La luce 'cecoviana' dell'Ucraina

Luce, puramente cecoviana, del “comunque, devi vivere”, e così, questa forza vitale che è così potente, così sconvolgente quando guardi il popolo ucraino

La luce 'cecoviana' dell'Ucraina
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Beatrice Sarzi Amade Modifica articolo

25 Febbraio 2026 - 23.13


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Luce, puramente cecoviana, del “comunque, devi vivere”, e così, questa forza vitale che è così potente, così sconvolgente quando guardi il popolo ucraino

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In questi 4 anni di guerra abbiamo rovine, ovviamente. 

Le rovine delle città e dei borghi, centinaia, migliaia, di come si dice in russo, “luoghi abitati” ridotti al nulla, e il lapsus indotto dalla stanchezza di questa mattina mi aveva fatto scrivere “abituata”, perché, infatti, questi luoghi appartengono a queste “terre di sangue” di cui parla Timothy Snyder, che hanno visto oltre, dal 1914, le rovine della storia con la sua grande ascia. 

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Vedo rapporti della squadra di Maxime Katz su quella che i russi chiamano “liberazione”, luoghi dove vivono le persone in estrema difficoltà, conflitti interni, ma finalmente, questo ribollire di vita prima del 2014 o, per la maggior parte, 2022 dall’alto. Persone che hanno la loro vita, non ricche, no, ma che hanno una vita, e, questa vita, che stanno sviluppando, che cercano di migliorarla, e poi vedo la “liberazione” russa, e, quello che vedo è il grigio dei legami, vedo il vuoto. 

Proprio niente di più, in luoghi che contavano, non so, 10.000 abitanti, sono rimasti pochi vecchi, che non avevano i mezzi per andarsene, non volevano andarsene, e che, letteralmente, nel senso, se posso dire pulito, del termine, si sono lasciati morire, di abbandono, o anche di fame, perché non c’è più nulla, solo niente, e come diceva un vecchio, non so in quale villaggio, 

“ci hanno liberati, sì, ma da tutta la vita”

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Vedo, no, non vedo, lo so, che c’è qualcosa come un quarto della popolazione del paese che non vive più in casa, sfollati all’interno del paese, o all’estero, dove la loro situazione, peraltro, è lungi dal migliorare, e vedo che un terzo dei bambini ucraini non può frequentare una scuola normale, una voce mi dice allo stesso tempo, quale bambino a Gaza può frequentare una scuola normale? Neanche uno. 

E in Cisgiordania?

Per via dei viaggi, ma anche per i bombardamenti, perché ci sono migliaia di chilometri quadrati del paese in cui i bambini si riuniscabhn no in un luogo è solo follia, per via delle bombe. E quante centinaia di migliaia, probabilmente più di un milione, di bambini, nelle aree occupate, vengono “educati” in modo tale da dover odiare tutto dell’Ucraina, e che i ragazzi vengono mandati al fronte, per essere uccisi, trasportati, con la forza o con la “persuasione”, il russo uniforme, dell’esercito ucraino. 

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Vedo questa tragedia dei combattenti nelle aree occupate, alcuni volontari, e tra i peggiori torturatori dell’esercito putiniano, altri, “nonostante noi”, quante decine di migliaia, o più, morti?

Vedo anche la rovina, completamente causata da Putin, della lingua russa, vedo l’odio degli ucraini contro non la lingua dell’invasore ma una delle loro lingue, visto che l’Ucraina, quasi interamente, prima del 2022 era completamente bilingue, e questo, ricordo per esempio, 

Zelensky stesso proviene da una regione quasi interamente russofona, una regione, in ogni caso, dove parlare russo era la cosa più naturale, la più naturale di sempre, perché era la lingua dell’80% circa della popolazione che, ovviamente, ha capito e parlava anche ucraino. 

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Vedo queste immagini, nelle biblioteche scolastiche delle città “liberate” dall’esercito di Putin, e mentre, in queste scuole, come in tutta l’Ucraina, la lingua dell’istruzione era ucraina, queste centinaia di libri, in russo, sotto la pioggia, lasciati in rovina, perché c’è tutta la città nello stesso stato. 

Quest’odio, quest’odio per la guerra, è terribile, perché porta con sé un’idea di guerra civile, e di purezza da cercare, come se fosse più puro, in un certo senso, non parlare la lingua degli ubriaconi, e che l’ucraino rappresentava, di per sé, la salvezza davanti all’orrore.

