Il futuro curdo e tre morti a Parigi

Dietro l'assassinio delle tre attiviste curde c'è un progetto, malvisto dagli Usa, che porta nuovi diritti ai popoli e leadership ai turchi. Passando per il petrolio.

Il futuro curdo e tre morti a Parigi
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17 Gennaio 2013 - 09.07


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Da quando le tre attiviste curde Sakine Cansız, Fidan Doğan e Leyla Söylemez sono state assassinate a Parigi tutti hanno capito che dietro la loro scomparsa c’era il tentativo di far fallire i negoziato in corso tra governo turco e Pkk. E infatti si è ipotizzato che i sicari siano stati assoldati dal regime iraniano, o da Assad, o da settori dell’estremismo nazionalista turco. Ma da Parigi non filtrano indiscrezioni e nonostante le presumibili manifestazioni popolari che si verificheranno a Diarbakyr al momento del rimpatrio delle tre salme l’impressione dei più è che il triplice assassinio non produrrà l’esito agognato: il negoziato turco-curdo sembrerebbe destinato a proseguire. Nonostante gli Stati Uniti.

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Erdogan infatti appare determinato a cercare una soluzione per la questione curda, che alcuni hanno definito la “questione palestinese della Turchia”, perché determinato a posizionare la sua Turchia al centro del nuovo assetto regionale.

Tra gli interlocutori politici più importanti di Erdogan c’è infatti il leader curdo iracheno Barzani, che ha messo i suoi territori e i suoi servizi a disposizione degli operatori economici e commerciali turchi. E il Kurdistan iracheno ha in mano le chiavi di 45 milioni di barili di greggio. Un potenziale energetico enorme, che ha già attirato le attenzioni anche di molti altri operatori del settore. E Barzani, come Erdogan, non aspetta altro che la caduta di Assad. E proprio immaginando il post-Assad i due hanno approfondito i loro discorsi, un approfondimento che non può non contemplare tra i punti di arrivo una sovranità statuale curda, estesa in qualche modo al Kurdistan siriano. Prospettiva questa che non è più un tabù per Ankara, alla condizione che non comporti una modifica dei confini nazionali turchi, ma la creazione di un’entità amica, libera dalle influenze di jihadisti e filo-iraniani, collegata ad un Kurdistan turco autonomo, ma dentro i confini turchi.

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Qui i calcoli di riassetto territoriale turchi si scontrano con quelli americani, che si sono già schierati per il mantenimento dell’unità statuale irachena. Il parere statunitense, un po’ curioso, lo si è compreso quando Washington ha pronunciato un secco no all’intenzione di Barzani di cominciare a commercializzare in proprio il petrolio del Kurdistan iracheno. Washington si è appellata a una lettura della costituzione irachena che non regge, dal momento che l’articolo 110 della costituzione non cita le risorse energetiche tra quelle di competenza del governo centrale. Il timore di Washington è una rottura tra il governo centrale del filo-iraniano Maliki e i curdi, una rottura che la Casa Bianca vuole evitare, anche al costo di inimicarsi gli amici e rallegrare gli avversari.

Qui interviene, o potrebbe intervenire, l’Europa. Sempre più sottoposta ai voleri dispotici di Putin e oligopolistici di Gazprom, l’Europa sa che l’asse pensato da Erdogan-Barzani significherebbe rivitalizzare il Nabucco, cioè quella pipe-line che potrebbe portare via Turchia in Europa il greggio e il gas mediorientali, inclusi quelli curdi. Una prospettiva che ci toglierebbe dall’esclusiva russa. E che darebbe ai curdi qualcosa di molto simile alla giustizia che aspettano da un secolo.

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