di Vincenza Rando
Il via libera alla proposta di legge “Liberi di scegliere” rappresenta un passaggio importante nel rafforzamento degli strumenti di contrasto alle mafie attraverso la tutela dei minori e il sostegno a chi vive in contesti di criminalità organizzata.
È un risultato che affonda le sue radici in un’esperienza concreta, nata diversi anni fa all’interno del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, grazie all’impegno del presidente Roberto Di Bella e alla costruzione progressiva di un modello di intervento che ha coinvolto magistratura, istituzioni, servizi sociali e realtà del terzo settore.
Un progetto che ha cercato di rispondere a una domanda semplice e insieme difficile: come garantire una reale possibilità di scelta a bambini e adolescenti che crescono in contesti familiari segnati dalla presenza mafiosa?
Quando ho conosciuto questa esperienza, nel 2015, nel mio ruolo di vicepresidente di Libera insieme a don Luigi Ciotti, ho compreso immediatamente la portata innovativa di questo lavoro. Non si trattava soltanto di un protocollo operativo, ma di un cambiamento di prospettiva: considerare i minori non come destinati dal contesto in cui nascono, ma come soggetti titolari di diritti e di futuro.
Da allora ho seguito da vicino lo sviluppo del progetto, che nel tempo si è trasformato in un protocollo nazionale sottoscritto da una pluralità di istituzioni: Ministero della giustizia, Ministero dell’interno, Ministero dell’istruzione, Autorità giudiziaria minorile, Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, Conferenza episcopale italiana, insieme a Libera e ad altre realtà del mondo sociale.
Al centro di questo percorso c’è la costruzione di una rete capace di intervenire in modo tempestivo e integrato: magistratura minorile, servizi sociali, psicologi, famiglie affidatarie, strutture di accoglienza, scuole. Un sistema che non si limita alla protezione formale, ma che prova a garantire percorsi concreti di uscita, quando necessario anche attraverso l’allontanamento dal contesto familiare di origine.
Nel tempo è emerso con forza un elemento decisivo: il ruolo delle donne. Sono spesso le madri, le giovani donne, a compiere la scelta più difficile e più radicale, quella di interrompere un sistema di appartenenze che sembra non lasciare alternative. Scelte che avvengono in silenzio, lontano dai riflettori, ma che incidono profondamente sulla possibilità di spezzare la trasmissione culturale della criminalità organizzata.
Accanto a loro, vi sono minori e giovani adulti che trovano in questo percorso una possibilità concreta di costruire una vita diversa. Non un automatismo, non una promessa astratta, ma un lavoro quotidiano fatto di protezione, accompagnamento educativo, sostegno psicologico e inserimento sociale.
La proposta di legge oggi approvata dalla Camera, con voto unanime, traduce questa esperienza in un impianto normativo stabile. È un segnale significativo non solo per il merito del provvedimento, ma per il metodo con cui è stato costruito: un lavoro condiviso tra forze politiche diverse, che hanno riconosciuto in questo tema una responsabilità comune.
È un provvedimento che rafforza la capacità dello Stato di intervenire prima, quando è ancora possibile incidere sulle traiettorie di vita, offrendo strumenti concreti di protezione e di alternativa.
C’è un’emozione che porto con me in queste ore. In questi anni, lavorando sul campo, ho incontrato donne che hanno avuto il coraggio di rompere con il contesto mafioso e di scegliere una vita diversa per sé e per i propri figli. Ho condiviso con loro paure, dubbi e la fatica di decisioni che cambiano un’esistenza. Ieri, dopo l’approvazione della legge, alcune di loro mi hanno detto di sentirsi ancora più libere. È una frase che mi ha profondamente colpita, perché racconta il significato più autentico di questo risultato: oggi lo Stato riconosce e rafforza un cammino che tante donne hanno già avuto il coraggio di intraprendere, rendendo meno solitaria la loro scelta e offrendo una speranza ancora più concreta a chi vorrà percorrerla. È anche pensando a loro che considero questa legge un passo avanti così importante.
“Liberi di scegliere” afferma un principio essenziale: nessun minore può essere considerato definitivamente vincolato al contesto in cui nasce. È un principio di civiltà giuridica e democratica, ma anche una scelta di campo nella lotta alle mafie.
Perché contrastare la criminalità organizzata non significa soltanto colpire le sue strutture economiche e repressive, ma anche interrompere i meccanismi attraverso cui si riproduce nel tempo.
È su questo terreno che si misura la portata di questa legge: nella capacità di offrire una possibilità reale di cambiamento a chi, troppo spesso, non ne ha mai avuta una.
Un passo avanti importante, che ora chiede continuità nell’attuazione e nella costruzione concreta dei percorsi di protezione. Perché il diritto a scegliere non resti una dichiarazione, ma diventi una possibilità effettiva.
