Il giorno segna un punto di rottura nell’equilibrio meloniano. Dopo il voto e il tracollo sulle riforme, lo spettro di una crisi interna al governo si materializza improvvisamente in un segnale di sfiducia pubblica a Daniela Santanché, ministro del Turismo, che la presidente del Consiglio fa uscire in modo brusco, quasi per reazione più che per progetto.
La vicenda nasce nel pomeriggio, quando il governo, già sconfitto al referendum, cerca di gestire il postpartita con una serie di richiami incrociati: prima inviando emissari a chiedere il passo indietro alla ministra, poi affidando il compito a Ignazio La Russa, suo amico e referente politico, quindi telefonando direttamente Santanché per avanzare la richiesta di dimissioni. Ma la reazione è la stessa: la ministra, come già in passato accaduto in altri casi, fa capire con una nota di ufficio che continuerà “regolarmente” il proprio lavoro, raddrizzando la schiena in pubblico e lasciando il segno che la resa non è in programma.
Nove minuti dopo, la premier firma di persona una sorta di sentenza. Chiede le dimissioni, spiega ai suoi collaboratori più stretti la linea: “Dobbiamo mostrare che il segnale del voto è stato colto”, lascia filtrare, ribadendo che nei mesi a venire l’opposizione attaccherà su ogni fronte e che il governo non può permettersi ministri in sofferenza a ostacolare il percorso di esecutivo. In serata, circola la voce di un nuovo incontro tra le due nella sede del governo, ma la tensione si è ormai congelata: la sfiducia è stata lanciata, Santanché rimane al proprio posto, e il governo di fatto rimane impigliato in un gioco di pressioni e omissioni.
Fin dal mattino, l’atmosfera era esplosiva. La prima riunione con Giovanbattista Fazzolari serve a mettere ordine nella confusione strategica lasciata dal referendum, con il risultato di dover affrontare simultaneamente un crollo di consenso, una minoranza che si rafforza e un’azione di governo da “ricucire” in fretta. Poco dopo, i giornalisti crocchiano Giovanni Donzelli a Palazzo Chigi. In quel momento, il destino di Andrea Delmastro e di Giusi Bartolozzi è già scritto. Il problema è che il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, non è stato informato: va in tv e afferma che la squadra non cambia. Invece, in via della Scrofa, Donzelli e Arianna Meloni presiedono una serie di riunioni durante le quali Delmastro riceve il suo addio di corridoio. Qualche minuto dopo, la telefonata di Meloni a Nordio scioglie il nodo ufficiale: la capo di gabinetto di Bartolozzi deve fare il passo indietro.
La tensione sale. Nordio, inizialmente disposto a difendere la collaboratrice, minaccia in cambio dimissioni clamorose, ma poi decide di congelare il gesto, spostando il problema sul piano politico. Allo stesso tempo, a Palazzo Chigi scoprono che il Guardasigilli aveva previsto un’intervista in prime time sul Tg1: un’immagine che non è più accettabile, in un momento in cui il governo deve apparire unito e non spaccato. L’intervento viene cancellato, e la comunicazione si concentra sulle dimissioni, non sulle scusanti giuridiche.
Per Meloni, mantenere in carica Nordio è una necessità tattica. Se il ministro della Giustizia dovesse andarsene, sommato a una Santanché abbandonata sul campo, si determinerebbe un rimpasto di ampia mano, con nuovi nomi da proporre in Parlamento e una legittimità ulteriore a rischio. In un primo momento, si ragiona su Giovanni Malagò come possibile sostituto alla guida del ministero, con una valutazione che punta a riannodare il rapporto con il Sud dopo il taglio secco del voto. Ma via Arenula rappresenta un dossier enorme: la posta politica è la scelta del personaggio giusto per gestire la successiva battaglia con le toghe, e per il momento la figura del viceministro, Francesco Paolo Sisto, viene osservata in modo più attento.
Meloni, in questa fase, non vuole un rimpasto, ma non esclude nulla, compresa l’ipotesi – ancora più azzardata – di un voto anticipato. Ventiquattro ore prima del referendum, nel corso di vertici riservati, si sarebbe discusso di tutte le opzioni in caso di sconfitta, con la presenza di e fedeli consiglieri. Una delle ipotesi avanzate era quella di prevenire una crisi di leadership nell’opposizione, che ancora non possiede un candidato premier unitario, portando il Paese alle urne in primavera. L’obiettivo dichiarato era contenere il sangue vivo di un esecutivo sempre più in difficoltà, dopo un anno di incertezze, tensioni giudiziarie e un clima di guerra politica permanente. La controindicazione, secondo il ragionamento interno, è però evidente: un governo di tecnici potrebbe facilmente trasformarsi in un’automazione protratta, con una durata lunga quanto indecisa.
Il tema si incrocia con quello della legge elettorale. Una tornata anticipata significherebbe votare ancora con il Rosatellum, un sistema già vecchio di conflitti e calcoli, ma anche un’eventuale parità di forze che complicherebbe ulteriormente una maggioranza che ha già dovuto ricostruire la propria base dopo il referendum. Eppure, anche se la legislatura dovesse proseguire, la riforma del sistema di voto appare sospesa su un filo esile, minacciata da posizioni contrastanti tra Lega e Forza Italia, entrambe incerte sulle proposte che il governo vorrebbe avanzare. In un quadro così incerto, i partner interni si muovono in modo timoroso, frenando ogni slancio unilaterale.
Infine, arriva l’autocritica, o perlomeno la ridistribuzione delle responsabilità. È pomeriggio quando Tommaso Longobardi, il responsabile della comunicazione, sottolinea davanti ai giornalisti, a pochi passi dal portone di Palazzo Chigi, che “politicizzare il referendum” è stato un errore, perché la strategia ha portato voti al No, mentre tutti dovevano stare con la presidente, rimasta sui contenuti. La critica, pur non esplicitata, punta verso via Arenula, verso quella parte del governo che ha spinto fino al confronto diretto con i giudici, trasformando il dibattito in una guerra di parole. In serata, alcuni esponenti di alto profilo sono già stati messi alla porta: non solo come gesto di riequilibrio, ma anche come avviso generale a chi ritiene che la poltrona valga più del governo stesso.
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