C’è un lungo e mai spezzato filo rosso che lega la intensa vita pubblica, politica, di Laura Boldrini. Chi scrive ha avuto modo di conoscerla quando era instancabile portavoce in Italia dell’Unhcr. In quella veste, Laura, da me assillata nei posti più impensabili per ottenere una dichiarazione, una intervista, i luoghi della sofferenza li ha frequentati, i più indifesi tra gli indifesi li ha guardati negli occhi, ne ha ascoltato la voce cercando di riportarla sui media non molto sensibili a quelle ingiustizie.
Questa tensione etica, prim’ancora che politica, Laura Boldrini l’ha praticata anche Presidente della Camera dei deputati, e poi da parlamentare del Partito democratico e Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo. In questa veste è stata in missione in Palestina, nei campi del popolo sahrawi, in Turchia, a sostegno del processo di pace tra il governo e la minoranza curda, e in tanti altri luoghi del mondo dove i diritti dei popoli, delle minoranze, vengono calpestati quotidianamente, non facendo mai, mai, una gerarchia degli orrori. Chiunque lotta per i diritti umani, civili, di libertà, contro eserciti occupanti o aggressori, va sostenuto senza se e senza ma. Vale anche per il sostegno all’opposizione democratica russa e al popolo ucraino.
Un’altra dote che Laura ha coltivato è il coraggio delle parole. La nettezza delle analisi. Il rigetto dell’ipocrita politically correct.
La conferma è anche nelle sue considerazioni sul recente vertice Nato di Ankara.
Osserva Boldrini: “Trump agisce da tiranno in ogni circostanza. Inveisce, ricatta, deride, minaccia i suoi interlocutori che quasi sempre, incassano e tacciono. Così facendo diventano loro stessi parte del problema. Accettare l’umiliazione costante anziché arginare la smania di sopraffazione di Trump vuol dire normalizzarla, sdoganarla. Trump trionfa se gli altri glielo consentono con la loro accondiscendenza, come si è visto anche nell’ultimo vertice NATO ad Ankara in cui il tycoon non ha risparmiato nessuno. Uno spettacolo degradante per la maggior parte dei leader europei che si adeguano e danno seguito ai suoi diktat anche quando questi sono svantaggiosi per i paesi che rappresentano, come nel caso di Giorgia Meloni. È il segno che la democrazia, anche quella più antica, può facilmente trasformarsi in autocrazia, potere assoluto, eliminazione di ogni confronto e puro esercizio di forza. Cosa c’è di democratico nell’operato di Donald Trump, nei suoi metodi dispotici? Le ripercussioni di queste modalità autoritarie sono pesanti non solo per chi le subisce, ma per il mondo intero. L’abbattimento di ogni limite di contenimento nelle relazioni messo in atto dal presidente degli Stati Uniti lancia un modello violento basato sulla forza che, se non arginato, rischia di essere normalizzato e di espandersi a macchia d’olio. E questo ad ogni livello: nelle relazioni tra Stati, ma anche in quelle tra persone”.
Un esempio di stringente, drammatica attualità? Dice Boldrini a Globalist: “Il Board of peace per Gaza rappresenta l’esempio più significativo di come Trump affronti le questioni complesse e i rapporti con i suoi alleati: lui sceglie chi partecipa ai board, decide quanti soldi deve mettere ogni socio, organizza i lavori, stabilisce le prerogative degli aderenti e soprattutto le sue, attribuendosi poteri assoluti su ogni decisione. I palestinesi sono tagliati fuori da tutto, destinati a essere deportati altrove o a vivere in campi chiusi, senza libertà di movimento perché considerati di intralcio alla speculazione immobiliare che Trump, il genero Kushner e gli amici del presidente intendono fare per realizzare la Riviera del Medio Oriente. Un esempio raro di ottusità politica e di dispotismo a cui purtroppo alcuni capi di Stato di governo hanno aderito nella speranza di spartirsi le spoglie della striscia di Gaza diventata un grande cimitero, dopo quasi tre anni di genocidio.
Grazie alla nostra Costituzione il governo Meloni non ha potuto partecipare a pieno titolo, come avrebbe voluto, a questo terrificante consesso ma per non irritare Trump il ministro Tajani è andato comunque a fare l’osservatore con il capello (maga) in mano. Questo assetto è la fotografia impietosa del degrado politico e morale in cui siamo sprofondati. I leader europei e internazionali che si prestano a tutto ciò si assumono una enorme responsabilità. Quello che invece andrebbe fatto oggi è cambiare registro, reagire collegialmente alle insolenze, adottare una comune postura assertiva rispetto ai ricatti. Porre degli argini, prima che sia troppo tardi”.
Essere Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo, vuol dire questo: non dimenticare, neanche per un giorno, le vessazioni subite dai più deboli, in ogni parte del pianeta.
Vuol dire restare umani.
