La destra meloniana non ama la Costituzione né lo stato di diritto, questo oramai lo abbiamo capito. Sabato 28 marzo, poco prima della manifestazione contro le guerre “No Kings” a Roma, l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Salis è stata identificata dalla polizia che si è incomodata a raggiungerla in albergo, pare su alert della Germania.
A seguito delle polemiche suscitate da un atto palesemente volto a intimidire Salis e contrario alle garanzie costituzionali, la questura ha emanato una nota per gettare acqua sul fuoco, chiarendo che l’iniziativa non aveva a che fare con il neonato istituto del “fermo preventivo” introdotto dall’ultimo decreto sicurezza e che – bontà loro – i poliziotti non hanno proceduto a una vera e propria perquisizione.
E ci mancherebbe altro, verrebbe da aggiungere.
In realtà, il decreto sicurezza approvato a febbraio consente appunto di controllare ed eventualmente trattenere in questura per 12 ore persone ritenute sospette, prima di cortei sgraditi al governo. Le condizioni che limitano queste azioni sono circoscritte al possesso di armi e di oggetti atti a offendere, o precedenti specifici negli ultimi 5 anni.
Insomma, in barba all’habeas corpus, all’Illuminismo e all’articolo 27 della Costituzione, il governo Meloni ha introdotto il concetto di “presunzione di colpevolezza”.
Questo istituto di ispirazione fascista è applicabile a chiunque, che si tratti di persone incensurate che tengano nello zaino ad esempio un coltellino svizzero, o di chi magari abbia avuto precedenti ma abbia scontato la pena e sia dunque formalmente riabilitato, come prevede l’articolo 178 del codice penale.
L’idea che si possano sacrificare le libertà costituzionali sull’altare dell’ordine pubblico è profondamente antidemocratica, anticostituzionale e illiberale: è negli stati di polizia e nelle dittature che i cittadini subiscono violazioni dei loro diritti sulla base di sospetti, o condanne già scontate, o precedenti segnalazioni.
Nel caso specifico di Salis, accusata dall’Ungheria di Viktor Orbán di lesioni aggravate contro alcuni militanti nazisti durante una manifestazione, Budapest in più occasioni ha lasciato intendere come il processo sarebbe privo di garanzie per l’imputata e come la sentenza sia già scritta. Per un eventuale reato che in Italia non arriverebbe neanche a processo e senza neppure la querela di parte, Salis in Ungheria rischia fino a 24 anni di detenzione. Per di più, come è noto, le carceri ungheresi sono prive di qualsiasi forma di tutela dei diritti umani e delle minime condizioni dignitose per vivere. Ecco perché il parlamento europeo ha votato contro la revoca dell’immunità per la deputata italiana, con il vergognoso voto contrario di Fratelli d’Italia, Lega e – incredibile a dirsi – anche di Forza Italia.
Il garantismo che lor signori invocano da decenni contro la “dittatura giudiziaria” delle toghe rosse che hanno l’ardire di processare perfino i politici e che in verità nasconde il loro irrefrenabile desiderio di impunità non si applica ai membri dell’opposizione, né ai cittadini comuni che possono essere controllati, identificati e trattenuti dalla polizia “prima” che infrangano la legge.
Con buona pace della propaganda per il sì al referendum, interamente giocata sul leitmotiv delle garanzie per gli imputati e dell’inviolabile presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva.
Come se queste oscenità giuridiche non bastassero, quel fulgido intellettuale di Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla camera, assurto agli onori delle cronache qualche anno fa per le celeberrime foto in cui era travestito da nazista, si è prodotto in un illuminante video in cui attacca Salis augurandole la galera con un tono a metà fra lo scherno e l’odio, naturalmente giustificando il controllo preventivo da parte delle forze dell’ordine.
Al contrario di come potrebbe sembrare, però, la destra non può essere tacciata di incoerenza: infatti, la riforma Nordio in apparenza finalizzata ad assicurare la terzietà del giudice e in realtà tesa a sottoporre la magistratura al controllo governativo si sposava perfettamente con l’orientamento repressivo nella gestione dell’ordine pubblico. Il piano era ed è chiarissimo: garantismo a targhe alterne, impunità per le classi dirigenti, autoritarismo politico e violazione dei diritti costituzionali di chi osi opporsi al governo.
Fortuna che il 53,7% degli elettori – per ora – ne ha impedito la piena riuscita.
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