlamentare Pd sospeso da ogni incarico di partito. Nessuna sottovalutazione di una questione che inerisce più alla politica che alla morale. Però… Globalist, nel suo piccolo, con umiltà, si permette di offrire al plotone d’esecuzione mediatico, considerazioni che inquadrano un fenomeno ben più radicato, pervasivo, globalizzato. Di fronte al quale la vicenda di un vice presidente del Parlamento europeo e di un ex parlamentare acquistano la loro giusta dimensione: microscopica.

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Vademecum per gli “indignati” a scoppio ritardato

In questa opera di erudizione, di grande aiuto sono alcuni contributi analitici di grande spessore.

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Il primo è di Carmelo Palma che in un documentato report per Linkiesta, scrive tra l’altro: La potenza economica delle non democrazie nel mondo è cresciuta rapidamente negli ultimi decenni. Gli investimenti produttivi, finanziari e pubblicitari di società statali e non statali legate al deep state autoritario internazionale sono sempre più determinanti per l’economia dell’Occidente.

Possono comprarsi o, per così dire, affittare legalmente progetti di ricerca, cattedre universitarie, testate giornalistiche, istituzioni culturali, think tank, opinion leader, influencer e qualunque altra cosa faccia successo e immagine senza bisogno di riempire le valigette di euro in nero, che a Bruxelles sarebbero state trovate a casa di alcuni indagati. E così stanno facendo, con notevole e indiscutibile successo.

La luna che gli stolti non vogliono vedere è che la penetrazione degli Stati canaglia nel soft power del potere occidentale non viaggia lungo le linee della corruzione privata, ma dell’infiltrazione pubblica. Ed è un problema enorme per società e economie aperte e quindi esposte anche a questa forma di cattura ideologica, prima che corruttiva, che può trovare argini effettivi solo sul piano politico-culturale, non su quello repressivo-giurisdizionale.

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Pensare di fermare questo fenomeno spiando le vacanze di questo e di quell’altro politico o lobbista non dichiarato è, nella migliore delle ipotesi, un’illusione ingenua e nella peggiore, e più frequente, una forma di cattiva coscienza. Lo vediamo quotidianamente a proposito della guerra russa all’Ucraina, in cui senza bisogno di dazioni illecite e di mazzette nascoste un pezzo dell’informazione e della politica italiana si è fatta da dieci mesi altoparlante della propaganda moscovita, del «non ci sono prove che…», «però la Nato si era allargata troppo», «la Crimea è sempre stata russa» e «…ma in Donbass era in corso un genocidio». Il «non si dica che Putin non vuole la pace», cioè il refrain gratuito della campagna elettorale di Conte, mentre il famoso pacifista del Cremlino faceva crimini a livello di Srebrenica, è stato molto più invasivo e epidemico delle timide difese dei progressi del Qatar da parte degli eurodeputati socialisti, indiziati di avere difeso a gettone le condizioni di lavoro degli immigrati impegnati a costruire gli stadi per i Mondiali di calcio.

Purtroppo la corruzione politica dell’Occidente – quella che davvero costa, pesa e determina gli esiti delle elezioni, non i viaggi premio dei promoter – è oggi legalissima, perché è indissolubilmente connessa al funzionamento e alla fragilità del mercato politico e mediatico delle nostre democrazie. Questo sarebbe un bel tema di cui discutere, se l’Italian connection di Bruxelles non fosse diventata la nuova forma di scopofilia giudiziaria da cui la politica e l’opinione pubblica italiana non sembra avere intenzione di guarire.

La dispercezione sulla gravità del pericolo e del fenomeno, unita alla perversione guardonistica che fa apparire esistente e vero solo ciò che trova spazio nelle aule dei tribunali, è proprio ciò che ha portato negli scorsi anni a considerare come un atto di folklore la sfilata di Matteo Salvini e dell’attuale presidente della Camera Lorenzo Fontana con le magliette pro Putin nell’aula del Parlamento europeo e porta oggi a spiare con trepidazione e allarme le email riservate pro Qatar di Andrea Cozzolino.

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Chi parla bene di Putin, chi traduce in italiano i dispacci della propaganda moscovita, chi spiega che di questo Zelensky e del suo regime nazisteggiante proprio non ci possiamo fidare, può tranquillamente fare il Savonarola contro gli accusati e arrestati di Bruxelles. Rimaniamo un Paese così, a misura di Fatto Quotidiano”.

Così Palma. Per quel che conta, poco, sposiamo anche le virgole.

La strategia dell’emiro

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L’illuminante incipit dell’analisi di Régis Soubroulliard  nel volume di Limes “Fronte del Sahara”. 

