Il blackout quasi totale di Internet imposto dalle autorità iraniane ha fatto calare una cortina opaca sugli eventi che da quasi due settimane stanno scuotendo il Paese, rendendo estremamente difficile verificare in modo indipendente ciò che sta accadendo nelle città iraniane. Secondo NetBlocks, da oltre 24 ore la connettività nazionale è ridotta a circa l’1% dei livelli normali: non funzionano la rete mobile, le linee dati e, in molti casi, neppure le comunicazioni telefoniche tradizionali. Le conseguenze vanno ben oltre l’informazione: i bancomat sono fuori uso, le carte di debito non funzionano e in diverse città si registrano corse ai supermercati, con i cittadini che cercano di fare scorte temendo un ulteriore peggioramento della situazione.
In questo contesto, come ha spiegato alla BBC Persian la giornalista Parizad Nobakht, ciò che riesce a filtrare dall’interno del Paese è in larga parte “solo la retorica del regime”. Pochi filmati continuano a emergere, probabilmente grazie a un numero molto limitato di persone che riescono ad accedere a Internet satellitare, come Starlink. Ma il blackout informativo si intreccia con una pressione diretta sulle famiglie dei giornalisti iraniani all’estero: interrogatori, arresti e intimidazioni che rendono ancora più complesso il lavoro di chi prova a raccontare quanto sta accadendo.
Mentre la popolazione resta in gran parte isolata dal mondo, i vertici del potere non sembrano colpiti dalle stesse restrizioni. L’account ufficiale in inglese della Guida suprema Ali Khamenei su X è rimasto attivo, rilanciando messaggi durissimi contro gli Stati Uniti e Donald Trump. Un paradosso che riaccende il dibattito su un sistema di “Internet a più livelli”, in cui funzionari, media statali, alcuni giornalisti e accademici avrebbero accesso a una rete non filtrata, la cosiddetta “white internet”, come confermato ufficialmente dal governo lo scorso dicembre.
Sul terreno, intanto, la tensione resta altissima. I Pasdaran hanno dichiarato che non tollereranno il protrarsi della situazione attuale, mentre la Guida suprema ha ribadito che lo Stato non farà passi indietro contro quelli che definisce “seminatori di disordini”. Secondo diversi osservatori, queste prese di posizione fanno pensare a una possibile stretta repressiva imminente, con le forze di sicurezza già impegnate su più fronti nel Paese. La televisione di Stato ha iniziato a trasmettere messaggi rivolti ai genitori, mettendo in guardia dal permettere ai figli di partecipare alle proteste e parlando di presunti rischi terroristici.
Le manifestazioni, esplose inizialmente a Teheran tra i commercianti — tradizionalmente una delle colonne portanti del consenso alla Repubblica islamica — a causa del crollo della valuta, si sono rapidamente estese a studenti e piazze in decine di città. Secondo le verifiche della BBC, si tratta delle proteste più ampie dal 2022, con slogan che non si limitano più alle difficoltà economiche ma prendono di mira l’intero establishment religioso e la stessa Guida suprema. A Zahedan e Mashhad sono circolati video che mostrano scontri con le forze di sicurezza, edifici governativi incendiati e colpi d’arma da fuoco, anche se la portata reale degli scontri resta difficile da accertare.
All’estero, l’angoscia per l’assenza di notizie è palpabile nella diaspora iraniana. Attivisti e ricercatori per i diritti umani raccontano di essere completamente tagliati fuori dai contatti con i propri familiari, con messaggi che non arrivano e nessuna certezza sulle condizioni dei loro cari. Una condizione che alimenta ansia e senso di impotenza, pur nella consapevolezza di essere fisicamente al sicuro.
Sul piano politico, le proteste stanno riaprendo anche il tema dell’alternativa al regime. Alcuni manifestanti avrebbero ripreso simboli monarchici e scandito il nome di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, oggi in esilio. I suoi sostenitori sostengono che non punti a una restaurazione monarchica, ma a una transizione che consenta libere elezioni, lasciando agli iraniani la scelta tra monarchia costituzionale e repubblica. Lo stesso Pahlavi ha rivolto un appello diretto a Donald Trump, chiedendo agli Stati Uniti di essere pronti a intervenire per sostenere la popolazione, mentre l’ex presidente americano ha minacciato conseguenze durissime in caso di uccisione dei manifestanti.
Il quadro che emerge è quello di un Paese attraversato da una crisi profonda, in cui si sommano collasso economico, repressione politica, tensioni sociali e isolamento informativo. Con Internet spento e i media internazionali esclusi dal territorio iraniano, la narrazione dominante resta quella ufficiale, ma le dimensioni e la durata delle proteste indicano una sfida seria per un sistema di potere che, dalla rivoluzione del 1979, non si era trovato di fronte a una contestazione così diffusa e articolata.
