Meloni e la giustizia dei ricchi: stretta sui semplici cittadini, sconti ai colletti bianchi

È ora di sfatare definitivamente il mito giustizialista della destra di Giorgia Meloni. La destra meloniana non è legalitaria: è berlusconiana. 

Meloni e la giustizia dei ricchi:  stretta sui semplici cittadini, sconti ai colletti bianchi
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Giovanna Musilli Modifica articolo

14 Aprile 2026 - 23.07


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È ora di sfatare definitivamente il mito giustizialista della destra di Giorgia Meloni. La destra meloniana non è legalitaria: è berlusconiana. 

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Basti ricordare le riforme già approvate negli ultimi due anni come l’interrogatorio preventivo prima dell’arresto, così da agevolare la fuga e l’inquinamento delle prove da parte degli indagati, l’abolizione dell’abuso d’ufficio – che l’UE ha chiesto di ripristinare – la depenalizzazione del traffico di influenze e la limitazione delle intercettazioni. 

 Ma l’apice del paradosso è stato raggiunto da un altro provvedimento che sfida il comune buonsenso e contro il quale la quarta sezione penale della Corte d’appello di Milano ha appena presentato ricorso alla Consulta: il divieto ai pm di fare appello nel caso di assoluzioni per reati minori. Tra l’altro, secondo la legge Nordio, sono “minori” crimini come rissa aggravata, lesioni personali in strada, furto aggravato, ricettazione, appropriazione indebita, violenza a un pubblico ufficiale e altre quisquilie del genere. 

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Questa norma priva di senso e spacciata per “garantista” elude il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112), nonché quello del giusto processo (art. 111), producendo un’evidente sproporzione fra accusa e difesa. 

Se si pensa alla propaganda referendaria messa in campo dalla destra tutta impegnata a far credere che lo scopo della riforma costituzionale sulla giustizia fosse quello di garantire parità ed equilibrio fra le parti processuali, scappa da ridere. 

Ci sarebbe da chiedere a Nordio per quale ragione si ritiene che quando un giudice di primo grado assolve, l’imputato sia certamente innocente, mentre quando condanna, ci sia bisogno di un secondo giudizio. Questa non è “presunzione di non colpevolezza”, ma “desiderio di impunità”. 

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Del resto, l’Italia è un paese ipergarantista, avendo ben tre gradi di giudizio, due di merito e uno di legittimità. Inoltre, al contrario di quanto andava dicendo Nordio durante la campagna per il sì al referendum, nei processi penali i giudici fanno seguito alle richieste dei pubblici ministeri solo nella metà dei casi. 

La riforma costituzionale avrebbe completato il progetto impunitario della maggioranza, che in caso di vittoria si sarebbe arrogata il compito di stabilire le priorità dei reati da indagare e avrebbe tenuto sotto scacco la magistratura con la minaccia delle ritorsioni disciplinari. Per fortuna, gli italiani hanno impedito che il disegno fosse portato a termine. 

Eppure, Fratelli d’Italia è ancora percepito da molti come un partito “legge e ordine”, per via dei modi sbrigativi e dell’eloquio perentorio di Meloni, delle affermazioni contrarie ai diritti umani dell’ex sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro – recentemente indotto alle dimissioni in quanto ex socio della figlia del prestanome di un clan mafioso – che diceva di gioire nel veder mancare l’aria appunto ai mafiosi, e di qualche slogan legalitario buttato qui e lì da un Donzelli qualsiasi.  

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Anche i celeberrimi decreti sicurezza non hanno nulla a che fare con la legalità, infatti non hanno affatto aumentato la sicurezza, ma riguardano piuttosto la mortificazione del dissenso politico. Il loro scopo è molto più quello di evitare manifestazioni di protesta, cioè limitare i diritti civili di noi cittadini, che non quello di migliorare la nostra vita. 

Per di più, aumentare il massimo delle pene e il numero dei reati sono specchietti per le allodole che non incidono minimamente sui tassi di criminalità e che esemplificano l’incompetenza delle classi dirigenti che ci governano. C’è infatti da supporre che chi fosse intenzionato a compiere un omicidio su una barca sapesse di progettare un delitto anche prima che il governo introducesse l’omicidio nautico, così come chi sia dedito allo scippo in prossimità delle stazioni ferroviarie probabilmente sapeva di infrangere la legge anche prima che si incrementasse la pena per il furto vicino alle stazioni. 

Bisognerebbe chiarire a Meloni e ai suoi che la deterrenza dal crimine è data molto più dalla certezza della pena, che non dalla sua durata. Certo, sarebbe difficile spiegare all’opinione pubblica che si interviene per assicurare la certezza della pena solo per la criminalità comune, mentre si persegue l’impunità per i colletti bianchi. Ecco perché il governo Meloni ha scelto la via della propaganda securitaria e dell’impunità generale.

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Sarebbe ora di fugare l’equivoco una volta per tutte.

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