Gli anarchici e il sogno di una società di liberi e uguali senza gerarchie politiche e sociali

“Anarchia” viene dal greco e significa «assenza di governo», ma non è proprio così. Dalle origini ai nostri giorni, i mutamenti di questa forma di militanza. Il caso Cospito l'ha riportata sulle copertine.

Gli anarchici e il sogno di una società di liberi e uguali senza gerarchie politiche e sociali
Targa in ricordo dell'anarchico Giuseppe Pinelli
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16 Febbraio 2023 - 19.33 Culture


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di Marcello Cecconi

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Il caso Cospito ha riportato improvvisamente in primo piano l’anarchia. Il digiuno convinto dell’anarchico di Pescara contro il 41 Bis e il cambio repentino di contesto politico, con la destra saldamente al comando per la prima volta e la sinistra in debito di rappresentatività, hanno riportato in piazza gli anarchici. Non che questa filosofia politica fosse morta e sepolta, ma di certo era rimasta in frigorifero per molto tempo.

Nell’immaginario collettivo, dell’anarchia restava solo l’aspetto più romantico, quella forma di individualismo esasperato e di distacco dalla realtà di democrazia rappresentativa che pare (o pareva?) unica possibilità di “giusto” Stato. Insomma, da qualche decennio abbiamo pensato ad anarchia solo ascoltando una canzone del Faber, l’ultimo Lp di Guccini o quando Mauro Corona rovescia in tv, sulla gaudente e complice “Bianchina” Berlinguer, l’impeto da orso solitario che vuole salvare la montagna con politiche “imprenditoriali anarchiche”.

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“Anarchico” sembra non esser più un sostantivo ma un aggettivo che qualifica un individuo con ritrosia ad accettare regole comuni. Vediamo qualcosa di più.

“Anarchia” viene dal greco ἀναρχία (ἀν, che significa “assenza” e ἀρχή, che significa “governo”), pertanto “anarchia” significa «assenza di governo». Meglio precisare però, che a differenza di quello che si pensa e si dice nel linguaggio comune, anarchia non è sinonimo di caos, disordine e sregolata vita senza principi. La filosofia anarchica prevede la promulgazione di una società composta da persone libere e uguali senza gerarchie politiche, economiche e sociali, costituite in una nuova forma di socialità senza autorità.

Ma trascurando l’origine antica di questa filosofia, che nel mondo occidentale ebbe proprio con gli stoici greci, nella civiltà moderna fiorì con l’illuminismo e le rivoluzioni che ne seguirono. Ciò grazie al meno “razionale” degli illuministi, Jean Jacques Rousseau, il quale teorizzava l’uguaglianza di tutti i cittadini, la religione civile, la sovranità popolare e la democrazia diretta. Tutte cose che influenzarono non poco la Rivoluzione Francese dove, infatti, alcuni degli agitatori capo-popolo utilizzarono già il termine “anarchico”.

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Fu invece dopo la sconfitta di Napoleone III a Sedan e la conseguente nascita della Terza Repubblica a guida conservatrice che nacque la prima esperienza concreta di anarchia della storia moderna. Sulla scia delle feroci proteste parigine contro l’oscurantismo di quella repubblica, nacque la Comune di Parigi che, pur nella sua breve vita della sola primavera del 1871, si organizzò intorno a un vero programma autogestito di socialismo e anarchismo libertario.

L’effimera Comune tentò di concretizzare le teorie dell’economista sociologo francese Pierre-Joseph Proudhon, a cui si deve il simbolo della A cerchiata e quelle del collega russo Michail Bakunin, entrambi contestatori del “principio di autorità” che caratterizzava (e caratterizza) ogni struttura relazionale gerarchica (famiglia, esercito, chiesa, fabbrica, Stato, ecc) che, invece, Marx prevedeva e che aveva già causato scissioni nella Prima Internazionale Socialista del 1864.

In Italia, Errico Malatesta, è stato l’anarchico storicamente più importante, con ruolo di particolare rilievo durante le proteste del biennio rosso alla fine della prima Guerra Mondiale. Tutto il Novecento è stato attraversato dalla storia dei movimenti anarchici, anche se le cose che restano impresse nella memoria dei più sono solo azioni individuali come quella di Gaetano Bresci, che la sera del 29 luglio del 1900 uccise a Monza con tre colpi di pistola il re d’Italia Umberto I. O la storia di Sacco e Vanzetti, martiri sacrificati sull’altare degli anni ruggenti americani. O ancora quella della bomba fatta scoppiare nel 1921 nel teatro dell’hotel Diana a Milano, a poca distanza dalla marcia fascista su Roma, che causò 21 morti oppure la storia di Gino Lucetti, che nel 1926 attentò alla vita di Benito Mussolini.

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Più tardi la vocazione operaia e ugualitaria di un grande Partito Comunista Italiano tolse molto terreno sotto i piedi agli anarchici, i quali tornarono in prima pagina durante il turbolento Sessantotto. Avvenne soprattutto attraverso le accuse costruite ad arte contro Pietro Valpreda, per la strage di piazza Fontana a Milano nel 1969, e per la morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli negli uffici della questura di Milano.

Poco si ricorda, invece, delle ramificazioni e differenze fra i diversi movimenti. Per farsi un’idea oggi dei vari movimenti, e semplificando al massimo, si può fare una distinzione in base ai fini o in base ai mezzi utilizzati.

In base ai mezz,i ci sono, da un lato, i movimenti anarchici che riconoscono una qualche forma di organizzazione interna, mentre, dall’altro, chi invece la contesta. In base ai fini, c’è il movimento anarchico cosiddetto informale, che cerca di superare la suddetta dicotomia fra organizzatori e anti-organizzatori. La massima rappresentatività dell’anarchia è, oggi, quella del Fai, Federazione Anarchica Italiana, nata nel 1945 sulle teorie di Errico Malatesta, con un suo settimanale, Umanità Nuova, e ben strutturata sul territorio come una classica organizzazione politica.

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Fra i tanti movimenti poi c’è un’ulteriore Fai, Federazione Anarchica Informale, federata al Fronte Rivoluzionario Internazionale (Fri), molto discussa in questo periodo, perché è quella a cui appartiene Alfredo Cospito. La Fai “informale” si è fatta conoscere alla fine del 2003, rivendicando l’esplosione avvenuta nei pressi dell’abitazione bolognese di Romano Prodi, allora presidente della Commissione Europea.

Come viene ricostruito da Il Corriere della Sera, la federazione “informale” è strutturata per “gruppi di affinità senza gerarchie e cellule di pochi militanti”. Hanno avuto come obiettivi strategici sia l’Alta velocità ferroviaria fra Torino e Lione e i centri di identificazione per gli immigrati, che il Green pass. Secondo un resoconto della Commissione Affari Costituzionali della Presidenza del Consiglio e Interni, questo movimento si definisce “’anarchico’ perché tende alla ‘distruzione dello Stato e del capitale’ e ‘informale’ perché, essendo priva di meccanismi autoritari, associativi e burocratizzanti, garantisce l’anonimato e l’indipendenza dei gruppi e dei singoli che la compongono”.

L’ “informale”, dunque, è un’organizzazione molto diversa rispetto alla “Federazione Anarchica Italiana”, con la quale condivide l’anagramma. Mentre quest’ultima condanna la violenza, l’altra ha come obiettivo la lotta armata contro lo Stato, contro il capitale e anche contro il marxismo.

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