di Caterina Abate
Il nostro dialogo è partito dall’evento del 5 marzo scorso. Nello studio ovale della Casa Bianca, un luogo istituzionale, il centro governativo degli Stati Uniti, un nutrito gruppo di pastori protestanti, ha pregato per la guerra intorno a Donald Trump.
Professore Ventura, può aiutarci a comprendere meglio l’episodio della preghiera dei pastori evangelici con Trump al centro?
Esiste una storia americana di costruzione religiosa della nazione intrecciata alla costruzione nazionale della religione. A questo proposito si usa per la religione americana sin dagli anni sessanta l’espressione religione civile americana: una trasposizione di concetti, riti, simboli religiosi in concetti riti e simboli civili. Pensiamo a Trump che giura sulla Bibbia, ma anche a Mamdani, sindaco di New York (esponente di una sinistra che potremmo definire radicale ndr.), che giura sul Corano: in entrambi i casi nazione e religione si fondono. Ciò è caratterizzante nell’esperienza americana. Nello stato fisico della fusione gli ingredienti perdono la propria identità. Ed è quanto osserviamo nel rapporto tra religione e nazione negli Stati Uniti.
È così che si connota la preghiera evangelica con Trump al centro, per la buona riuscita del conflitto?
Esatto. Pensiamo agli ingredienti religiosi, come l’imposizione delle mani da parte dei pastori, Trump ad occhi chiusi, o il Corano di Mamdani. Questi ingredienti sono già fusi in qualcosa di diverso, che è la religione della nazione americana. Profondamente diversa tra Trump e Mamdani, come indirizzo politico e scelte di governo, ma per entrambi nella medesima storia del rapporto tra nazione e religione negli Stati Uniti d’America. Ciò che è accaduto alla Casa Bianca si iscrive proprio in questo rapporto, tipico della storia americana.
Eppure il rapporto che Trump ha con la religione, soprattutto evangelica, non è il medesimo che hanno avuto altri presidenti in precedenza.
Si e no. Il rapporto che Trump ha con la religione ricalca quello che hanno e hanno avuto in passato molti leader americani. Però della destra religiosa americana Trump recepisce bisogni, necessità, che ha fatto suoi inserendoli nella propria agenda politica, ma contemporaneamente manipola la destra religiosa americana, usandola per il proprio interesse. La prende in ostaggio e ne è lui stesso ostaggio. Nel caso citato da lei, della preghiera svolta presso la Casa Bianca, in realtà non era nemmeno la prima volta che accadeva qualcosa del genere. Era infatti già accaduto un anno fa, a febbraio, con l’istituzione del White House Faith Office, con a capo Paula White-Cain che un gruppo di ministri religiosi pregasse con il presidente.
Quindi ciò che è accaduto il 5 marzo scorso non è stata che una nuova messa in scena, con un cambio di intenzione, dalla buona riuscita del mandato, ad una buona riuscita della guerra?
Esatto, un anno fa l’occasione era pregare per il secondo mandato di Trump e per l’istituzione di questo Ufficio della Fede. L’esperienza della presidenza di Trump, nel primo mandato come nel secondo, si colloca tutta dentro la storia della nazione americana, ma è anche caratterizzata in modo nuovo dalla novità della destra religiosa e dello stesso Trump.
E il rapporto con Israele?
MV: Il rapporto che Trump ha con Israele è analogo. Vediamo infatti, soprattutto negli ultimi decenni, la costruzione di rapporti sempre più intensi, simbiotici, tra ciò che accade negli Stati Uniti e ciò che accade in Israele. Il gioco di potere negli Stati Uniti, tra destra religiosa e Trump, ha sempre più coinvolto la destra religiosa israeliana e Netanyahu. I due fenomeni sono strettamente legati: si sviluppano insieme e si alimentano l’uno dell’altro in un intreccio sempre più stretto. Anche in questo caso potremmo usare la metafora dell’ostaggio che abbiamo usato sopra. Non è ben chiaro chi fra Trump e Netanyahu sia ostaggio dell’altro, e chi dei due abbia convinto l’altro a iniziare questo nuovo conflitto.
Una dinamica che pare non assolvere nessuno, e che sicuramente è indice di un complesso sistema di responsabilità. Il rapporto conflittuale con paesi come l’Iran come vi si inserisce?
In questa dinamica di stretti legami tra destra religiosa americana con Trump e destra religiosa israeliana con Netanyahu, sono cruciali le tensioni con i paesi arabo-musulmani, in particolare l’Iran. Potremmo qui usare un’altra metafora. La metafora dello specchio. Cos’è l’islamismo politico e cosa sono le destre religiose americana e israeliana se non una risposta eguale e contraria le une alle altre? C’è una storia di contrapposizione tra questi tre agenti che spiega tutti gli sviluppi più recenti, da un punto di vista sociale e politico, e che potremmo semplificare proprio in una logica di rispecchiamento. Se possiamo dire che la destra religiosa americana e israeliana sono la risposta all’islamismo politico in questo caso iraniano, possiamo dire anche il contrario. È un rapporto conflittuale che al contempo si alimenta e si nutre a vicenda, ed è essenziale per l’esistenza di tutti questi attori.
Ci spiega meglio quest’ultimo passaggio?
Trump e Netanyahu hanno un bisogno esistenziale del nemico islamista, ma al contempo con le loro politiche perpetuano e alimentano l’esistenza di questo nemico. In questo modo l’intento, il sogno di distruggere il nemico per via militare, è drammaticamente illusorio.
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