A Herat si consuma l'ennesimo strappo sui diritti delle donne

Mentre le autorità talebane difendono gli arresti definendoli l'applicazione di un precetto divino, l'Onu lancia l'allarme sulla nuova stretta repressiva legata al codice di abbigliamento femminile.

A Herat si consuma l'ennesimo strappo sui diritti delle donne
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9 Giugno 2026 - 19.08 Culture


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La città di Herat, storico centro culturale dell’Afghanistan occidentale, è diventata teatro di una nuova ondata di fermi che colpisce direttamente la popolazione femminile. La polizia morale del governo talebano ha infatti condotto diversi arresti tra le donne del luogo, accusate di non rispettare le rigide direttive imposte sul modo di vestire. Le testimonianze che giungono dalle fonti locali delineano un clima di crescente tensione, in cui la quotidianità delle cittadine viene sistematicamente monitorata e sanzionata sulla base di parametri normativi sempre più stringenti e punitivi.

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La gravità della situazione ha richiamato l’immediata attenzione della comunità internazionale, spingendo la missione delle Nazioni Unite in Afghanistan, nota con l’acronimo Unama, a intervenire pubblicamente. Attraverso una nota ufficiale, l’organismo internazionale si è detto preoccupata per i numerosi arresti e fermi di donne a Herat, in Afghanistan, per presunta non conformità alle norme sull’abbigliamento. Questo intervento evidenzia il timore che tali azioni possano rappresentare un ulteriore passo verso l’isolamento sociale e la totale cancellazione delle donne dallo spazio pubblico afghano.

Di contro, i vertici governativi non hanno mostrato alcuna intenzione di arretrare o di mitigare i propri metodi repressivi. L’ufficio stampa del Ministero per la propagazione della virtù e la prevenzione del vizio ha replicato fermamente alle sollecitazioni esterne, minimizzando l’accaduto e rivendicando la legittimità ideologica delle operazioni in corso. I rappresentanti del dicastero hanno infatti commentato la vicenda affermando che “non c’è nulla di insolito a Herat”, aggiungendo inoltre che il codice di abbigliamento “è un precetto divino e una legge vincolante, e siamo obbligati a farlo rispettare”.

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Questa presa di posizione si inserisce in un quadro ben più ampio e drammatico che caratterizza il paese dal momento del ritorno al potere dei talebani, avvenuto nell’agosto del 2021. Da allora, le autorità di Kabul hanno strutturato la propria azione di governo attorno a una rigida e intransigente interpretazione della legge islamica, traducendola in un progressivo e sistematico inasprimento delle restrizioni civili. Oggi, su tutto il territorio nazionale, le donne sono obbligate a coprirsi completamente ogni volta che varcano la soglia di casa, una costrizione visibile nell’uso diffuso dell’abaya ampia, accompagnata dal velo musulmano e da una copertura totale per il viso che ne annulla l’identità visiva.

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