Legge elettorale, dopo il tonfo del governo alla Camera si riapre la battaglia sui nodi della riforma
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Legge elettorale, dopo il tonfo del governo alla Camera si riapre la battaglia sui nodi della riforma

Il centrodestra arriva all'appuntamento ancora attraversato da profonde divisioni, emerse con forza nel voto sulle preferenze, mentre anche le opposizioni si presentano con posizioni non sempre convergenti.

Legge elettorale, dopo il tonfo del governo alla Camera si riapre la battaglia sui nodi della riforma
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15 Luglio 2026 - 13.20


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Con l’avvio delle votazioni nell’Aula della Camera sui circa 200 emendamenti presentati, la riforma della legge elettorale entra nella sua fase più delicata.

Il centrodestra arriva all’appuntamento ancora attraversato da profonde divisioni, emerse con forza nel voto sulle preferenze, mentre anche le opposizioni si presentano con posizioni non sempre convergenti. Sul tavolo restano questioni che incidono direttamente sul funzionamento della democrazia rappresentativa: dal sistema delle preferenze all’indicazione del candidato premier, fino alle regole per gli italiani all’estero e al voto dei fuorisede.

Il premio di maggioranza e il ritorno del proporzionale

L’impianto della riforma punta a introdurre un sistema proporzionale corretto da un consistente premio di maggioranza. La coalizione che raggiungerà almeno il 42% dei voti otterrà 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, entro il limite massimo di 220 deputati e 113 senatori. Se nessuna forza politica supererà quella soglia, oppure se Camera e Senato produrranno maggioranze differenti, scatterà invece un sistema proporzionale puro.

La proposta mantiene collegi plurinominali e liste bloccate, mentre il premio di maggioranza verrebbe distribuito attraverso listini circoscrizionali. È proprio su questo punto che la maggioranza continua a mostrare le sue crepe, con Fratelli d’Italia impegnata da tempo a chiedere un maggiore spazio per il voto di preferenza.

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Il compromesso sulle preferenze

Per superare lo stallo, Fratelli d’Italia, insieme a Noi Moderati e Udc, ha depositato un emendamento che modifica il funzionamento delle liste. Il modello, già ribattezzato da alcuni come “meccanismo toscano”, prevede listini composti da sette candidati: il primo resta bloccato, mentre gli altri possono essere scelti dagli elettori attraverso una o più preferenze, nel rispetto dell’alternanza di genere.

Chi compare nel listino circoscrizionale dovrà essere candidato anche come capolista in almeno un collegio della stessa circoscrizione. Per i partiti che conquisteranno il premio di maggioranza, tuttavia, l’assegnazione dei seggi continuerà a passare principalmente attraverso il listino, lasciando in vita un sistema che solo in parte restituisce agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti.

Il candidato premier indicato prima del voto

Tra le novità più discusse figura l’obbligo, per ogni lista o coalizione, di indicare al momento della presentazione del simbolo il nome della persona proposta come presidente del Consiglio.

Nella versione più recente della riforma il requisito è stato ulteriormente rafforzato: la mancata indicazione comporterebbe addirittura l’inammissibilità della lista.

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Le opposizioni contestano duramente questa scelta, ritenendola una forma di “premierato senza riforma costituzionale”. Per questo hanno presentato emendamenti soppressivi. Se la norma dovesse essere approvata definitivamente anche dal Senato, il centrosinistra sarebbe chiamato a individuare preventivamente un candidato unitario, attraverso un accordo politico oppure nuove elezioni primarie.

Meno firme per alcuni partiti, esclusi altri

Tra le modifiche già approvate in commissione figura anche l’esenzione dalla raccolta delle firme per le forze politiche che abbiano costituito un gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere entro il 2025.

La disposizione favorisce le formazioni già presenti in Parlamento, mentre lascia fuori soggetti come +Europa e il movimento riconducibile al generale Roberto Vannacci, che hanno contestato apertamente la norma chiedendone la modifica.

Cambia il voto degli italiani all’estero

La maggioranza propone inoltre una profonda revisione della circoscrizione Estero. Le attuali ripartizioni geografiche verrebbero ridotte a due per la Camera — Unione europea ed extra Unione europea — e a un’unica circoscrizione per il Senato.

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L’opposizione considera la riforma penalizzante per la rappresentanza delle comunità italiane nel mondo e ritiene che il nuovo impianto possa sollevare dubbi anche sotto il profilo della legittimità costituzionale.

Il voto dei fuorisede

Tra gli interventi più attesi figura infine quello dedicato ai cittadini domiciliati lontano dal Comune di residenza.

L’emendamento della maggioranza consentirebbe a chi vive da almeno nove mesi in un’altra circoscrizione di votare nel Comune in cui è domiciliato, previa iscrizione in un apposito albo. Il voto verrebbe conteggiato nella circoscrizione in cui è espresso, con l’obiettivo dichiarato di rendere più semplice l’esercizio del diritto di voto per studenti e lavoratori fuori sede.

La riforma, nel suo complesso, continua però a dividere non solo maggioranza e opposizioni, ma anche gli stessi partiti della coalizione di governo. Le votazioni che si aprono a Montecitorio diranno se il centrodestra riuscirà a ricomporre le proprie fratture o se la legge elettorale diventerà il terreno di un nuovo scontro politico destinato a lasciare il segno.

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