Vedo, e mi divora, l’odio contro tutto ciò che trattenne il russo in Ucraina stessa, l’odio contro Gogol, contro Bulgakov, contro tutti questi scrittori, Odessa, compreso il comune di Odessa, selvaggiamente bombardato dai russi, cambia nome con i combattenti ucraini, e capisco che questo è inevitabile, e capisco cosa significa. Ma, io che passo il tempo a scrivere per denunciare Putin, per cercare di rompere, oggi, quattro anni dopo, il muro dell’abitudine, perché la guerra non è solo qui, in Ucraina, come sappiamo, mi sento ancora più legata alla letteratura russa, che non è solo il linguaggio degli ubriaconi, ma anche letteratura di milioni e milioni di vittime, e quella dei resistenti, uomini e donne che hanno indossato, a costo della propria vita, parole di bellezza e dignità umana.

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Sono passati quattro anni dal 24 febbraio 2022, e ricordo quel giorno che uscivo da un ultimo Covid, con più nebbia, e vedevo i carri armati di Putin passare attraverso il territorio dei Cherry Tree. Penso con paura, con rabbia, a questa conversazione che ho avuto con un regista ucraino rifugiato in Francia, su Tchekhov, colui che, come tutti i teatri ucraini, aveva costruito sull’eredità di Stanislavski e quindi di Tchekhov, odiava Tchekhov. perché, ha detto, Tchekhov non era solo russo, ma era debole, e non c’erano personaggi positivi in lui, c’era solo desiderio. Lo diceva sempre a me e Françoise in russo a Parigi.

Sono uscita dal Covid e, piano piano, sono caduta in una sorta di stanchezza, una stanchezza che arriva cronica dopo cronica, una stanchezza, direi, di tristezza, visto che non ho più l’illusione di potermi nutrire di una rapida e felice uscita da questo orrore. So oggi che questo orrore è l’Occidente, e noi, quindi, qui, lo abbiamo permesso e, per così dire, plasmato, dalla nostra stessa debolezza, dalla nostra incapacità di reagire al momento giusto, con la forza necessaria, nemmeno nel 2014, non nel 2008.

No, non credo che Putin vincerà. 

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Perché, come dicono i commentatori, Putin sarà riuscito solo a distruggere la Russia, o meglio nemmeno a distruggerla, ma accelerare questa catastrofe in corso, da cui nulla, finora, è riuscito a uscire da quando esiste, sembra. 

Paese disastro, paese maledetto, se queste parole hanno senso. La Russia è un paese mostruoso e anche il resto. Tutti gli sforzi della NATO si sono concentrati su una cosa, negli ultimi quattro anni e più, preservarla, farla non esplodere, farla crollare, visto che non c’è alcuna opposizione credibile alla dittatura di Putin, né in Russia né fuori. E non è per niente che oggi, Putin ha chiuso definitivamente il Museo del Goulag, creato per commemorare le vittime del bolscevismo e di Stalin, e che questo Museo diventi un Museo delle “vittime del genocidio del popolo sovietico”, certo, c’è un solo popolo, sovietico, e, il genocidio è quello dei nazisti.

Ma io vedo altro: vedo la resistenza ucraina. 

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Vedo questa forza, chiaramente inaudita, questa opinione della lotta quotidiana, non solo quella dell’esercito che difende piede a piedi la più piccola rovina, ma quella, davvero, di un’intera nazione, di questa nazione che è stata forgiata contro Putin, forgiata, si potrebbe dire, da Putin se stesso, perché questo mostro, questo scempio non è mai riuscito a fare il contrario di quello che voleva, questa forza vitale, resilienza, dicono, gente, al freddo, senza elettricità:  avete sentito richieste di resa sui social, richieste di negoziazione, o non so cosa? 

Non ci sono, perché, nessuno, nessuno immagina di arrendersi, e non solo perché non c’è nessuno a cui arrendersi, visto che la dittatura che seguirebbe una resa sarebbe puramente stalinista, no, non è questo. Semplicemente, perché, in questa catastrofe che va avanti dal 24 febbraio, ciò che si forgia è una luce enorme, e, si sa, questa luce, puramente cecoviana, del “comunque, devi vivere”, e così, questa forza vitale che è così potente, così sconvolgente quando guardi il popolo.

Una luce così forte che ci illumina, noi, nel buio del nostro volere, i nostri desideri di abbandonare il fascismo che ci assorbe, oggi, in tutto il mondo, e nei nostri paesi, siamo così protetti. 

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Sì, la luce cecoviana dell’Ucraina, e che chi dice di odiare Cechov in Ucraina odia se stesso e spiana la strada agli ubriaconi di Putin. Tchekhov è qui, e la sua banale, grigia luce quotidiana, la sua luce senza speranza e così risolta è anche qui, in noi. 

Chi vuole vederla dentro?

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