Le formule pubblicitarie si comportano in larga misura allo stesso modo: si pongono l’obiettivo di riuscire ad attirare l’attenzione, interrompendo il flusso di ciò che una persona sta facendo. Un esempio su tutti sono le pubblicità in TV, anche lo streaming di Amazon Prime Video, nell’abbonamento base, è tornato a introdurre gli spot: la persona sta guardando un film o una serie e, proprio sul più bello, parte il jingle pubblicitario, ci si ritrova ad attendere, spesso con una sensazione di interruzione forzata che riduce il coinvolgimento.
Lo stesso accade in molte alte occasioni, a tutti è capitato di navigare su un quotidiano online e mentre si apre un articolo per leggere una notizia compare un banner a tutto schermo, una finestra pop-up che occupa gran parte della pagina con un timer che non consente la chiusura immediata. In quel momento l’attenzione non viene conquistata, viene sottratta. La persona non sta scegliendo di guardare quel messaggio, ma è costretta a guardarlo se vuole leggere la notizia.
Diciamocelo, questo modello di advertising è antiquato, difficilmente incontra l’interesse del consumatore e soprattutto viene percepito come un fastidio. Le persone sono molto più selettive, riconoscono immediatamente un messaggio promozionale invadente e – se ne hanno la possibilità – lo skippano o lo ignorano, mandando in fumo gli investimenti in campagne ads.
Per le aziende che intendono promuoversi il problema non è ottenere un’esposizione pubblicitaria, ma riuscire ad entrare nella vita delle persone “chiedendo il permesso” e facendosi percepire positivamente.
Le borse shopper personalizzate rappresentano uno dei modi per entrare nel quotidiano del consumatore offrendo qualcosa di utile.
Le borse shopper personalizzate, un grimaldello per l’advertising
Le persone utilizzano le shopper in svariati contesti, sia per fare la spesa che per trasportare oggetti di uso comune. Salgono su bus e tram insieme ai loro proprietari e, se personalizzate con una grafica accattivante, riescono a veicolare il brand e i suoi valori. Infatti dispongono di una grande superficie per apporvi il logo aziendale, un pay off o quello che l’azienda intende comunicare.
Questo obiettivo viene raggiunto con una spesa per esposizione molto contenuta, ineguagliabile rispetto alla pubblicità online o tradizionale. La shopper costa poco e lavora nel lungo periodo, ha un ciclo di vita lungo. Anche l’aspetto ecologico ha un peso notevole: la direttiva europea sulle buste di plastica leggere ha imposto agli stati membri di scendere sotto quota 40 sacchetti pro capite entro la fine del 2025. I dati Eurostat mostrano che il consumo medio nell’UE è sceso da 95 sacchetti leggeri per abitante nel 2018 a 65 nel 2023. E’ il segno di una trasformazione culturale capace di sensibilizzare le persone verso i problemi ambientali che ha reso la borsa riutilizzabile una presenza costante nella vita di tutti i giorni.La teoria dei consumi abituali spiega bene questo meccanismo: i comportamenti ripetuti tendono a fissarsi quando si svolgono negli stessi contesti, e lo shopping quotidiano è uno dei terreni più favorevoli alla formazione di abitudini stabili.
I numeri parlano chiaro
Le ricerche dell’Advertising Specialty Institute mostrano che una borsa promozionale genera in media 1.940 impressioni nel corso della sua vita utile; il 43% dei destinatari dichiara di conservarla e usarla per almeno due anni, mentre il costo per impression di una tote bag pagata 2 euro si aggira intorno a un decimo di centesimo.
La stessa logica ritorna nelle indagini più recenti di PPAI, secondo cui il 57% dei consumatori tiene l’ultimo prodotto promozionale ricevuto perché è utile nella vita quotidiana, mentre il 42% lo conserva perché appare ben fatto e di qualità. Ancora più interessante è il 2023 Consumer Study della stessa associazione: tra le ragioni per cui un prodotto promozionale viene tenuto, la prima è l’utilità, indicata dal 65,4% dei rispondenti; seguono il fatto che sia un promemoria di un evento o di un’esperienza per il 39,4%, e il semplice “mi serve / lo voglio” per il 30,1%. In altri termini, la shopper tiene insieme due economie: quella della funzione e quella della memoria. Quando un oggetto semplice riesce a trasportare la spesa, un catalogo, il pranzo, i documenti o un libro, smette di essere un omaggio e diventa una presenza ricorrente.
La shopper non va idealizzata
Riutilizzabile non significa automaticamente sostenibile, e personalizzabile non equivale a rilevante. Il quadro normativo europeo ha spinto con decisione per ridurre le buste leggere in plastica, ma questo non autorizza scorciatoie narrative. Il Food Standards Agency britannico ricorda che una borsa in cotone deve essere riutilizzata dalle 50 alle 150 volte prima di avere un impatto ambientale inferiore a quello delle buste monouso in plastica; il rapporto dell’Agenzia ambientale danese è ancora più severo, stimando per una shopper in cotone convenzionale almeno 52 riusi per il solo clima e addirittura 7.100 riusi se si considerano tutti gli indicatori ambientali. Tradotto: la shopper buona non è quella che dice di essere ecologica, ma quella che viene davvero usata molto. Le borse shopper personalizzate funzionano davvero solo quando smettono di essere gadget e diventano attrezzatura quotidiana utile.
Farsi ricordare in modo NON invasivo
Le borse shopper personalizzate sono tra i pochi strumenti di marketing che continuano a parlare la lingua della vita reale. Come abbiamo visto, hanno un vantaggio competitivo, il loro limite, naturalmente, è lo stesso della loro virtù: se fatte male, se sono indistinguibili, se nascono solo per essere distribuite e non per essere riusate, si trasformano in spazzatura. Ma quando sono pensate bene, realizzate con un materiale adeguato e un’identità grafica leggibile, le shopper riescono a perseguire l’obiettivo che molte campagne pubblicitarie inseguono senza raggiungerlo: farsi ricordare in modo efficace e non invasivo.
