La Sardegna di Grazia Deledda 100 anni dopo il Nobel

La prima donna italiana a ottenere la più importante onorificenza letteraria. Tra miseria e povertà, amori e dolori, perdite e conquiste, la scrittrice da Nuoro parla all’Italia e al mondo. Alla cerimonia del centenario anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

La Sardegna di Grazia Deledda 100 anni dopo il Nobel
Grazia Deledda
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18 Febbraio 2026 - 13.10 Culture


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di Martina Narciso

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Il 16 febbraio 1926 Grazia Deledda fu insignita del Premio Nobel per la Letteratura, la seconda donna a ricevere il più alto riconoscimento per la scrittura, dopo la svedese Selma Lagerlöf, e prima in assoluto in Italia. Autrice di Canne al vento, L’edera e Fior di Sardegna, le sue opere sono tra le più significative della contemporaneità e ancora oggi sono studiate per le tematiche di diversità, crisi esistenziale, crescita e condizione femminile, ma soprattutto per il complesso rapporto con il territorio.

Grazia Deledda nacque il 27 settembre 1871 a Nuoro. Frequentò le scuole elementari fino alla quarta, per poi essere seguita privatamente dal docente di lettere italiane, latine e greche Pietro Ganga, con cui ebbe una lunga e profonda amicizia. Appassionata lettrice e inseparabile dai suoi diari, si cimentò nella scrittura di poesie e brevi racconti sin da ragazzina, e a soli 17 anni pubblicò il suo primo scritto, Sangue sardo, sulla rivista romana Ultima moda.

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La sua formazione proseguì da autodidatta, spinta dalla sete di conoscenza e amore per la letteratura straniera, specie quella russa – in una lettera del 1912 alla moglie di Dostoevskij confessava quanto l’autore di Delitto e Castigo fosse stato per lei “il più grande artista moderno”.

La città che le permise di coltivare il desiderato dialogo con importanti intellettuali e letterati del tempo fu Roma, dove si trasferì nel 1900 e vi rimase sino ai suoi ultimi giorni. Ma, pur risiedendo lontana dalla sua terra, la Sardegna non smise mai di abitare le pagine dei suoi scritti. Al contrario, divenne il suo scenario prediletto per dare vita a storie d’amore e di dolore, di speranza e di fatali destini, di forza e di fragilità.

E il suo romanzo più emblematico contiene tutto ciò: in Canne al vento, pubblicato nel 1913, protagonisti sono l’essere umano, debole dinanzi alla sua esistenza caduca, e la Sardegna, forte dei suoi paesaggi arcaici e popolazione austera. In questa storia di decadenza di una famiglia aristocratica sarda, co-protagoniste sono la povertà e la superstizione di un’isola che fa fatica a fronteggiare l’avanzata del progresso e la combatte con le sue tradizioni ancestrali, anche a costo della rovina dell’uomo schiacciato dal suo fato cieco e crudele.

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L’essere umano si sferza davanti al proprio destino come le canne alla forza del vento – Canne al vento è stato il capolavoro di Grazia Deledda, tanto che fu alla base della scelta della giuria del Premio Nobel per assegnarle il riconoscimento: “Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale, e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano”.

La sua opera fu apprezzata da Giovanni Verga, Luigi Capuana, Giuseppe Antonio Borgese, Emilio Cecchi, Antonio Baldini; all’estero fu stimata da David Herbert Lawrence, che curò l’Introduzione alla tradizione inglese de La Madre; ma le critiche più profonde arrivarono dai suoi stessi conterranei: si sentivano umiliati dal dipinto che fece dell’isola come terra rude, rustica e arretrata, su cui aleggiava ancora l’etica patriarcale contadina, la miseria e la primitiva ignoranza, ma soprattutto fu criticata per il suo tentativo letterario di creare un ponte tra la lingua italiana e quella sarda.

Nei suoi romanzi, infatti, non riproduce una rappresentazione facile della lingua dell’isola né una mera trasposizione del dialetto, bensì introduce scelte lessicali precise e controllate, tentando di portare l’universo sardo come lo aveva sentito e vissuto da ragazzina in una composizione in lingua continentale che aspirava a superare anche i confini della penisola (“ero abituata al dialetto sardo, che è per se stesso una lingua diversa dall’italiana”).

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Quello che venne interpretato come un rinnego della propria identità, in realtà era un tentativo, poi riconosciuto, di costruire una scrittura moderna che fondesse la tradizione italiana a quella sarda, con l’intento di ridare dignità a un popolo e una cultura da sempre scansato e visto come inferiore. “Credevo di fare onore e piacere ai miei compatrioti. Si figuri dunque il mio dolore, il mio primo dolore, che provai allorché comparsi alla luce i miei racconti per poco non venni lapidata dai miei compagni” ammise l’autrice rivendicando che “Io non sogno la Gloria per sentimenti di vanità e di egoismo, ma perché amo immensamente il mio paese”.

La potenza della sua scrittura, così radicata nella cultura e nelle tradizioni della sua terra, l’ha decisamente annoverata tra le voci letterarie novecentesche imprescindibili, e ancora oggi la sua eredità è apprezzata e onorata. Il presidente Sergio Mattarella stesso si è recato a Nuoro per partecipare alla cerimonia per il centenario del conferimento del Premio Nobel a Grazia Deledda, visitando la sua casa Natale e scoprendo il territorio che ha ispirato la sua opera.

Le radici, oltre che linfa vitale, sono capaci di generare cultura. E, a ben considerarle, spingono ad avanzare, a progredire. Non sono un freno. La vita e l’opera letteraria di Grazia Deledda ne costituiscono una prova lampante” scrive il presidente Mattarella in un messaggio inviato all’Unione Sarda “Ricordando Grazia Deledda, prima donna italiana a ricevere il Premio Nobel, pensiamo a ieri, ma anche a oggi. Perché la voce dei suoi romanzi è ancora viva”.

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In queste parole si riassume lucidamente l’eredità dell’autrice di Nuoro, testimone imprescindibile della letteratura della Sardegna e dell’Italia intera. Oggi, Grazia Deledda insegna a realizzare un sogno, nonostante le difficoltà intrinseche delle proprie origini, siano esse linguistiche, culturali o territoriali; mai ostacolo da rinnegare con vergogna bensì patrimonio prezioso da abbracciare e tutelare con orgoglio.

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