Cosa è lo 'Status quo' che regola i diritti di proprietà e di accesso ai Luoghi Santi di Gerusalemme

Il principio base era che nessuna delle comunità religiose poteva apportare modifiche strutturali o cambiamenti alle abitudini di preghiera consolidate.

Cosa è lo 'Status quo' che regola i diritti di proprietà e di accesso ai Luoghi Santi di Gerusalemme
La basilica del Santo Sepolcro
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Riccardo Cristiano Modifica articolo

29 Marzo 2026 - 18.57


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Gran parte dei Media italiani, in queste ore parla dello Status quo dei Luoghi Santi di Gerusalemme, della denuncia da parte del Patriarca latino di Gerusalemme di “allontanamento estremo” da esso dopo che gli è stato impedito di raggiungere la Chiesa del Santo Sepolcro, in questa Domenica delle Palme. Doveva celebrare Messa con i francescani che vivono lì e che ha avuto luogo ma senza la sua presenza e quella del custode di Terra Santa, padre Ielpo. I riti pubblici sono proibiti per motivi di sicurezza. Forse è bene però dire qualcosa su cosa sia questo Statu Quo, al quale sovente ci si riferisce come Status Quo. 

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Lo Status Quo ( la dizione esatta sarebbe Statu Quo) dei luoghi santi di Gerusalemme è un firmano del sultano risalente all’8 febbraio 1852 -che ne confermava uno precedente- e che regolava i diritti di proprietà e di accesso ai Luoghi Santi. Si può dire che il principio base era che nessuna delle comunità religiose poteva apportare modifiche strutturali o cambiamenti alle abitudini di preghiera consolidate. Per le comunità cristiane tale firmano riguardava il Santo Sepolcro, la Chiesa dell’Assunzione (o Dormizione) di Maria e la Chiesa della Natività di Betlemme.

La validità del firmano fu confermata dal Trattato di Berlino del 1878 che ne proclama l’inviolabilità, successivamente ribadita dalle autorità mandatarie britanniche, quindi confermata dall’accordo quadro tra Stato d’Israele e Santa Sede del 1993, dove, all’articolo 4, si afferma: “Lo Stato d’Israele afferma il proprio permanente impegno a mantenere e a rispettare lo status quo nei Luoghi Santi cristiani per i quali è valido, e i relativi diritti delle comunità cristiane che vi sono comprese.” Va notato che in precedenza, dopo la guerra del 1967, il Parlamento israeliano approvò la Legge sulla Protezione dei Luoghi Sacri (Protection of Holy Places Law 5727–1967). 

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Un aspetto rilevante di questo testo riguarda gli spazi di preghiera interni, vista la nota litigiosità inter-cristiana e i molti tentativi di ottenere più spazio da parte delle varie Chiese. Per questo, in un certo senso, si può dire che l’importanza di quel testo sta nel fatto che si stabiliva che le cose sarebbero rimaste così come erano in quel momento. Per i lavori di ristrutturazione si sarebbe dovuto procedere concordemente. Un noto simbolo di questo aspetto dello Statu quo è la permanenza di una scala di pioli sulla facciata del Santo Sepolcro. Il portale Pro Terra Sancta lo ha definito un qualcosa di simile a un regolamento condominiale: “Questo accordo stabilisce diritti e responsabilità per le varie confessioni – Greco-ortodossi, Latini, Armeni, Francescani, Copti, Etiopi e altre piccole confessioni cristiane – affinché ognuno possa esercitare le proprie funzioni liturgiche e amministrative in un contesto di rispetto reciproco”.

L’articolo 62 del Trattato di Berlino del 1878 dunque garantì la libertà di culto e confermò i diritti acquisiti dalle varie comunità religiose in Terra Santa sotto il dominio ottomano. Impegno confermato da Israele e nel 2000 dall’OLP nel suo accordo con la Santa Sede, che fa esplicito riferimento alla libertà religiosa e allo Statu Quo. 

A quanto accade ai cristiani in Medio Oriente, senza citare espressamente quanto accaduto al patriarca latino e al custode di Terra Santa, ha fatto riferimento anche papa Leone XIV all’Angelus: “ all’inizio della Settimana Santa, siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi. Proprio mentre la Chiesa contempla il mistero della Passione del Signore, non possiamo dimenticare quanti oggi partecipano in modo reale alla sua sofferenza. La loro prova interpella la coscienza di tutti. Eleviamo la nostra supplica al Principe della pace, affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di riconciliazione e di pace”.

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Analoga la scelta del portale vaticano VaticanNews, che riporta il comunicato ufficiale del patriarcato di Gerusalemme, ma  apre con l’omelia odierna di Leone: “Nell’omelia della Domenica delle Palme, celebrata in piazza San Pietro, il Papa mette in evidenza la mitezza di Gesù che si contrappone alla brutalità e ai soprusi degli uomini, “non si è armato, non si è difeso”. Dio “sempre rifiuta la violenza”. “Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra”.

La situazione determinatasi in queste ore è stata riassunta così da Avvenire: «Nei giorni scorsi un pesante rottame di uno dei missili iraniani scagliati dall’Iran contro Israele era precipitato sulla Città Vecchia, «a poche centinaia di metri dalla Città Vecchia, dal Muro del Pianto, dalla Moschea di Al-Aqsa e dalla Chiesa del Santo Sepolcro», avevano scritto le autorità israeliane. Da allora le restrizioni all’accesso dei luoghi sacri è diventata stringente, pur lasciandoli aperti e accessibili ai capi religiosi. Restrizioni sono state imposte in particolare ai imam e religiosi cristiani. “Questa decisione affrettata e fondamentalmente errata, viziata da considerazioni improprie – denuncia il comunicato congiunto del Patriarcato e della Custodia -, rappresenta un allontanamento estremo dai principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello Status Quo”. E rivolgendosi ai fedeli di tutto il mondo “il Patriarcato Latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa esprimono il loro profondo rammarico ai fedeli cristiani in Terra Santa e in tutto il mondo per il fatto che la preghiera in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano sia stata così impedita”.»

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