di Rock Reynolds
Talvolta è buona cosa cominciare dalla fine. Arturo Marzano insegna Storia Contemporanea all’Università di Roma Tre, con un focus speciale sulla storia del sionismo, dello Stato di Israele e del conflitto israelo-palestinese. A conclusione del suo ultimo libro, Storia di Gaza (il Mulino, pagg 453, euro 26), nelle pagine dei ringraziamenti, fa un’ammissione coraggiosa, di un’umanità disarmante: «Scrivere questo libro è stato molto impegnativo. Emotivamente ancor più che intellettualmente».
Oggi risulterebbe davvero difficile affrontare la stesura di un’opera come questa con la freddezza che in troppi ritengono un requisito rigido della scrittura scientifica. Storia di Gaza racconta la nascita di quella che ha finito per essere nota come la “Striscia” e ne segue le vicissitudini, non sempre tragiche come quelle attuali, fino all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e alla reazione sproporzionata che Israele ha scatenato. Marzano ammette che le sue parole gli sono costate «la rottura con persone care a causa…[di] posizioni troppo estreme per alcuni, troppo caute per altri».
È proprio la presunzione di un equilibrio “necessario” a svestire di bellezza e profondità alcuni scritti sul tema della Palestina e su altre crisi drammatiche a cui il mondo sta assistendo con vistosa, sovente colpevole impotenza.
Di fronte alle immagini di distruzione assoluta, cataclismatica della Striscia, una delle zone più popolate della terra prima del 7 ottobre 2023, si fa una certa fatica a immaginare Gaza come luogo di vita, scambio e ricchezza. Ma la sua è una vicenda lunga e variegata.
A Marzano vanno riconosciute parecchie qualità: profondità di esposizione, chiarezza (per quanto la narrazione sia fatta in un linguaggio accademico, da storico, pur se non eccessivamente ostico per il lettore medio), organicità, cuore. Persino discreta esaustività. E, soprattutto, sincerità. Nell’introduzione, non fa mistero dei suoi intenti: «In primo luogo, pubblicare un libro che non raccontasse solo la “tragedia” di Gaza. Se è vero che gli ultimi decenni e, ovviamente, gli ultimi due anni hanno visto quel territorio e la sua popolazione sprofondare in una catastrofe umanitaria che ha pochissimi confronti nella storia contemporanea, le vicende di Gaza vanno inquadrate in un periodo di tempo ben più lungo, che possa restituire la normalità di quel territorio…
In secondo luogo, far emergere la pluralità di Gaza, le cui vicende nel lungo periodo dimostrano come l’identificazione con Hamas e, più in generale, con il terrorismo sia assolutamente errata». Gaza, infatti, non è stata solo la culla di organizzazioni paramilitari ma pure di realtà che hanno fatto della non violenza, della resistenza, della tolleranza, del rispetto dei diritti umani e della voglia di vita, cultura e progresso sociale un principio fondante. E la terza intenzione dell’autore era dar voce ai palestinesi. E, ve lo garantisco, il libro è zeppo di citazioni precise.
Gaza non è la Palestina, ma sembra essere da sempre una fucina di atteggiamenti e scelte che hanno trovato sbocco nel resto di questo martoriato territorio, a partire dalla Cisgiordania.
L’economia locale tradizionalmente si fondava sull’agricoltura, grazie al tipo di terreno particolarmente fertile della zona, per giunta ricca delle necessarie falde acquifere. Vedendo com’è ridotta oggi e persino quanto fosse edificata appena prima della tempesta di fuoco e piombo israeliana, non è certo facile immaginarsela florida e coperta di aranceti e di altre colture.
La sua posizione affacciata sul Mediterraneo le agevolò sempre il ruolo di città di mercanti. La convivenza pacifica e, spesso, collaborativa tra la grande maggioranza della popolazione araba e la stretta minoranza ebrea, oltre che quella cristiana – la prima di provenienza per lo più marocchina, sul finire dell’Ottocento, e la seconda di stampo ashkenazita – le garantì pace e concordia nei secoli. Una serenità che iniziò a vacillare a cavallo Ottocento e Novecento, quando si fecero sempre più insistenti le voci di un afflusso crescente di ebrei sionisti in quella che era ancora la Palestina ottomana.
Ancora per poco, perché la sconfitta turca nella Grande guerra lasciò alla Gran Bretagna il controllo della zona con il famigerato “Mandato” conferitole dalla Dichiarazione di Balfour, alla fine del 1917. Considerando Gaza e l’intera area mediorientale di importanza strategica per i propri traffici con l’Estremo Oriente, da “buon” colonizzatore, il governo di Londra decise di favorire la «creazione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico», cosa che, secondo il testo della dichiarazione, non avrebbe dovuto compromettere i diritti delle comunità non ebraiche della zona.
A giudicare dagli ultimi 80 anni di storia, aver contravvenuto a tale principio sembra uno dei peccati originali, anche perché fin dall’inizio si favorì l’idea che gli ebrei fossero una nazione, a differenza degli arabi della Palestina, una cornice ideologica all’interno della quale la politica britannica avrebbe dato impulso a inedite istituzioni di tipo confessionale islamico che, con il tempo, avrebbero minato e non rafforzato la coesione della comunità musulmana.
Poi, naturalmente, c’è il disastro della Seconda guerra e la scelta un po’ affrettata di restituire dignità a un popolo quasi giunto all’estinzione, quello ebreo, a dispetto di un altro che, da quel momento in poi, avrebbe cessato di avere una terra, una voce, un corpo di diritti. Le prime scaramucce c’erano già state, ma si arrivò presto a vere e proprie rivolte arabe, di fronte ad attentati di stampo terroristico attuati dall’Haganah e dall’Irgun, organizzazioni paramilitari sioniste tra le cui file militavano figure destinate a entrare nel pantheon dei padri della patria israeliana come Ben Gurion, Menachem Begin e Itzhak Shamir. E, il 29 novembre 1947, quando l’ONU approvò la risoluzione che sanciva la partizione della Palestina in due stati, uno ebraico e uno arabo, con Gerusalemme sottoposta a un’amministrazione controllata internazionale, la prima guerra arabo-israeliana era alle porte.
Da allora, di guerre se ne sono susseguite parecchie, con indicibili sofferenze per entrambe le popolazioni, in particolare per quella palestinese che, con la tristemente nota “nakba”, la catastrofe, iniziò un cammino di esodo forzato che ancor oggi si riverbera come una cicatrice purulenta sul codice genetico palestinese: si parla di centinaia di migliaia di persone costrette ad abbandonare frettolosamente le proprie case, senza sapere dove andare e se per loro e i loro figli ci sarebbe stato un futuro degno di tal nome. La politica di occupazione di territori altrui e quella di palese dislocamento etnico è la base stessa di quella nazione che disperatamente pretende ancor oggi che il mondo occidentale la consideri una sua costola a pieno titolo e che vorrebbe che la comunità internazionale chiudesse entrambi gli occhi di fronte alle palesi violazioni del diritto internazionale e della carta universale dei diritti umani di cui si macchia quotidianamente.
Il resto, naturalmente, è storia attuale, che il bel libro di Arturo Marzano non manca di affrontare con passione e profondità storica.
Vale la pena fare un passo indietro per cercare di dare una spiegazione agli orrori che si dipanano quotidianamente di fronte al mondo e che nessuna narrazione e propaganda di questa o di quella parte può rendere meno atroci. Storia di Gaza di Arturo Marzano può essere un facilitatore adeguato.
