Una premessa è necessaria: io sto dalla parte delle donne iraniane che lottano e che sono state uccise o imprigionate da una teocrazia assassina perché chiedevano diritti e libertà.
Ma qualcuno può pensare che a un megalomane guerrafondaio e adoratore delle armi (altro che premio Nobel) come Donald Trump e un massacratore di palestinesi e ultra-guerrafondaio come Netanyahu abbiano a cuore i diritti degli iraniani? No. Pensiamo davvero davvero che l’Iran stesse per attaccare gli Stati Uniti? No. Erano in procinto di farlo? Avevano i missili per colpire e distruggere Israele? No. Ma Trump ha detto di avere avuto la sensazione che avrebbero potuto farlo. Ossia una guerra preventiva.
Eppure sappiamo che la dottrina della guerra preventiva rappresenta una delle più gravi torsioni del diritto internazionale contemporaneo. Dietro la retorica della sicurezza si nasconde, in realtà, un principio estremamente pericoloso: l’idea che uno Stato possa colpire non sulla base di un’aggressione reale, ma di una minaccia ipotetica. In questo modo il diritto cede il passo all’arbitrio della forza.
Eppure l’abbiamo visto con i nostri occhi: la storia recente offre un precedente che resta emblematico: l’invasione dell’Iraq nel 2003 e la caduta del regime di Saddam Hussein furono giustificate con l’accusa del possesso di armi di distruzione di massa, rivelatesi poi inesistenti. Quel conflitto dimostrò quanto facilmente l’intelligence possa essere piegata a obiettivi politici e quanto fragile diventi la verità quando deve precedere i cannoni.
Se il principio della guerra preventiva venisse accettato come norma, ogni Stato potrebbe rivendicare il diritto di attaccare sulla base di una semplice percezione di pericolo. Sarebbe la fine dell’ordine internazionale fondato sulle regole e l’inizio di una logica permanente di sospetto e conflitto.
Le conseguenze del 2003 parlano da sole: destabilizzazione regionale, caos politico e l’ascesa di nuovi estremismi. È la prova che le guerre giustificate con minacce presunte finiscono spesso per generare disastri ben più gravi di quelli che pretendono di evitare. In un mondo attraversato da tensioni crescenti, l’unica alternativa credibile per cercare la pace resta il ritorno al rigore del diritto internazionale e alla responsabilità della diplomazia.
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