“«Poco importa se il gatto è bianco o nero, l’importante è che prenda i topi». La famiglia regnante Āl Ṯānī potrebbe appropriarsi del celebre detto di Deng Xiaoping. Che si tratti di democrazie o di regimi integralisti, il Qatar fornirà sempre il suo sostegno politico, militare, finanziario e mediatico all’unica condizione che il potere della famiglia nel proprio paese e la sua influenza nel mondo ne escano rafforzati. A colpi di petrodollari e grazie al canale mediatico di al Jaazera. il Qatar cerca di svolgere il ruolo di finanziatore e di intermediario bona fide in tutte le aree critiche del mondo sunnita, dal Sudan a Gaza passando per la Somalia, la Libia, il Marocco e oggi la Siria.

La strategia dell’emiro al-Ṯānī consiste nel rendersi indispensabile per ogni azione occidentale nella regione, a spese dell’Arabia Saudita. L’azione internazionale della famiglia regnante si sviluppa seguendo numerosi assi convergenti: rilanciare sul piatto dell’islamismo; sostituire l’Arabia Saudita come polo d’influenza islamica in tutti i dossier del mondo arabo; trasferire al Qatar la protezione che l’Occidente e soprattutto l’America accorda ai sauditi; demonizzare l’Iran e i suoi seguaci sciiti, nonostante il necessario riguardo per il vicino persiano, con cui condivide il North Dome, un gigantesco giacimento di gas naturale offshore…”.

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Gli affari tra Doha e l’Italia

Altro prezioso contributo chiarificatore è quello di Dario Prestigiacomo per Today.it Economia

“Nei primi otto mesi del 2022, lo scambio commerciale ha già fatto registrare la cifra record di 4 miliardi, in crescita rispetto all’anno passato del 140%. Esportiamo macchinari, mobili, moda e prodotti agroalimentari, i pezzi forti del made in Italy (ma anche armi). In compenso, importiamo sempre più energia. Già, perché il Qatar, oggi al centro dell’attenzione globale per i Mondiali di calcio, è da tempo uno dei nostri più importanti fornitori di gas naturale liquefatto (gnl). Lo è per noi, ma anche per buona parte dell’Europa e del globo. E il suo peso sul mercato mondiale è destinato a crescere nel 2023, quando la competizione per accaparrarsi le forniture del Paese del Golfo sarà ancora più serrata.

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Il gnl che fa gola

Lo ha sottolineato poche settimane fa proprio Doha, lanciando un avvertimento che è stato poi confermato anche dall’Agenzia internazionale dell’energia (Aie): se i Paesi europei dovrebbero riuscire ad avere scorte di gas sufficienti per superare questo inverno, diverso è quello che potrebbe accadere dopo l’estate del 2023, quando si tratterà di riempire nuovamente gli stoccaggi. “I problemi (nell’approvvigionamento di gas, ndr) saranno il prossimo anno e quello successivo, anche fino al 2025”, è il monito lanciato dal ministro dell’Energia del Qatar, Saad al-Kaabi. 

A causare questi rischi sono diversi fattori. Innanzitutto, c’è la Russia, che potrebbe interrompere del tutto le sue forniture verso l’Europa, anche quelle di gnl che, a dispetto di quelle del gas via pipeline, sono aumentate in questi mesi di guerra. C’è poi la Cina: con lo scoppio della crisi energetica nel Vecchio continente, Pechino ha ridotto (e di molto) le sue importazioni di gnl sul mercato globale, cosa che ha consentito ai Paesi Ue di potersi accaparrare quote di mercato aggiuntive e far fronte ai problemi di approvvigionamento con la Russia. Ora, con molta probabilità, la Cina potrebbe tornare nel 2023 a far valere il suo peso di grande acquirente di gnl, rendendo più difficile per l’Europa mettere mano sulle navi solitamente dirette in Asia. 

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Ecco perché molti Paesi Ue, come Germania, Francia, Spagna, Belgio e, non per ultimo, Italia, hanno intrattenuto colloqui con Doha in questi mesi per assicurarsi forniture e anticipare il possibile braccio di ferro con Pechino. Ma il Qatar ha messo le mani avanti: almeno fino al 2025, la produzione di gas del Paese del Golfo non potrà aumentare più di tanto, e i tradizionali clienti asiatici, a sui solitamente arriva il 70% del gnl qatarino, hanno contratti fissi a lungo termine che vanno onorati. Secondo il ministro al-Kaabi, Doha, che è tra i primi tre big mondiali del gnl, potrà dirottare nel breve termine solo il 10-15% della produzione attuale verso l’Europa.

Dietro queste dichiarazioni, come comprensibile, ci sono trattative e affari che riguardano il gas, ma non solo. Il Qatar punta molto sui Mondiali di calcio per consolidare la sua immagine e la sua posizione sullo scacchiere internazionale. E le critiche sulla situazione dei diritti umani nel Paese, arrivate in buona parte proprio dall’Europa, Regno Unito compreso, sono state duramente contestate dai vertici di Doha. In compenso, al di là delle critiche di qualche leader politico occidentale, i governi europei non hanno preso posizioni eclatanti. 

