Pena di morte, l’orrore di un’esecuzione fallita deve riaprire la battaglia sul rispetto della vita umana
Top

Pena di morte, l’orrore di un’esecuzione fallita deve riaprire la battaglia sul rispetto della vita umana

La pace sembra quasi scomparsa dall’orizzonte del futuro, in Europa come in Medio Oriente. La guerra è divenuta una cultura e la pena di morte ne fa parte.

Pena di morte, l’orrore di un’esecuzione fallita deve riaprire la battaglia sul rispetto della vita umana
Christa Gail Pike
Preroll

globalist Modifica articolo

2 Ottobre 2026 - 09.38


ATF

di Antonio Salvati

Viviamo da tempo nel tempo della forza. La cultura del conflitto che ne consegue si riversa sulla società. In un tempo in cui la guerra domina la scena, il clima bellico impatta in maniera consistente anche sull’applicazione della pena capitale. Il regime di guerra – direbbe la filosofa Donatella Di Cesare – è ormai la forma che ha preso la politica nel nostro tempo.

Forma politica del nostro tempo che genera orrore. Come l’impressionante l’agonia sopportata da Christa Pike – 50 anni, con un’infanzia devastata, condannata a morte in Tennessee (USA) per un omicidio commesso quando aveva 18 anni – sul lettino della camera della morte del Riverbend Maximum Security Institution di Nashville.

Le avevano somministrato il pentobarbital destinato a ucciderla. Ma non è accaduto, qualcosa è andato storto. Si è proceduto con la seconda serie di iniezioni prevista dal protocollo. Non hanno sortito effetto. Sopravvissuta a due iniezioni letali, i legali di Pike hanno depositato un’istanza urgente alla Corte suprema e ad altri tribunali per interrompere l’esecuzione. La donna, hanno denunciato, ha subito una “agonia non necessaria”, in violazione del diritto a non essere sottoposta a punizioni crudeli e inusuali.

Sarebbe stata la prima donna messa a morte nel Tennessee da almeno duecento anni. Adesso è in ospedale per ricevere le cure. La sua vicenda ha riacceso le polemiche sull’utilizzo della pena di morte negli USA la cui applicazione resta in vigore a livello federale e in 27 Stati su 50. Le esecuzioni si concentrano in un numero ristretto di giurisdizioni del Sud e del Midwest. 

Cosa significa occuparsi della pena di morte in un tempo in cui non si ragiona più tanto? Siamo invasi da onde emozionali. Sembra che il nostro mondo non possa che essere dominato dalla violenza. La pace sembra quasi scomparsa dall’orizzonte del futuro, in Europa come in Medio Oriente. La guerra è divenuta una cultura e la pena di morte ne fa parte.

Parlare oggi della pena di morte – sottolinea Marco Impagliazzo Presidente della Comunità di Sant’Egidio – è difendere la cultura della vita, un valore che appartiene a tutte le civiltà, a tutte le religioni. La pena di morte è la sintesi della disumanizzazione. Nelle nostre società prevale la convinzione che il male va sradicato fisicamente, che gli oppositori sono chiamati e visti come nemici e che la guerra torna nell’immaginario collettivo come un normale mezzo per la risoluzione dei conflitti non ha futuro.

Il nichilismo – aggiunge Impagliazzo – che c’è dietro a chi si batte per togliere la vita agli altri non è contestato ma avvalorato dalla pena di morte. L’abolizione della pena di morte nei sistemi giuridici toglie, cancella, abolisce in radice ogni tentativo giustificatorio, giuridico-legale, storico, antropologico, etnico o ideologico che sia. Si tratta quindi di un messaggio culturale di estrema importanza. Sulla pena di morte è facile lasciarsi trascinare, specie dopo efferati delitti. E magari trovare di volta in volta giustificazioni al suo utilizzo nella religione ma anche nella (molto secolarizzata) ricerca di stabilità o di tranquillità. In tal senso, parlare di abolizione della pena di morte in un tempo in cui domina la “percezione” della realtà sulla realtà stessa, sembra difficile. In effetti la “santa ignoranza” odierna – come la chiama Olivier Roy – sembra aver tagliato il legame storico che esisteva tra cultura e qualunque tipo di idea o fede, umana, religiosa o laica, per affidarla al sentire individuale, all’emotivo. E l’emotivo non è razionale, logico o conseguente: investe gli individui e la società tutta, trascinandoli con forza anche laddove non andrebbero.

