Minacce, ambiguità strategica e un attacco diretto agli alleati. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha delineato una linea dura sulla guerra contro l’Iran, rivendicando l’uso della forza come leva negoziale e criticando apertamente i partner della Nato per la loro esitazione.
Nel suo briefing al Pentagono, Pete Hegseth ha descritto i prossimi giorni come “decisivi”, sostenendo che Teheran avrebbe ormai margini limitati di risposta. Una lettura che appare però più assertiva che verificabile, soprattutto alla luce di un conflitto ancora fluido e dai contorni incerti.
Il passaggio più controverso resta quello sulla diplomazia: “Preferiremmo un accordo”, ha detto, salvo poi aggiungere che, “nel frattempo, negozieremo con le bombe”. Una formula che riduce il negoziato a semplice estensione della pressione militare, rischiando di svuotare di credibilità qualsiasi apertura diplomatica.
Ancora più opaca la posizione sull’eventuale impiego di truppe di terra. Hegseth si è rifiutato di escluderlo, rivendicando la necessità di “imprevedibilità”. “Ci sono 15 modi diversi in cui potremmo intervenire”, ha dichiarato, senza chiarire né limiti né condizioni. Un approccio che, più che deterrenza, appare come una strategia deliberatamente ambigua, con il rischio di aumentare l’instabilità.
Sul fronte internazionale, il segretario alla Difesa ha ripreso la linea del presidente Donald Trump, trasformando il briefing in un atto d’accusa contro gli alleati. Secondo Hegseth, diversi Paesi non sarebbero disposti a fornire nemmeno supporto logistico di base, come l’accesso allo spazio aereo. “Non si ha una vera alleanza se i Paesi non stanno al tuo fianco quando ne hai bisogno”, ha affermato.
Ma il messaggio va oltre la frustrazione: è una pressione esplicita perché gli alleati si allineino alla strategia americana. “Non bastano le bandiere, servono forze reali”, ha detto, invitando i partner a “imparare a combattere per conto proprio”. Parole che rischiano di approfondire le divisioni all’interno della Nato proprio mentre la crisi si intensifica.
Nel complesso, l’intervento restituisce l’immagine di un’amministrazione che alterna apertura negoziale e retorica bellica, senza chiarire quale delle due strade intenda davvero percorrere. E mentre Washington chiede sostegno agli alleati, lo fa con toni che potrebbero rendere quel sostegno ancora più difficile da ottenere.