L’Italia, dal canto suo, ha espresso in questi giorni i suoi migliori auguri al Paese del Golfo per l’organizzazione dei Mondiali: “Facciamo il tifo per il Qatar, facciamo il tifo per il successo del Qatar in questa impresa molto complessa”, ha detto l’ambasciatore italiano in Qatar Paolo Toschi. Evidentemente anche a nome del governo attuale, dopo che quello precedente, lo scorso marzo, aveva inviato l’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio a mantenere caldi i rapporti. Del resto, come dicevamo, le relazioni tra Roma e Doha sono ottime. Se l’anno scorso gli scambi commerciali sono arrivati a un valore di 3,3 miliardi, lo scorso fine agosto l’import-export aveva già raggiunto i 4 miliardi.

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La bilancia pende in modo negativo per il nostro Paese: il nostro export vale 1,1 miliardi, mentre dal Qatar importiamo 2,9 miliardi, in particolare gas, petrolio e gas. Ma le cifre non traggano in inganno. L’Italia, secondo il nostro Istituto per il commercio estero, “è al quarto posto tra i Paesi fornitori del Qatar dopo l’India e prima della Germania”. Inoltre, siamo il terzo Paese, almeno nel 2021, per volume di armi vendute Doha, secondo il Sipri. E gli affari sull’asse Roma-Doha potrebbero ancora aumentare nei prossimi anni: se l’anno scorso, l’Italia è stata il maggior Paese dell’Ue per acquisto di gnl dal Qatar, il motivo va anche cercato nelle buone relazioni intessute dall’Eni con l’emirato: qui, la compagnia italiana ha da poco firmato un accordo con la QatarEnergy per il progetto di espansione del North field east, giacimento che dovrebbe portare i volumi di gnl esportati da Doha dalle attuali 77 milioni di tonnellate a 126 milioni. Peccato, però, che i lavori di ampliamento non finiranno prima del 2027”. 

Quel soft power iper miliardario

In Italia, il Qatar è presente in moltissime forme. 

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“A livello commerciale – declina con dettagliata meticolosità Francesco Petronella su upday.com –  i due Paesi hanno rapporti estremamente solidi. Secondo l’Ice, l’Agenzia italiana per il commercio estero, i dati relativi al 2021 evidenziano un aumento delle esportazioni italiane verso il Qatar (2,01 miliardi di Euro, +90,0% rispetto al 2020) e un aumento delle importazioni italiane dal Qatar (2,05 miliardi di Euro, +99,9% rispetto al 2020). Gli incrementi sono enormi, ma bisogna considerare che si riferiscono ai due anni a cavallo della pandemia di Covid-19. Verso l’emirato del Golfo, l’Italia esporta soprattutto prodotti dell’agricoltura e della pesca, alimenti, bevande, prodotti tessili. La bilancia, però, pende chiaramente a favore di Doha, da cui l’Italia importa soprattutto – com’è ovvio – gas naturale e petrolio.

Moschee finanziate dal Qatar e polemiche sulla Fratellanza musulmana

La presenza qatariota in Italia è plasticamente visibile attraverso le numerose moschee. Tramite i fondi dell’organizzazione Qatar Charity, sono stati costruiti numerosi luoghi di culto islamici in diverse aree del Paese: Ravenna, Catania, Piacenza, Colle Val d’Elsa, Vicenza, Saronno, e prossimamente anche a Bergamo,  dove i lavori si erano fermati per una denuncia di frode presentata dall’Ucoii (Unione delle comunità islamiche d’Italia). In quest’ambito non sono mancate le polemiche, dal momento che la Qatar Charity – teoricamente una ong indipendente dal governo di Doha – sembra aver finanziato soprattutto centri legati alla Fratellanza musulmana. Questo movimento internazionale dell’islam politico propugna una visione radicale e conservatrice della fede musulmana. È stato questo il motivo per cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti (Eau) e Bahrain – con il sostegno degli Stati Uniti guidati da Donald Trump – hanno isolato diplomaticamente Doha nel 2017 con il cosiddetto Qatar ban (crisi rientrata nel 2021).

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L’impero turistico e immobiliare qatariota

Ancora più imponenti sono i grattacieli e le opere edilizie italiane legate al Qatar, che nel nostro Paese ha costituito un vero e proprio impero economico in cui investire una piccola parte delle rendite dovute alla commercializzazione degli idrocarburi. Gli investimenti qatarioti nel mattone italiano sono cominciati nel 2006 con l’hotel Excelsior Gallia di Milano, a due passi dalla stazione centrale. Poi è stata la volta del Gritti Palace a Venezia, albergo di lusso su Canal Grande, e ancora il Baglioni e il Four Season a Firenze e il St. Regis. Senza contare le acquisizioni da favola in Costa Smeralda e il Pevero Golf Club – migliaia di ettari di terreno – nella Marina di Porto Cervo. I casi più noti e recenti riguardano Milano, con torri moderne come il Bosco verticale, la Torre Unicredit e, praticamente, l’intero quartiere di Porta Nuova”.

Di fronte a questo soft power miliardario, gli stolti di cui sopra guardano il dito.

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