Di fronte alle difficoltà planetarie a contenere la crescita esponenziale della violenza e della violenza estrema con leggi e sanzioni sempre più dure, occorre fare maturare un nuovo pensiero e una nuova fantasia, anche giuridica. I più di due milioni di detenuti nelle carceri americane, i milioni di prigionieri nel resto del mondo nelle cui fila sono largamente sovra-rappresentati i più poveri, quelli con meno accesso all’istruzione, quelli coinvolti da ragazzini in bande e baby gang, o come manodopera nelle guerre che attraversano il Sud del mondo e le periferie delle megalopoli, rappresentano una domanda inquietante per l’intero sistema giudiziario e l’intera visione della giustizia: non solo nelle società occidentali, non solo nel Nord del mondo.

Un mondo senza pena di morte non è meno sicuro di un mondo che ne fa uso con esibizione di certezze o nel silenzio e nell’indifferenza generale. Non è meno sicuro il mondo dove la vita, anche di chi è ritenuto colpevole, viene sempre rispettata come parte integrante del patto sociale, radicato proprio nell’esigenza e nel diritto fondamentale di difendere la vita umana, la vita di tutti gli esseri umani. È tempo, afferma Mario Marazziti, «anche a partire dalle crepe della pena capitale, di ripensare a un sistema di sanzioni e di pene che sappia farsi carico della necessità di riconciliazione e riparazione sociale, della rigenerazione della persona umana, della guarigione personale e collettiva di cui tutta la società ha bisogno, soprattutto di fronte a crimini che vogliono minare alla radice il rispetto della vita umana». Occorre pensare ed essere diversi, resistendo alle scorciatoie – fallimentari – di una giustizia semplificata e distruttiva, impotente di fronte alla rimozione delle cause, debole di fronte alla necessità di riannodare i fili della convivenza civile, tentata da atti dimostrativi, ancorché impotenti – a volte iniqui due volte, come dimostrano gli errori giudiziari a catena anche in sistemi giudiziari raffinati – come la pena di morte.

A Sant’Egidio sono convinti che la vittoria verso l’abolizione definitiva della pena capitale ha bisogno del gradualismo attraverso l’umanizzazione della vita concreta in carcere, rompendo l’isolamento, riducendo i reati passibili di pena di morte. Inoltre, diminuendo l’esclusione dei vulnerabili dal numero di chi può essere giustiziato, a partire dalle donne con bambini, i disabili mentali, i bambini. Commutando sentenze capitali in pene certe ma senza morte, attuando una moratoria di fatto delle esecuzioni, iniziative legislative per moratorie per legge, lavorando per la ratifica di Trattati internazionali come il Secondo Protocollo Opzionale sui diritti civili e politici, sostenendo l’abolizione della pena capitale dal codice penale, dal codice di guerra, il divieto di reintroduzione dopo la sua abolizione all’interno della Costituzione, incoraggiando il voto favorevole per una Moratoria Universale all’ONU. L’Assemblea Generale dell’Onu voterà a dicembre una nuova risoluzione. L’Italia dal 2007 si batte coerentemente per una moratoria della pena di morte.  In tutte le votazioni che si sono succedute dal 2007 al 2024 i consensi attorno alla moratoria sono progressivamente cresciuti. Non è irrilevante aumentare i consensi alla prossima votazione. Così si comincia ad assaggiare una vita senza pena di morte.

È un sogno un mondo senza pena di morte? Pensiamo di no. È realismo che chiede coraggio civile e politico, in tempi in cui la coscienza collettiva sembra addormentata. Essere contro la pena di morte rappresenta – sostiene Marco Impagliazzo – una vigilanza continua sul nostro pensiero e sulla società: un modo per sottrarsi al sonnambulismo che porta al disinteresse per la vita degli altri o, addirittura, a negare un possibile cambiamento. 

Native

Articoli correlati