A pochi giorni dal 14 febbraio, memoria dei santi Cirillo e Metodio, compatroni d’Europa, Papa Leone XIV ha lanciato un appello che va oltre il perimetro ecclesiale e parla al cuore politico del Continente. Nell’udienza generale dell’11 febbraio ha chiesto la «costruzione di una nuova unità del continente europeo, per superare tensioni, divisioni e antagonismi — religiosi e politici».
Parole pronunciate in un tempo segnato da guerre ai confini dell’Unione, da fratture interne e da una crescente diffidenza tra istituzioni e cittadini. Il richiamo ai due santi evangelizzatori dell’Europa orientale è anche un messaggio culturale. L’Europa nasce dall’incontro tra differenze, non dalla loro cancellazione.
Questo tema attraversa diversi interventi del pontificato. Il 29 settembre 2025, incontrando a Roma un gruppo di parlamentari europei impegnati nel dialogo interculturale e interreligioso, Leone XIV ha parlato di “sana laicità” e di responsabilità pubblica fondata sulla dignità della persona, che oggi in varie parti del mondo sembra perduta.
Il 10 dicembre 2025, ricevendo membri del Parlamento europeo, ha aggiunto un tassello decisivo: la qualità democratica si misura nella capacità di discutere divergenze con “cortesia e rispetto”, anche verso l’avversario politico. Un’indicazione che suona come un richiamo diretto al linguaggio pubblico, spesso segnato da polarizzazioni radicali.
Infine, nel discorso al Corpo diplomatico del 9 gennaio 2026, il Papa ha messo in guardia contro il ritorno di una “diplomazia della forza”, ricordando che la pace resta “un bene arduo ma possibile”. Qui l’Europa appare non solo come spazio geografico, ma come laboratorio politico: se cede alla logica dei blocchi e degli antagonismi, tradisce la propria vocazione storica.
L’Europa, ha suggerito Leone, deve tenere insieme identità e pluralismo. L’unità invocata dal pontefice non è uniformità, ma progetto condiviso.
