25 Aprile 2026: con la Palestina nel cuore

Resistenza. Liberazione. Parole importanti. Che parlano del presente, onorando il passato. Parole che raccontano l’oggi e che incarnano un internazionalismo che abbiamo reimparato a praticare nelle piazze di tutta Italia

25 Aprile 2026: con la Palestina nel cuore
Palestina
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

26 Aprile 2026 - 00.24


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Resistenza. Liberazione. Parole importanti. Che parlano del presente, onorando il passato. Parole che raccontano l’oggi e che incarnano un internazionalismo che abbiamo reimparato a praticare nelle piazze di tutta Italia che si sono riempite per dire No al genocidio di Gaza, per denunciare le sporche guerre scatenate da Trump, da Netanyahu, da Putin. Resistenza. Liberazione.

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Parole che raccontano in particolare la storia di un popolo, l’unico al mondo sotto occupazione: il popolo palestinese. Un popolo contro cui è stata praticata la soluzione finale. Un popolo tradito dalla comunità internazionale, dall’Occidente, dall’Europa. Da chi ha continuato a praticare l’odiosa politica dei due pesi, due misure, sanzionando a raffica l’aggressore russo senza mai andare oltre a qualche dichiarazione di circostanza, contro Israele e il criminale di guerra che lo guida.

Resistenza. Liberazione. La prima praticata, la seconda sognata da un popolo che non si è mai arreso. Un popolo che continua a resistere, a battersi contro l’”esercito più morale al mondo”, tanto morale da aver ammazzato decine di migliaia di bambini, di aver eliminato giornalisti in quantità mai registrata in nessun’altra zona di conflitto al mondo dal secondo dopoguerra ad oggi.

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Una resistenza che ha visto protagoniste generazioni che hanno trasmesso questo spirito indomabile da padre in figlio. Una resistenza che, nel lontano dicembre 1987, riportò al centro dell’attenzione mondiale la causa palestinese attraverso la prima Intifada, la “rivolta delle pietre”, una resistenza popolare che portò alla breve stagione della speranza: quella degli accordi di Oslo-Washington. Una stagione che finì quella maledetta sera del 4 novembre 1995, maledetta serata di novembre, quando un giovane estremista israeliano, Yigal Amir, armato ideologicamente dalla destra già allora guidata da Benjamin Netanyahu, pose fine alla vita dell’uomo che aveva “osato” la pace dei coraggiosi, e per questo per la destra che lo aveva accusato di tradimento, effigiandolo con la kefiah o in divisa delle SS, e per questo meritevole di essere fatto fuori: ucciso: Yitzhak Rabin.

Liberazione. Da una occupazione soffocante, che si protrarre da decenni, che vive quotidianamente nella violenza legalizzata dei coloni fascisti. Che ha ridotto Gaza ad un cumulo di materie, sotto le quali sono sepolti altre migliaia di palestinesi, tra cui 2700 bambini. Liberazione come orizzonte a cui tendere, come diritto da rivendicare. Liberazione come anelito di vita di un popolo fiero, geloso della propria identità nazionale. Liberazione per realizzare uno Stato di Palestina non contro ma a fianco dello Stato d’Israele. 

Il 25 Aprile 2026 è anche questo e, per molti versi, soprattutto questo. C’è chi ancora si scandalizza, s’indigna perché alle manifestazioni che celebrano la liberazione dal nazifascismo, sventolino anche le bandiere palestinesi. Che c’entrano, squittiscono i censori. 

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C’entrano, e tanto. C’entrano con gli ideali di chi ha lottato per liberarsi dal giogo nazifascista. C’entrano con chi continua, nel mondo, a battersi contro ogni forma di oppressione. Ma, soprattutto, vive in Palestina, dove le vittime di un tempo hanno visto coloro che speculano sulla loro memoria, trasformarsi in spietati carnefici.

25 Aprile 2026. Con la Palestina nel cuore.

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